Uno studio farsa sull'Euro riaccende il pazzo partito della Lira

Luciano Capone

Un report tedesco sugli effetti della moneta unica segna il ritorno della fuffa anti euro, ma il paper è pieno di errori

Roma. È tutta colpa dell’euro, di nuovo. Se l’Italia non cresce da decenni, se la produttività è stagnante e se il paese è di nuovo in recessione è colpa dell’ingresso nella moneta unica. A dar retta allo spazio dedicato e alla maniera acritica con cui è stato presentato uno studio sui “vincitori e vinti” in vent’anni di euro, del Centre for European Policy (Cep) di Friburgo, è questo che gran parte del paese pensa della sua condizione economica e del suo ruolo nell’Eurozona. L’analisi del think tank tedesco ha gravi problemi metodologici, che non consentono a nessun economista serio di trarre le conclusioni che vengono esposte. Ma proprio per questo motivo è interessante per l’impatto che ha avuto sull’opinione pubblica e mediatica italiana.

 

Partiamo dal primo punto, cosa dice lo studio e com’è fatto. Il documento “20 years of the euro: winners and losers” afferma che dall’introduzione dell’euro la Germania ha guadagnato molto (+23 mila euro pro capite), mentre l’Italia ha perso tantissimo (-74 mila euro per ogni abitante). Anche l’Olanda si è arricchita tanto (+21 mila euro a testa), la Grecia poco (+190 euro) e gli abitanti di tanti altri paesi ci hanno perduto: Spagna (-5 mila), Portogallo (-40 mila), Francia (-56 mila). Ma a nessuno è andata male come agli italiani. Colpa dell’euro, quindi.

 

Come si giunge a questi risultati? Gli autori dello studio fanno questo esercizio: confrontano la dinamica della crescita di un paese entrato nell’euro con l’evoluzione che il pil di quel paese avrebbe avuto se non fosse entrato nella moneta unica. Ma come si fa a stabilire quale sarebbe stato il pil dell’Italia senza l’euro? Qui vengono i problemi. Il metodo è questo: si prendono dei paesi che non fanno parte dell’Eurozona e che hanno avuto un trend di crescita simile a quello dell’Italia negli anni precedenti all’introduzione dell’euro; si fa una media ponderata e si crea una fittizia “Italia senza euro” per fare il confronto con la crescita dell’Italia. La differenza tra le due Italie, una vera l’altra fittizia, è l’“effetto euro”.

 

Quali sono i problemi di questa metodologia? Essenzialmente due, e molto grandi. Innanzitutto, per attribuire le responsabilità all’euro bisogna presumere che nient’altro oltre all’euro abbia avuto un impatto in Italia e nel resto del mondo. È un’assunzione che si può fare a distanza di poco tempo da un determinato evento o cambio di policy, ma è ovvio che non serve a nulla se l’arco temporale preso in considerazione è ultradecennale. Sono successe più cose in vent’anni e nel mondo di quante ne possa sognare un gruppo di controllo!

 

L’altro problema è quanto siano simili o diversi i paesi utilizzati per il confronto. Lo studio ipotizza che l’Italia fuori dall’euro avrebbe avuto la stessa performance economica di un’Italia immaginaria composta così: quasi due terzi di Regno Unito (63 per cento), poco meno di un terzo di Australia (31 per cento), Israele quanto basta (4 per cento) e un pizzico di Giappone (2 per cento). Pensare che il nostro paese sia fatto a questo modo richiede un notevole sforzo di immaginazione. Non tanto per le differenze culturali e istituzionali, ma perché si tratta di economie molto diverse.

 

Ad esempio l’Australia è fortemente influenzata dall’esportazione delle materie prime e negli anni 2000 ha beneficiato del boom delle commodity che, ovviamente, non ha nulla a che fare con l’euro. Un discorso analogo si può fare con il Regno Unito, che nel periodo in considerazione ha fortemente deregolamentato il mercato finanziario. Insomma in questi paesi che, presi a pezzi, formerebbero questa sorta di paese di Frankenstein che è l’ipotetica “Italia senza euro” sono successe tante altre cose che non vengono considerate. Pertanto uno studio del genere, che non ha una base seria e robusta, non può in alcun modo stabilire in che misura l’euro abbia causato “vincitori e vinti”.

 

Ma proprio per le sue errate conclusioni, ciò che è importante è la calorosa accoglienza che questo studio ha ricevuto in Italia. Come se fosse la pistola fumante, o l’autopsia, che incastra Bruxelles e Francoforte nel caso della morte della crescita economica italiana. E in realtà, più che la prova della colpevolezza dell’euro, il grande spazio politico-mediatico dato all’analisi del Cep è l’indizio di un ritorno in grande stile della retorica anti euro. Nelle ultime settimane ci sono stati altri indizi, come le proposte di legge per nazionalizzare la Banca d’Italia e per mettere le mani sull’oro di Palazzo Koch, certi discorsi sul franco Cfa (“l’euro dell’Africa”) o la riproposizione dei cosiddetti “minibot”.

 

L’economia va male, molto probabilmente il paese sarà per il terzo trimestre consecutivo in recessione, si sta aprendo un buco di bilancio a cui si aggiungono 50 miliardi di clausole Iva da coprire nelle prossime manovre. Il governo dovrà decidere di tagliare la spesa (quella appena aumentata) o di alzare (ancora) le tasse. Nulla che per Lega e M5s, geneticamente fondate sul deficit, sia politicamente accettabile. Quale occasione migliore per tirare fuori di nuovo l’uscita dall’euro?

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali