Un bluff da 12 miliardi

Luciano Capone

Trasformare gli inattivi in disoccupati per fare più deficit. Il lodo Tridico sul Rdc è un pericoloso trucco contabile

Roma. Con il governo del cambiamento si apre una nuova stagione di finanza pubblica creativa. Fino a poco tempo fa il problema principale con Bruxelles era il deficit eccessivo, ora invece si scopre che il maggior deficit di oggi potrà farci fare molto più deficit domani, ma stavolta rispettando le regole europee. Il ministero del Lavoro di Luigi Di Maio, nella relazione tecnica del reddito di cittadinanza, scrive che grazie ai 6 miliardi di reddito di cittadinanza spesi quest’anno potremo spenderne il doppio, 12 miliardi, l’anno prossimo. Sempre a debito. Come è possibile una cosa del genere? Grazie a un trucco contabile. Secondo l’intuizione di Pasquale Tridico, che doveva essere ministro del Lavoro a 5 stelle e ora è consulente di Di Maio al ministero, con il reddito di cittadinanza verrebbero “attivati” 1 milione di individui nel mercato del lavoro, in questo modo aumenterebbe il tasso di partecipazione al lavoro, che a sua volta farebbe aumentare la stima del pil potenziale. In questo modo si amplierebbe il cosiddetto “output gap” – ovvero la differenza tra pil potenziale e pil reale – e di conseguenza, secondo le regole europee, l’Italia avrebbe “uno spazio fiscale aggiuntivo di oltre 12 miliardi”. Si tratta di una cifra pari alla metà delle clausole sull’Iva che incombono per l’anno prossimo, una somma enorme se si considera che è superiore alla correzione che il governo è stato costretto a fare in extremis per evitare la procedura d’infrazione.

 

Ma davvero basta uno stratagemma statistico che battezza “disoccupati” un milione di inattivi per far emergere una decina di miliardi di euro dal nulla? Ovviamente no. Ed essenzialmente per tre motivi. Il primo, abbastanza banale, è che la possibilità di fare deficit non dipende tanto dalle regole europee ma dalla disponibilità dei mercati a finanziarlo. 

E in questi sei mesi di spread in salita è evidente quanto per l’Italia questa disponibilità dei mercati sia sempre più costosa.

 

Il secondo problema è di tipo statistico. Per l’Unione europea il calcolo della forza lavoro e dei disoccupati non dipende dall’iscrizione ai Centri per l’impiego, ma dalle rilevazioni dell’Istat che seguono metodologie e standard internazionali che non cambiano per via governativa/amministrativa (anche se a inizio legislatura la sottosegretaria al Mef Laura Castelli aveva parlato di una “sinergia” con l’Istat “per il raggiungimento degli obiettivi del contratto di governo”).

Il terzo problema riguarda il calcolo dell’output gap, ovvero di quell’indicatore che consente di depurare il bilancio dagli effetti del ciclo economico. Come riferiscono dalla Commissione europea, e come peraltro ben sanno al Mef, a differenza di ciò che sostiene Tridico il calcolo dell’output gap non avviene in maniera così meccanica. Non basta pagare degli individui per trasformarle da “inattivi” a “disoccupati” e ampliare così lo spazio fiscale. Ai fini del calcolo del pil potenziale c’è un altro indicatore che viene considerato ed è la disoccupazione strutturale, ovvero il Nawru (Non-accelerating wage rate of unemployment, che rappresenta il tasso di disoccupazione in coincidenza del quale non si osservano spinte inflazionistiche sui salari). Questo vuol dire che se il milione di “attivati” dal reddito di cittadinanza non dovesse trovare in pochi mesi un posto di lavoro, a quel punto insieme alla forza lavoro aumenterebbe anche la disoccupazione strutturale (Nawru), con il risultato che alla fine il pil potenziale e l’output gap rimarrebbero grosso modo costanti. Insomma, la crescita potenziale – e quella reale – aumentano solo se si creeranno davvero nuovi posti di lavoro e non per un artificio burocratico.

 

C’è però un altro elemento che Tridico e il governo non considerano ed è l’altra gamba della legge di Bilancio, ovvero la controriforma delle pensioni. Perché a fianco ai presunti effetti positivi sulla forza lavoro e sul pil potenziale del reddito di cittadinanza ci sono i sicurissimi effetti negativi di “quota cento”. Il provvedimento, rivolto a una platea di 350 mila persone, ha l’obiettivo opposto al Reddito di cittadinanza: “disattivare” forza lavoro. E per essere sicuri che i neo pensionati non lavorino più, il governo ha previsto anche il divieto di cumulo tra redditi da pensione e da lavoro. Questo comporterà una riduzione della partecipazione al lavoro, una diminuzione del pil potenziale, e di conseguenza una contrazione dello spazio fiscale. Con l’economia in recessione e decine di miliardi di clausole da disattivare, al governo converrebbe iniziare a pensare a coperture diverse dai giochi di prestigio contabili.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali