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Incastrati nel passato con scarsa visione sul futuro. L’Italia populista secondo Deaglio

Riflessioni dal XIII Rapporto sull’economia globale e l’Italia. Se non sarà recessione, c’è il rischio consunzione

21 Gennaio 2019 alle 19:52

Incastrati nel passato con scarsa visione sul futuro. L’Italia populista secondo Deaglio

Mario Deaglio (foto Imagoeconomica)

Milano. Recessione, stagnazione o miracolo? “Si può anche non finire in recessione”, è la cauta ma saggia risposta di Mario Deaglio, economista di lungo corso che oggi, 21 gennaio, ha presentato il “Rapporto sull’economia globale e l’Italia” giunto all’edizione numero 23, un check-up ormai tradizionale sulle tendenze del Bel Paese. Cautela, però, non vuol dire reticenza. Deaglio non nasconde le sue critiche alla manovra il cui impatto sulla crescita “presentato come espansivo, difficilmente lo sarà”. E ritiene “probabile” l’aumento dell’Iva per l’anno prossimo, “anche perché l’esecutivo si trova a pagare per i rinvii accordati ai governi che lo hanno preceduto”. In queste condizioni spiega l’ex direttore del Sole 24 Ore, è “assai improbabile che possa scendere il debito pubblico”. Ma anche lo spread, nei prossimi mesi, non dovrebbe spostarsi di molto dai livelli attuali. 

 

Le cose cambieranno in autunno – prevede – una volta scontati i risultati del voto europeo. Non è affatto detto, per esempio, che il rapporto debito /pil debba per forza restare sotto il 3 per cento: una nuova Commissione potrebbe regalare un po’ di spazio ai governi sovranisti che pagheremmo a caro prezzo”. Come del resto già accadrà per questa manovra: “Il suo effetto sugli investimenti è troppo debole: la Ragioneria generale dello stato ha stimato in 0,6 punti percentuale la crescita addizionale ma a cui va sottratto 0,5 punti di avanzo primario: si può dedurre che il moltiplicatore di lungo termine sarà vicino a zero, perché qualsiasi risorsa presa a prestito dai posteri sarà pagata, prima o poi, dalle imposte dei posteri”. 

 

Ma, al di là di queste e altre fondate perplessità sulla prima manovra del nuovo corso, l’analisi dl Deaglio affonda il bisturi nei problemi di intrinseca debolezza “di un paese molto antico, con storie di civiltà che proseguono senza interruzione da migliaia di anni e di un stato molto giovane” ancora “non asse-stato”. Un paese alla ricerca di una nuova via tra la fine delle ideologie e nuovi paradigmi di sostenibilità, non solo ambientale. Difficile individuare i protagonisti della nuova stagione: i “nuovi borghesi”, descritti da Deaglio in un saggio di fine millennio, invecchiati senza dare seguito alle promesse. I loro figli, gli under 30 non risparmiano, non leggono i quotidiani, nutrono sfiducia nei confronti della crescita così come è stata loro presentata. Anche questo è alla base del problema principale della congiuntura: l’assenza di investimenti. “Per ragioni che pare ancora complicato decifrare e solo in parte di natura tecnologica, l’Italia, paese piuttosto florido in quanto a ricchezza finanziaria investibile afflitta da una sorta di inappetenza verso i nuovi investimenti reali”. 

 

Il risultato? Per ripristinare lo stesso tasso di crescita sul pil precedente alla crisi sarebbero necessari 70-80 miliardi di euro, quelli che un tempo venivano immessi nel sistema e che oggi mancano a un’economia gracile. Difficile sperare in un ricostituente in arrivo da fuori, un po’ per la concorrenza spietata nella caccia ai capitali, un po’ per i limiti del paese, specie nella parte più bisognosa, il Mezzogiorno. Per questo, suggerisce Deaglio, vale la pena di puntare su “una parola di sei sillabe che costituisce un ponte fragile e poi via via sempre più robusto: sostenibilità”. Rinunciamo a Marx ma anche a Milton Friedman, riscopriamo la saggezza degli indiani d’America: “Noi non ereditiamo la Terra, ma prendiamo a prestito dai nostri figli”. Ma la sostenibilità non è quella passiva, parente stretta della decrescita cara ai grillini, bensì quella attiva che passa dall’economia circolare. E che fare nell’attesa? Deaglio, che è uno spirito pratico, ha un suggerimento per fare pagare le tasse: ridurre l’uso del contante e sostituire le imposte sul reddito con imposte sul cash flow, “più tempestive e sicure” più capaci di raccogliere gettito in vista di un fisco più equo. 

Ugo Bertone

Classe 1953, torinese, laurea in giurisprudenza, ha lavorato all'ufficio stampa della Borsa in anni remoti, poi al Sole 24 Ore e alla Stampa. Ha partecipato all'avventura di Epf (Borsa & Finanza e Finanza & Mercati) e si è pure divertito. Ama l'economia reale, l'industria in particolare. Per questo preferisce le storie cinesi, rispetto alle miserie a tasso zero di casa nostra.

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