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Il piano B(estiale) di Lega e M5s su Banca d'Italia

Attacco alla democrazia? Una strategia per uscire dall'euro? Cosa c'è dietro l'obiettivo della maggioranza di governo di “azzerare” l'istituto centrale italiano

10 Febbraio 2019 alle 09:54

Quello che Renzi non dice sulle banche pur dicendo molto

Banca d'Italia (foto LaPresse)

Azzerare la Banca d’Italia”. C’è del metodo in quella follia? Può darsi che Lega e M5S vogliano “comprarsi l’arbitro e cancellare la democrazia” come sostiene Enrico Letta. Può darsi che sia tattica governativa: un appeasement sulle spalle del comune nemico. E dopo la Francia, adesso tocca alla banca centrale e a chi le sta dietro, cioè la Bce di Mario Draghi, il vero bersaglio grosso. O forse sono stati i fischi ricevuti dalla platea ad eccitare gli “animali politici”. O magari la voglia di mettere la sordina (come infatti è avvenuto) alla manifestazione anti-governativa dei tre sindacati i quali si sono ripresi piazza San Giovanni che Beppe Grillo un anno fa aveva sottratto alla sinistra. Insomma, tante possono essere le spiegazioni immediate, ma ne viene in mente un’altra di più lunga lena, che potremmo chiamare strategica: il piano B.

 

Chi abbia letto quel che ha pubblicato il sito scenarieconomici.it che fa capo all’ex boiardino di stato Angelo Maria Rinaldi, si rende subito conto che una delle condizioni per uscire dall’euro e ripristinare la lira o comunque voglia chiamarsi la nuova moneta nazionale, è la ridenominazione del debito pubblico che oggi è in euro. Con la nuova lira che verrebbe svalutata del 25 per cento (almeno) sarebbe un esproprio per i risparmiatori oltre a collocare fuori mercato i titoli pubblici. Toccherebbe allora alla banca centrale intervenire, comprare i Btp e gettare moneta liquida sul falò del risparmio. Questa è la funzione di “prestatore di ultima istanza” nella versione sovranista. Perché ciò avvenga la banca centrale deve essere controllata politicamente e tornare a fare l’argentiere del principe, sottomessa alla volontà del governo. Oggi non è possibile, perché sul piano istituzionale vige il principio dell’autonomia e su quello tecnico il divorzio tra banca centrale e Tesoro lo impedisce.

 

Proprio il divorzio, introdotto nel 1981 quando il ministro del Tesoro era Beniamino Andreatta e la Banca d’Italia era governata da Carlo Azeglio Ciampi, è il bersaglio principale dei nazional-populisti. Di entrambi, sia della Lega sia del M5S. Basta leggere i loro media, i loro documenti, i loro programmi elettorali. Andreatta e Ciampi vengono ritenuti responsabili dell’ascesa del debito pubblico. La nuova commissione parlamentare presieduta da Gianluigi Paragone il giornalista uscito dalla sua Gabbia (di matti) è destinata a imbastire un processo politico non a chi ha mal gestito le banche, ma agli arbitri, ai guardiani, ai controllori, cioè alla vigilanza della Banca d’Italia e alla Consob.

 

Il fatto che siano stati questi ultimi a far scoppiare i bubboni diventa persino un’aggravante. Perché non dobbiamo dimenticare che la Lega voleva il salvataggio della Popolare di Vicenza e della Veneto Banca utilizzando i denari dei contribuenti per evitare che le banche, pilastro del sistema veneto-leghista, saltassero in aria, mentre i parlamentari pentastellati chiedevano di salvare la Cassa di risparmio di Chieti. E non parliamo poi di quel che sta accadendo con Carige, la cassa di risparmio di Genova sui cui pasticci il genovese Beppe Grillo ha fatto calare in tutti questi anni una cortina di silenzio politico.

 

Si dirà che la nostra interpretazione odora di complottismo perché sia Salvini sia Di Maio non vogliono lasciare l’euro (almeno per ora). Forse. Ma se l’obiettivo finale non può essere raggiunto (per il momento) c’è sempre un second best: mettere alla guida di Bankitalia un governatore filo-governativo che possa esercitare la sua moral suasion spingendo le banche a comprare titoli di stato (quanto alla Consob dovrebbe andare un ministro ancora in carica). Così il deficit può aumentare e il debito resta sostenibile. E’ l’obiettivo da perseguire di qui ai prossimi mesi, quando bisognerà rifare i conti (sballati) della manovra e prepararsi alla finanziaria per il 2020 che parte già con un handicap di 23 miliardi (a tanto ammonta l’Iva per le clausole di salvaguardia). Possiamo chiamarlo il piano B del piano B, dove B sta per bestiale.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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Commenti all'articolo

  • fiorevalter

    10 Febbraio 2019 - 14:02

    probabile che vogliano "pararsi il c." costringendo le banche a comprare i titoli pubblici ...peccato che spostino solo il problema perché poi le banche, ulteriormente appesantite dai bot italiani, andranno in sofferenza

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