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La carta populista per cambiare l’Europa

Basta fregnacce. Lo status quo europeo non funziona più, ma i sovranisti hanno scelto di diventare la testa d’ariete di chi vuole violare le regole e non di chi le vuole cambiare. La tesi Blanchard e l’assist di Draghi per la rivoluzione fiscale europea

12 Giugno 2019 alle 06:00

La carta populista per cambiare l’Europa

Foto LaPresse

Olivier Blanchard è un economista francese piuttosto famoso, con cattedra all’Institute of Technology del Massachusetts e con un passato da capo economista al Fondo monetario internazionale, e qualche giorno fa, come avrete letto, è finito al centro del dibattito pubblico italiano per via di una tesi suggestiva declinata al Festival dell’Economia di Trento. La tesi di Blanchard, economista keynesiano molto rispettato dagli economisti non keynesiani, è articolata in tre punti, che ci possono aiutare a far capire qual è la grande partita che il nostro paese potrebbe giocare nei prossimi mesi in Europa, se solo chi governa oggi l’Italia avesse un po’ di testa sulle spalle.

 

Blanchard sostiene che il tema del peso del debito pubblico sia un problema eccessivamente sopravvalutato, è convinto che per l’Unione europea sia arrivato il momento di garantire ai governi più libertà per stimolare la domanda attraverso le politiche fiscali e crede che oggi ci sia un’urgenza reale di cambiare alcune regole europee per far sì che la politica del rigore possa essere riconvertita in una politica focalizzata sugli investimenti. Senza voler essere troppo astratti, Blanchard sostiene che (a) vada rivisto il Fiscal compact, che (b) nelle stagioni di bassi tassi di interesse il tetto del debito al 60 per cento del pil sia privo di senso e che (c) sia arrivato il momento di allentare il vincolo del tre per cento sul deficit fiscale.

 

Gli intellettuali organici al pensiero sovranista hanno subito utilizzato le tesi di Blanchard per dimostrare la bontà del pensiero populista e segnalare che a sostenere le idee di Salvini e di Di Maio non ci sono solo i puzzoni di Lega e M5s ma anche autorevoli osservatori della casta economica mondiale. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che è vero, le idee di Blanchard sull’Europa non sono così diverse rispetto a quelle di Salvini e Di Maio, ma in verità leggendo un intervento su questo tema pubblicato due giorni fa proprio da Blanchard sul sito project-syndicate.org si potrebbe dire che è proprio grazie all’economista francese che è possibile capire la ragione per cui anche i sostenitori di Salvini e Di Maio dovrebbero essere molto preoccupati per ciò che Salvini e Di Maio promettono di combinare in Europa – e per l’occasione ghiotta che questo governo si sta lasciando sfuggire. Salvini e Di Maio possono piacere oppure no (e sapete a noi quanto possano non piacere) ma negli ultimi anni i loro partiti hanno intercettato un sentimento che non può essere considerato semplicemente come antieuropeo.

 

Non c’è dubbio che il M5s e la Lega siano partiti che da anni trescano con i peggiori istinti antieuropeisti (sia Salvini sia Di Maio in passato hanno organizzato banchetti per raccogliere firme per uscire dall’euro) ma la verità è che buona parte degli elettori di M5s e Lega chiedono, più che di uscire dall’Europa, prima di tutto di provare a cambiarla. In questo senso, l’intervento di Blanchard (che mesi fa già segnalò senza essere ostile pregiudizialmente al governo gialloverde e alle politiche espansive l’assurdità di una manovra espansiva costruita per essere recessiva) è insieme un manifesto di un possibile e forse doveroso cambiamento che l’Europa del futuro dovrebbe considerare ma anche un manifesto dell’incredibile occasione persa dal primo governo populista d’Europa, che piuttosto che diventare la testa d’ariete di chi vuole cambiare le regole europee ha scelto di diventare la testa d’ariete di chi le regole in fondo le vuole solo violare.

 

L’idea di Blanchard è che la Commissione europea debba smettere di gestire le politiche fiscali degli stati membri, debba intervenire solo quando i governi vanno incontro a un debito insostenibile e debba accettare il fatto che a dare giudizi sulla capacità di un paese di ridurre o meno il suo debito siano più i mercati che le istituzioni. Per fare questo, però, per poter lavorare al progetto, occorre avere degli stati non incoscienti ma consapevoli delle proprie responsabilità di fronte agli investitori. E da questo punto di vista, ammette Blanchard, si può dire che l’Italia populista si trova dalla parte del torto anche quando per una volta potrebbe avere persino ragione. Se Salvini e Di Maio avessero scelto di utilizzare il proprio potere contrattuale – e il proprio consenso – per pesare più in Europa che nei talk-show avrebbero capito che in una fase come quella che stiamo vivendo oggi, in cui la politica monetaria delle banche centrali inizia a esaurire inevitabilmente il suo ciclo storico, mettersi alla guida di una coalizione di paesi intenzionati a riscrivere le regole fiscali avrebbe permesso all’Italia di diventare protagonista di una fase reale di cambiamento europeo.

 

Non esiste paese che negli ultimi mesi non abbia affrontato a più livelli il tema della riforma fiscale dell’Europa (tre per cento, Fiscal compact) e lo stesso governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, non certo ascrivibile al fronte dei neokeynesiani, deve aver compreso quanto sia importante che la nuova Europa non si limiti più a raccogliere in modo passivo i benefici della politica monetaria. Draghi lo ha compreso a tal punto da aver scelto come ospite d’onore all’ultimo forum annuale della Banca centrale europea da lui presieduto, che si terrà lunedì prossimo a Lisbona, proprio Olivier Blanchard. La dottrina Blanchard non è certamente quanto di meglio possa produrre il pensiero economico contemporaneo ma la teoria dell’ex capo degli economisti del Fondo monetario internazionale è suggestiva perché prova a entrare nella testa dei populismi per spiegare cosa avrebbero potuto combinare se solo avessero davvero deciso di mettere il proprio consenso al servizio del paese. Tra pochi giorni l’Ecofin deciderà, rispetto all’Italia, se confermare o meno l’apertura della procedura di infrazione per debito eccessivo da parte della Commissione europea, che ieri ha ricevuto anche il sostegno del Comitato economico finanziario europeo, di cui fanno parte i direttori generali del Tesoro e delle banche centrali nazionali degli stati membri. Piuttosto che fare il tifo per lo spread o per la procedura di infrazione, le opposizioni avrebbero il dovere di sfidare il governo su questo punto: lo status quo in Europa non funziona, per questo è ora di cambiare le regole e chi le regole non le vuole cambiare, ma le vuole solo violare, significa che non ha interesse a migliorare l’Europa ma ha solo interesse ad avvicinarsi a un piano B.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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