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Tutta colpa di Netflix. Mediaset avanza in Germania

Con l’ingresso nella tedesca ProSiebenSat1 si fa strada il piano di un broadcaster paneuropeo (che piaceva a Bolloré)

29 Maggio 2019 alle 17:59

Tutta colpa di Netflix. Mediaset avanza in Germania

Foto LaPresse

Roma. Tutta colpa (o merito) di Netflix. L’innovazione distruttiva porta con sé, prima o poi, una fase costruttiva. L’ingresso di Mediaset nella tedesca ProSiebenSat1 con il 9,9 per cento dei diritti di voto – e non supererà il 10 per cento –, che fanno del Biscione il primo azionista insieme al fondo The Capital Group seguiti da BlackRock con il 7 per cento, si inserisce a pieno titolo in questa nuova fase che ha portato alla nascita di due giganti come Disney-Fox e Comcast-Sky, al ridimensionamento di Rupert Murdoch, all’ingresso di nuovi soggetti forti come Amazon. Con Mediaset più ProSiebenSat.1 riprende quota anche l’ipotesi di creare una concorrente europea in grado di rispondere da pari a pari, anche se molta acqua è passata sotto i ponti da quando nel 2016 Vincent Bolloré lanciò la sua sfida tentando di controllare Mediaset.

   

Non solo Netflix è diventata una realtà forte anche nel Vecchio continente (ha accettato il diktat della commissione Ue che impone di fornire almeno il 30 per cento di film europei), espandendo la sua penetrazione geografica e aumentando a macchia d’olio i sottoscrittori, ma ha trascinato con sé Amazon Prime Video, Hulu, Disney+ e tutti gli altri concorrenti sull’on demand.
Sia Mediaset sia ProSiebenSat.1 sono emittenti in chiaro e ieri Pier Silvio Berlusconi ha ribadito che la loro prima sfida si svolge sulla free tv, eppure Netflix ha cambiato tutte le regole del gioco. Sia il gruppo italiano sia quello tedesco basano la maggior parte del loro giro d’affari sulla pubblicità, con una fetta della torta quasi uguale attorno al 57 per cento. Ma proprio gli introiti dell’advertising si sono fatti molto problematici, con una concorrenza più forte (anche da parte dei nuovi media) e con imprese meno generose di un tempo. Strappare uno spot commerciale (o ancora peggio una pagina sulla carta stampata) è una guerra di tutti contro tutti. Ciò spinge naturalmente verso la concentrazione (è la legge bronzea del mercato) che oggi non può non essere transfrontaliera, come ha sottolineato Pier Silvio Berlusconi, il quale con questa operazione vuol seppellire del tutto la sconfitta subita con Premium. Tuttavia non basta presidiare la tv in chiaro consolidandosi su scala internazionale. L’espansione continua di Netflix e dei suoi seguaci è destinata a restringere i margini di manovra. In Germania le sottoscrizioni di Netflix e Amazon sono cresciute lo scorso anno del 30 per cento sfiorando i 15 milioni di abbonati, mentre la pubblicità è in discesa netta: meno 20 per cento secondo le proiezioni fino al 2025. Non si può mollare il mercato on demand, bisogna penetrarci e presidiarlo. Insieme Mediaset e ProSiebenSat.1 hanno più chance. L’operazione vale 340 milioni di euro ed è amichevole, sottolinea Mediaset, del resto i due gruppi collaborano già in Ema, la European Media Alliance. Dichiarazioni costruttive sono venute anche da parte di Max Conze, ceo di ProSiebenSat.1: “Accogliamo con favore l’investimento del gruppo Mediaset e lo consideriamo un voto di fiducia nella nostra strategia e nel team”. In realtà, Conze, al comando da pochi mesi, puntava su una forte diversificazione verso i servizi in streaming con Discovery e l’e-commerce attraverso la Nucom. Non è detto che non vada avanti, ma certo oggi il socio industriale forte è Mediaset. ProSiebenSat.1 Media è uno dei più grandi gruppi televisivi in Europa con posizione di leadership in Germania, Austria, Svizzera e nei paesi del nord, e un fatturato di poco inferiore ai 5 miliardi di euro, insomma grosso modo la stessa taglia di Mediaset.

    

Lo scontro aperto con la Vivendi di Vincent Bolloré che possiede il 29 per cento del gruppo della famiglia Berlusconi, ha bloccato il Biscione che ha dovuto collocare Premium attraverso un negoziato con Sky incappato nell’Antitrust. La cessione delle torri di trasmissione 2i Towers per il 60 per cento al fondo infrastrutturale F2i ha fruttato plusvalenze per 471 milioni fornendo così risorse per l’operazione che sposta in Germania parte del baricentro di un gruppo finora tutto latino (Italia e Spagna). Mediaset ne aveva bisogno; del resto, il tentativo di aprire in Francia un rapporto privilegiato con Tf1 (la prima rete tv controllata dal gruppo Bouygues) non è andato al di là di un accordo commerciale, lo stesso dicasi per Channel 4. Insomma, l’idea ambiziosa era di prendere in contropiede Vivendi e costruire, anziché una “Netflix latina” (l’obiettivo dichiarato da Bolloré), un quadrilatero tra Italia, Spagna, Francia e Gran Bretagna. Ma i grandi progetti dei due mogul, Berlusconi e Bolloré, si sono arenati come al solito sulla questione chiave: chi comanda?

   

Tuttavia l’idea di una Netflix europea avanza per entrambi, con percorsi (per ora) distanti. Attraverso Canal Plus, Vivendi ha acquistato per un miliardo di euro la M7, una piattaforma che distribuisce a pagamento canali televisivi locali e internazionali in Belgio, Olanda, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania.

   

Altrettanto, la campagna tedesca con ProSiebenSat.1 di Mediaset è appena iniziata e gli analisti si chiedono come può evolvere. Gli esperti sostengono che sarebbe meglio puntare a una vera e propria fusione, questo però diluirebbe la quota Fininvest cosa che la famiglia Berlusconi non vuole. Mediaset ha compiuto una mossa giusta anche se obbligata per uscire dall’isolamento e dall’abbraccio di Vivendi. E’ interessante notare che mentre in Italia s’afferma il sovranismo in salsa valtellinese, gli eredi Agnelli e i Berlusconi varcano ancor più le Alpi. Francia e Germania, nemiche giurate di Salvini, sono alleate di Fiat e Mediaset. Chiamatela pure ironia della storia.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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