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Il grande relax europeo di Blanchard mal si adatta all’Italia

Superare Maastricht è anacronistico e aumentare il debito non ridurrebbe le diseguaglianze. Parla Francesco Giavazzi

15 Giugno 2019 alle 06:10

Il grande relax europeo di Blanchard mal si adatta all’Italia

foto LaPresse

Roma. I diciotto ministri delle Finanze della zona euro riuniti nell’Eurogruppo hanno chiesto all’Italia di onorare gli impegni pregressi a ridurre il debito pubblico, mostrandosi concordi nell’avviare una procedura sanzionatoria. Benché l’Italia continui a ritenere di sfidare la Commissione europea con l’intenzione dichiarata di derogare ai parametri di Maastricht su debito e deficit, il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ha detto che “dovrebbe accettare la mano tesa” di Bruxelles per avviare una trattativa.

 

Tuttavia, di fronte a un contrasto radicale da parte dei paesi europei alla deroga italiana ai vincoli di bilancio, si sta facendo largo anche una visione altrettanto radicale per un rilassamento dei parametri di Maastricht per invocare una visione più permissiva e meno occhiuta della Commissione.

 

Lanciato come ipotetico successore di Draghi in Bce, l’ex capo economista del Fmi invoca un rilassamento delle regole di Bruxelles. Ma questo non solleva l’Italia dall’impegno a ridurre gradualmente il debito né concede a Salvini & Co. di indebitarsi con questo (alto) livello di rischio paese

L’economista francese Olivier Blanchard ha firmato un editoriale sul blog project-syndacate nel quale invoca una “nuova filosofia regolatoria” da parte della Commissione europea. Ovvero Blanchard ritiene che sia necessario superare il limite del 60 per cento del rapporto debito/pil – che “non è giusto”, “deve essere aumentato” e “dovrebbe essere ammorbidito” – e “garantire ai governi più libertà di stimolare la domanda attraverso le politiche fiscali”, ergo “allentare il vincolo del 3 per cento sul deficit”.

 

Parole che suonano dolci alle orecchie dei sovranisti italiani, soprattutto se pronunciate dall’ex capo economista del Fmi che la settimana prossima terrà un discorso analogo alla conferenza annuale della Banca centrale europea in Portogallo, dopo essere stato indicato in un articolo pubblicato ieri da Bloomberg come “il miglior successore” di Mario Draghi alla guida dell’Eurotower per le sue idee in continuità con il banchiere centrale italiano (e in teorico contrasto con quelle di un altro potenziale successore, il falco della Bundesbank Jens Weidmann). Il sostegno ideale alle politiche dei sovranisti italiani è però solo apparente. Anzitutto invocare una revisione dei parametri è una prerogativa solo italiana, allo scopo di fare apparire le istituzioni europee come causa del malessere economico nazionale, ma è ormai anacronistica. Come spiega l’economista Francesco Giavazzi dell’Università Bocconi “il vincolo del 3 per cento è superato nei fatti da quel dì con l’introduzione del Fiscal compact, nel 2013, che si basa su una graduale riduzione del debito, di un ventesimo all’anno per la parte eccedente il 60 per cento del pil, per portarlo su un percorso sostenibile, tenendo in considerazione la possibilità di farlo secondo il tasso di disoccupazione e altri parametri. Questo chiede la Commissione. Ha ragione chi la critica dicendo che il Fiscal compact è un insieme di regole inutilmente complesse ma un conto è dire che le regole dovrebbero essere aggiornate, un conto è dire che prima di tale aggiornamento esse possono essere tranquillamente violate”.

 

Il rapporto debito pubblico/pil dell’Italia era al 132 per cento nel 2018, il sesto più alto al mondo, e ora tutte le previsioni ufficiali convergono su un aumento al 135 per cento nei prossimi anni. Non era mai stato così elevato dagli anni Quaranta, e sarà difficile che si riduca a breve naturalmente. Per evitare un aumento nei prossimi cinque anni, tenendo fermo il numeratore del rapporto, l’economia italiana dovrebbe crescere dell’1,3 per cento annuo, ma quest’anno crescerà tra lo 0,1-0,2 per cento mentre l’economia globale tende a un rallentamento. L’Italia rappresenta quindi il paese più problematico dal punto di vista dei partner europei che – compatti – chiedono misure di rientro. Fu lo stesso Blanchard a definire la manovra italiana del 2018 un raro caso di “espansione fiscale restrittiva” perché fatta in deficit per finanziare misure assistenziali (reddito di cittadinanza e quota cento) con un impatto sullo spread, e quindi regressivo sulla crescita economica. Le considerazioni di Blanchard partono dall’assunto che nell’Eurozona i tassi bassi garantiti dalla Banca centrale europea rendano meno costoso indebitarsi per i paesi membri. Tuttavia la remunerazione del capitale degli investitori obbligazionari non è omogenea: non esiste un titolo comune europeo come gli Eurobond, con rischio tendente a zero, capace di eliminare le differenze di rendimento tra i titoli di nazioni con premi al rischio molto differenti. Da quando si è insediato il governo gialloverde il differenziale tra il rendimento dei titoli decennali italiani e quelli tedeschi, lo spread, è rimasto costante attorno ai 250 punti e sui titoli a breve scadenza il rischio percepito dagli investitori è stato anche superiore ai titoli greci. Come dice lo stesso Blanchard, “lo spazio fiscale dopotutto è nelle mani degli investitori” e, rispetto ad altri paesi, l’Italia “è un’altra questione” perché “gli investitori chiedono tassi di interesse molto alti”. Nella visione di Blanchard, dunque, la situazione italiana non cambierebbe nemmeno se la Commissione si limitasse a “fornire informazioni sugli stati membri”, un po’ come un’agenzia di rating, senza infliggere sanzioni. “Il problema per un governo di uno stato membro – dice Blanchard, in tal caso – non è più quello di compiacere la Commissione ma è quello di convincere gli investitori che sta operando responsabilmente sul debito”, ed è proprio quello che sta accadendo all’Italia: sanzionata quotidianamente sui mercati per mancato impegno a ridurre il debito, ancora prima che da Bruxelles. Nella convinzione di Blanchard le politiche di austerità sono state percepite dai cittadini come punitive, foriere di un aumento delle diseguaglianze e della nascita dei populismi, e quindi andrebbero invertite. Ma concedere un aumento del debito pubblico ridurrebbe le diseguaglianze di reddito in un paese con un alto rischio sovrano? “Finanziare la spesa con il debito – ricorda Giavazzi – fa aumentare la ricchezza privata corrente, perché anziché tassare il settore privato si prende a prestito dallo stesso in cambio di un rendimento. Siccome i titoli del debito pubblico sono acquistati soprattutto da coloro che hanno redditi elevati o risparmio accumulato, emettere debito corrisponde non a tassare di più i redditi più alti, ma a prendere a prestito da chi ha redditi più alti”, così il beneficio dell’avere ingigantito il mercato del debito sarà concentrato su chi ha disponibilità maggiori e più propensione al rischio, le fasce più abbienti della popolazione. “La riduzione del debito pubblico quindi – conclude Giavazzi – è la migliore risposta anche al problema di ingiustizia sociale generato dal debito. Avere accumulato un debito elevato, inoltre, non consente di poterlo usare in chiave anticiclica quando le condizioni generali dell’economia peggiorano e quando bisogna difendere le fasce più deboli della società. Nel 2008 per esempio solo due grandi economie non aumentarono il deficit: la Germania per motivi ideologici – indebitarsi per i tedeschi è ritenuta una colpa – e l’Italia perché non aveva più spazio per aumentarlo ulteriormente”. E la storia si ripete.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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