Un economista della Lega lancia bordate contro quota 100

Giuliano Cazzola

Un rapporto del Centro studi di Alberto Brambilla, ex sottosegretario del Carroccio, smonta l'efficacia del decreto. "Con una mano si anticipa il pensionamento e con l’altra si toglie il diritto al lavoro"

Anziché contare le pecore per prendere sonno, il Truce e il Trucidello si affannano a registrare, all’istante, il numero dei lavoratori candidati "quotacentisti" che si recano agli Uffici dell’Inps e dei patronati a reclamare la pensione di conio gialloverde. A turbare l’euforia del Duo Fasano ministeriale è in arrivo un documento dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate, a cura di Itinerari previdenziali (il Centro studi di Alberto Brambilla) che spara a mitraglia – con argomenti fondati – contro il Capo II del decreto legge n.4/2019, dedicato, appunto, alle pensioni.

 

Ad avviso degli estensori (Gianni Geroldi, Laura Neroni e lo stesso Brambilla), la riforma Fornero aveva creato dei problemi. In particolare, il provvedimento aveva ingessato il sistema su due canali (età e anzianità contributiva) tanto che "per accedere alla pensione servono 67 anni di età anagrafica oppure una anzianità contributiva di 43 anni e 3 mesi per i maschi e 42 anni e 3 mesi per le femmine con ripercussioni negative per i cosiddetti precoci cioè quelli che hanno iniziato a lavorare prima dei 19 anni di età". Se poi proseguisse l’incremento di questi ultimi anni – fa notare il documento - tra un decennio potrebbero occorrere 45 anni di anzianità contributiva, "requisito che non è richiesto da nessun sistema pensionistico dei paesi Ocse". Queste e le altre critiche alla riforma del 2011 sono opinabili, ma vengono indicate dagli autori come la prova, rispetto alle questioni aperte, dell’inefficacia dell’intervento sulle pensioni contenuto nel "decreto dei miracoli".

 

E qui comincia il fuoco concentrato sulla Croce Rossa. Innanzi tutto i limiti temporali: è la prima volta che si affronta un tema così delicato con una riforma sperimentale per un triennio (2019-2021). "Non c’è cosa più destabilizzante per un sistema pensionistico - è scritto - che aprire un 'gate temporaneo' in cui valgono regole assai più favorevoli rispetto al sistema ordinario senza poi specificare cosa succederà dopo". Poi le osservazioni critiche assumono un tono maligno. A quanti rivendicano i colpi di piccone inferti alla riforma che porta il nome dell’ex ministro, il documento non risparmia nulla: "Dal decreto si evince altresì che la riforma Monti-Fornero non è stata cambiata di un millimetro (ohibò! ndr); sono state semplicemente introdotte alcune agevolazioni temporanee, con limitazioni molto criticabili (divieto di cumulo, finestre, TFR, ecc.) che varranno, nella migliore delle ipotesi, per 3 anni, salvo chiusura anticipata dei 'gate' per il superamento delle somme stanziate in Legge di Bilancio (clausole di salvaguardia e articolo 28)". Il che è certamente vero; ma le "agevolazioni temporanee" si mangeranno (con un aggravio di 48 miliardi di maggiori oneri nel decennio 2019-2028, secondo la relazione tecnica che accompagna il decreto) più della metà dei risparmi previsti, in periodi di analoga durata, dalla riforma Fornero (al netto dello scomputo di circa 12 miliardi complessivamente destinati alle 8 salvaguardie per gli "esodati").

 

 

Il documento dell’Osservatorio prosegue e affronta un tema cruciale, solitamente trascurato nei commenti: "quota 100" e le altre modifiche non causeranno soltanto uno squilibrio devastante nel sistema pensionistico (48 miliardi equivalgono a 3 punti di pil di maggiore spesa, di cui poco meno della metà nel primo triennio), ma anche sul mercato del lavoro. Soprattutto a causa di quell’uscita di massa che dagli statisi de noantri viene sbandierata alla stregua di un successo, come se fossero liberate tante anime dalle sofferenze del Purgatorio. Ma la temporaneità di quota 100, con 62 anni di età e 38 di contributi senza “paletti di salvaguardia” valida per soli 3 anni, di opzione donna (2018) e dell’agevolazione sull’anzianità contributiva (finisce nel 2026) potrebbero causare un aumento della "propensione al pensionamento" inducendo anche chi avrebbe continuato a lavorare a uscire il prima possibile (con una propensione prossima al 100 per cento) considerando tale agevolazione un’opportunità, forse non ripetibile trascorso il magico triennio.

 

"Nelle slide, il governo – prosegue il documento – indica un numero di nuovi pensionati nel triennio, pari a circa un milione; è evidente anche a un neofita che un tale numero manderebbe in default l’intero sistema pensionistico (30 miliardi di costo già a metà del terzo anno)". Tale ipotesi, tuttavia, non è ritenuta credibile dall’Osservatorio, anche perché farebbe scattare immediatamente le clausole di salvaguardia. Eppure, è proprio la relazione tecnica ad avvalorare un pensionamento massiccio in un periodo di forte rallentamento dell’economia che tenderà a generare elevati costi e un peggioramento del rapporto demografico attivi/pensionati. Per i soli effetti di "quota 100", la relazione tecnica prevede un maggior numero di pensioni, cumulato nel triennio, pari a 973mila unità, così suddiviso in totali parziali: 343mila dipendenti privati, 302mila lavoratori autonomi e 328mila dipendenti pubblici.

 

Tutto ciò conduce gli autori a una considerazione: "Con una mano si dà la possibilità di anticipare il pensionamento e con l’altra si toglie il diritto al lavoro (col divieto di cumulo, ndr), si riduce l’importo della pensione sia per la mancata indicizzazione all’inflazione sia per i tagli". Infine, ecco la sentenza inappellabile di condanna del decreto (ricordiamo che Alberto Brambilla, esperto di vaglia, già sottosegretario del ministro Maroni, è considerato vicino alla Lega): "Un progetto confuso, costoso e pericoloso che denota poca conoscenza dei problemi, mancanza di memoria storica e un disprezzo per il merito, l'esperienza e la preparazione… L’esperienza dei paesi sviluppati dimostra che più è elevato il tasso di occupazione degli over 55 e più è basso l’indice di disoccupazione giovanile; non esiste alcuna evidenza empirica che per ogni lavoratore che va in pensione sia assunto un giovane mentre è evidente che il lavoro di un soggetto con curriculum ed esperienza non può essere sostituito da un giovane apprendista’’.

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