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Tre punti da tenere in considerazione a proposito dello studio sugli effetti dell'Euro

Un report tedesco ha riacceso gli animi dei sovranisti nostrani. Che però non sembrano averne letto una parte. Appunti su osservazioni metodologiche e opinione dei ricercatori

4 Marzo 2019 alle 16:20

Tre punti da tenere in considerazione a proposito dello studio sugli effetti dell'Euro

Senato, dl sulle banche venete. Nella foto la protesta del M5s che lancia in Aula finte banconote da 500 euro (foto LaPresse)

È stato dato parecchio risalto nei giorni scorsi a uno studio di due ricercatori, Alessandro Gasparotti e Matthias Kullas, del Centre for European Policy di Friburgo, un think tank specializzato in analisi delle politiche europee. In breve, lo studio cerca di stimare l’effetto che l’euro ha avuto sui paesi partecipanti nei venti anni passati dalla sua introduzione. Ciò che ha attirato l’attenzione è il fatto che, secondo lo studio, l’Italia ha enormemente sofferto mentre la Germania ha tratto vantaggio dall’introduzione dell’euro. In questo articolo vorrei fare un paio di osservazioni metodologiche ed evidenziare qualcosa ignorato dagli organi di stampa che hanno riportato i risultati, ossia l’opinione dei ricercatori che hanno scritto lo studio su ciò che è opportuno fare in termini di politica economica.

  

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Prima però una breve premessa su ciò che lo studio fa e non fa. L’obiettivo è capire cosa sarebbe successo a un paese, per esempio l’Italia, se non fosse entrato nell’euro. Per farlo bisognerebbe osservare una storia alternativa in cui l’Italia non entra nell’euro. Questo naturalmente è impossibile quindi, come quasi sempre succede nelle scienze sociali, occorre usare alternative meno soddisfacenti. Lo studio usa la metodologia del ‘controllo sintetico’. Si prende una media di paesi che prima dell’introduzione dell’euro si comportava come l’Italia. Poi si fa l’ipotesi che, senza l’entrata nell’euro, l’Italia avrebbe continuato a comportarsi come la media di tali paesi. Infine si compara quello che veramente è successo in Italia con quello che è successo alla media degli altri paesi. La differenza la si imputa all’entrata nell’euro.

  

Non voglio qua entrare nella discussione sull’adeguatezza del metodo del controllo sintetico per valutazione di andamenti macro di questo tipo. Consiglio a chi è interessato di leggere l’articolo, scaricabile gratuitamente, che il professor Alessandro Martinello ha pubblicato su Strade. Mi preme però sottolineare che il rapporto causale tra l’introduzione dell’euro e la cattiva performance italiana non è dimostrato, ma semplicemente assunto. Per esser più chiari: sapevamo già che la performance economica italiana negli ultimi venti anni è stata patetica e nettamente inferiore a qualunque gruppo di controllo si scelga come comparazione. Il problema è capire perché è stata patetica. Lo studio non ha nulla da dire al riguardo. Fa l’ipotesi che l’introduzione dell’euro sia la causa, ma non cerca di dimostrarlo.

    

Veniamo ora alle due osservazioni metodologiche. L’utilizzo della metodologia del controllo sintetico, e in particolare l’ipotesi che le differenze nell’evoluzione del reddito siano imputabili unicamente all’introduzione dell’euro, è adeguata solo quando non ci sono altri grossi eventi che possono avere un impatto. Questo è riconosciuto, molto onestamente, dagli autori dello studio. Chi vuole leggere l’originale in inglese può facilmente reperire l’articolo in rete. Per chi si accontenta della mia traduzione in italiano (qui e nelle citazioni successive), ecco quello che dicono Gasparotti e Kullas: “il metodo del controllo sintetico implicitamente assume che nessuna riforma è stata intrapresa per accrescere il PIL pro capite dopo l’introduzione dell’euro, sia nel paese dell’eurozona considerato sia nella media dei paesi usati come comparazione”. Ovviamente, siccome la purezza non è mai possibile negli studi empirici in economia, ci possiamo aspettare che i risultati siano approssimativamente corretti se le riforme introdotte sono state minori. È a questo punto che la materia diventa complicata. Per esempio, come dobbiamo considerare le riforme del piano Hartz che in Germania, una quindicina di anni fa, introdussero importanti modifiche nella regolazione del mercato del lavoro e nel sistema di welfare? Come dobbiamo considerare le riforme strutturali del mercato del lavoro, del bilancio pubblico e del settore bancario che la Spagna ha intrapreso dopo la grande recessione? Se queste riforme sono state interventi radicali che hanno trasformato le potenzialità di crescita di queste economie allora è scorretto attribuire gli effetti sul pil all’euro. In mia opinione è difficile argomentare che riforme come queste hanno avuto un ruolo minore. In ogni caso sul tema lo studio è silente. Semplicemente si assume che l’impatto sia stato di secondo ordine rispetto all’introduzione dell’euro.

  

La seconda osservazione riguarda il meccanismo postulato per l’impatto negativo dell’introduzione dell’euro. Come già detto, lo studio non può rispondere a questa domanda. Però è ragionevole chiedersi se esiste una qualche spiegazione dell’impatto negativo dell’euro e quali implicazioni tale spiegazione abbia, per esempio sulla crescita delle differenti componenti del pil.

  

Gli autori affermano che “il problema della competitività divergente dei paesi dell’eurozona resta irrisolto. Sorge dal fatto che i singoli paesi non possono più svalutare le proprie monete per mantenere competitività internazionale, un metodo comunemente usato prima dell’introduzione dell’euro”. La tesi secondo cui è possibile sostenere la crescita di lungo periodo mediante una sequenza di svalutazioni competitive è tutt’altra che pacifica. Nel lungo periodo la competitività dipende principalmente dalla produttività dei fattori ed è dubbio che essa benefici di una politica di continue svalutazioni. Ma a parte questo, occorre osservare che se tale meccanismo fosse in funzione allora la parte meno dinamica del pil italiano dovrebbe essere il saldo delle partite correnti con l’estero. Non è così, e anzi è vero l’esatto contrario. Se c’è un aggregato per il quale l’Italia ha brillato negli ultimi anni (quelli in cui, secondo lo studio, la perdita rispetto al controllo sintetico è stata più forte) è proprio il commercio estero.

   

Veniamo infine all’opinione dei ricercatori. A commento dei numeri sulla Francia, un altro paese che risulta essere stato penalizzato dall’euro, Gasparotti e Kullas affermano: “sono necessarie riforme strutturali. Per ottenere benefici dall’euro, la Francia deve assolutamente restare sul sentiero di riforme che il Presidente Macron sta perseguendo”. Per l’Italia il commento è sostanzialmente lo stesso: “sono necessarie riforme strutturali. La Spagna mostra che le riforme strutturali possono rovesciare la tendenza negativa di una crescente perdita di prosperità”. Per qualche strana ragione, i sovranisti nostrani che continuano a ragliare su quanto sarebbe una buona idea uscire dall’euro non sembrano aver letto questa parte dello studio.

     

Se posso aggiungere una nota a margine, le recenti riforme italiane del mercato del lavoro e del welfare vanno in direzione esattamente opposta. Quando si vedranno gli effetti nefasti degli interventi vincolistici sul mercato del lavoro e del reddito di cittadinanza naturalmente si darà la colpa all’euro.

Sandro Brusco

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