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I ladri del futuro

Il macigno del debito può schiacciare il nostro paese quando l’Europa e i mercati puniranno il bluff di Salvini e Di Maio. Come siamo arrivati fin qui e perché indebitarsi per sostenere la crescita ha un senso, ma farlo per la decrescita è un furto ai nostri figli. Inchiesta

22 Ottobre 2018 alle 17:21

I ladri del futuro

Il 16 gennaio 1937, Herbert Hoover arringava i repubblicani del Nebraska contro il New Deal rooseveltiano: “Beati i giovani perché essi erediteranno il debito pubblico”. Raramente una vecchia battuta è tornata tanto attuale. Il debito pubblico complessivo degli stati membri dell’Unione europea, al 31 dicembre 2017, era pari a circa 12 mila miliardi di euro. L’Italia, con 2.263 miliardi, aveva da sola il 18 per cento di tutti i debiti europei (il 23 per cento di quelli dell’Eurozona), pur producendo l’11 per cento del prodotto interno lordo (pil). Cosa significa questo, per il nostro paese e per l’Unione? Chi aveva ragione, tra il pessimista Hoover e l’ottimista Ronald Reagan, che molti anni dopo avrebbe liquidato le preoccupazioni sul deficit dicendo che era grande abbastanza da badare a se stesso? Tra il 2008 e il 2017, il debito Ue è cresciuto di 1,6 volte in valore assoluto, quello italiano “solo” di 1,4: ma l’uno è passato dal 61 all’82 per cento del pil, l’altro dal 102 al 132 per cento. L’Italia spende per gli interessi il 3,8 per cento del pil, contro una media europea del 2 per cento. L’anno scorso, il nostro paese ha avuto un deficit del 2,4 per cento del pil, oltre il doppio (in termini relativi) del resto d’Europa. Nella misura in cui il debito pubblico è un problema, esso rappresenta una questione europea e la questione italiana. Ma, appunto, non è scontato che del debito dobbiamo davvero preoccuparci. Matteo Salvini, per esempio, non la pensa così: “Più l’Ue ci dice ‘non spendete soldi’, più lo faremo”. Anche Luigi di Maio pare convinto che nell’indebitamento stia la chiave della crescita: “Facciamo un po’ di debito per abbassare le tasse”. Perfino i più attenti alla responsabilità fiscale, quando erano al governo, hanno subito con insofferenza i limiti all’indebitamento, che derivano sia dalla nostra Costituzione (l’articolo 81 prescrive l’equilibrio di bilancio strutturale) sia dalle regole europee (Maastricht prima e il “Six Pack” e il Fiscal compact adesso). Intanto, però, è proprio il livello del debito – assieme alla bassa crescita – a spingere l’agenzia Moody’s a tagliare il rating italiano, ormai un solo scalino sopra la “spazzatura”. 

   

Il debito pubblico nasce dal fatto che lo stato spende più di quanto incassi tra tasse, contributi e altre entrate 

Il debito pubblico nasce dal fatto che lo stato, sistematicamente, spende più di quanto incassi tra tasse, contributi e altre entrate. Nel 2017, tredici paesi Ue hanno chiuso il bilancio in attivo: Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Grecia, Croazia, Cipro, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia. Tali paesi congiuntamente rappresentano attorno al 33 per cento del pil dell’Ue28, ma la Germania da sola fa il 21 per cento. Se allunghiamo lo sguardo all’intero decennio della crisi (2008-2017), scopriamo che gli unici due paesi ad aver mantenuto il bilancio mediamente in pareggio (o in attivo) sono Lussemburgo e Svezia. Tutti gli altri hanno un segno negativo, col record irlandese di un deficit medio dell’8,6 per cento del pil (e una punta del 32,1 per cento nel 2010).

   

Il debito pubblico, come quello privato, costituisce una minaccia nella misura in cui sorgono dubbi sulla capacità del debitore di corrispondere quanto dovuto ai creditori. Di conseguenza, riflettere sul debito implica porsi almeno tre domande: per quali ragioni il debitore ha chiesto soldi in prestito a terze parti (“i mercati”)? sarà in grado di generare abbastanza reddito futuro? quali conseguenze ci saranno se non dovesse essere in grado di onorare i debiti, o anche solo se i creditori attuali e potenziali si convincessero di tale rischio?

    

Una minaccia nella misura in cui sorgono dubbi sulla capacità del debitore di corrispondere quanto dovuto ai creditori

Le regole europee sul debito sono riconducibili a queste tre domande. Nel momento in cui – attraverso il bilancio Ue e soprattutto attraverso la moneta unica – si crea una solidarietà tra gli stati membri, il comportamento di ciascuno ha conseguenze per tutti gli altri. L’euro è un club che genera molti e grandi benefici ai suoi soci. Il più importante, che ha avuto un effetto tangibile per il nostro paese negli ultimi due decenni, consiste nella discesa dei tassi di interesse e per le imprese e per gli stati. La spesa per interessi è passata da oltre il 10 per cento del pil degli anni Novanta al 3,8 per cento nel 2017. Grazie all’azione della Banca centrale europea, il costo del denaro è rimasto sotto controllo in tutta l’Eurozona, favorendo l’accesso al credito per le imprese. Il beneficio è stato maggiore per i paesi che, a torto o a ragione, erano considerati meno affidabili: tra di essi, l’Italia. E a trarne il massimo vantaggio sono state quelle imprese che hanno fatto leva sull’accesso al credito e ai mercati Ue per investire, innovare e riposizionarsi nelle catene globali del valore. Guardando da una prospettiva italiana, il più grande successo economico dell’euro e dell’Europa va cercato nella straordinaria performance delle imprese esportatrici (prevalentemente manifatturiere del centro-nord) che hanno vissuto la concorrenza internazionale non come un vincolo ma come uno stimolo, e che in questi anni si sono letteralmente fatte carico di trainare l’intero paese.

  

C’è però una vasta parte di paese che non ha vinto – e per certi versi non ha neppure realmente giocato – quella che Filippo Taddei ha chiamato “la scommessa dell’euro”. Le classi dirigenti italiane ed europee, che ci hanno traghettando verso la moneta unica, avevano immaginato che l’ambiente macroeconomico favorevole avrebbe spinto il nostro paese a modernizzarsi. Questo non è accaduto, o lo ha fatto solo in parte. Da un lato, la riduzione della spesa per il servizio al debito pubblico non è stata colta dagli apparati statali come occasione per ristrutturare la spesa, che era e rimane inefficiente e di bassa qualità: anziché abbassarne il livello e spostare risorse dalla spesa corrente agli investimenti abbiamo fatto il contrario, indebitandoci senza porre i presupposti per una crescita inclusiva.

   

Dall’altro lato, il settore privato – specie nella componente dei servizi, meno esposta alla concorrenza e fortemente regolamentata – non ha messo in moto (o non ha seguito fino in fondo) quei processi, necessariamente dolorosi, che ne avrebbero aumentato la produttività. Il risultato è che continuiamo ad avere una prevalenza di piccole e micro imprese poco produttive, servizi costosi e scarsa innovazione.

  

Le conseguenze di questa enorme occasione sprecata si sono rovesciate pesantemente sull’Italia durante la crisi post 2008: quando il nostro paese, che aveva alle spalle una crescita anemica, è stato investito da una recessione feroce da cui non ci siamo ancora risollevati. Il peso del debito pubblico si è fatto insostenibile, nonostante l’ulteriore sforzo della Banca centrale europea che, con le sue politiche “non convenzionali”, ha contribuito in maniera determinante a salvare l’Italia dal default. E’ in questo contesto che le regole europee si sono rivelate insoddisfacenti esattamente per la ragione opposta a quella per cui vengono generalmente criticate: non troppo rigide, ma troppo lasche. Per capirne le ragioni, occorre fare due digressioni: una sulla storia del debito pubblico italiano, l’altra sull’evoluzione delle regole Ue.

  

Il debito pubblico italiano

La traiettoria di lungo termine del debito pubblico italiano è stata ricostruita da due economisti della Banca d’Italia, Maura Francese e Angelo Pace, in occasione dei 150 anni dall’Unità. Naturalmente, il debito non va guardato in valore assoluto, ma nel rapporto col pil (cioè del reddito nazionale). E’ da tale proporzione che deriva la percezione di affidabilità del paese (oltre che, ovviamente, dalla storia del paese stesso, che nel nostro caso è fortunatamente quella di un buon pagatore). Scrivono gli autori: “Sono evidenziabili quattro fasi di accumulo del debito. La prima caratterizza tutta la seconda parte del Diciannovesimo secolo, con un massimo assoluto nella seconda metà degli anni Novanta; la seconda e la terza (i cui massimi sono raggiunti nel 1920 e nel 1943) sono connesse con le due guerre mondiali”. La quarta fase si innesta negli anni della Prima Repubblica. Segue una quinta fase, posteriore alla pubblicazione dello studio, che coincide col decennio appena trascorso. A noi interessano le ultime due, perché è da esse che dipende la situazione nella quale ci troviamo oggi.

   

Se ci concentriamo sull’Italia repubblicana, il debito si stabilizza su un livello molto basso (tra il 30 e il 40 per cento del pil) negli anni del boom economico. La crescita riprende invece impetuosa a partire dagli anni Settanta e soprattutto Ottanta del Novecento. In questo periodo vengono poste le basi per la crisi di produttività che avrebbe travolto il paese nel trentennio successivo. Mentre in precedenza il debito era esploso in corrispondenza di sforzi bellici, in questo caso lo fa nel nome di una guerra contro una realtà che, sul piano economico e sociale, era segnata dal cambiamento tecnologico e dalla globalizzazione. Le sue radici sono culturali e profonde (si veda la serie di Michele Boldrin sul “Governo rosso-brunato” sul blog noiseFromAmerika).

  

Durante la crisi post 2008 il nostro paese, che aveva alle spalle una crescita anemica, è stato investito da una recessione feroce da cui non ci siamo ancora risollevati

Per nostra sfortuna, quella guerra è stata vinta sul piano politico, e in buona parte la condizione italiana di oggi coincide con le macerie economiche che essa ha lasciato. Per comprenderne la portata, occorre avere in testa i binari paralleli della politica di bilancio e della politica industriale di quel periodo. L’una segue la logica dell’aumento esponenziale degli entitlement: sono gli anni delle baby pensioni, delle cattedrali nel deserto e dei panettoni di stato – e anche della scala mobile e delle svalutazioni competitive. L’altra persegue un obiettivo strategico che si rivelerà esiziale: governare cambio tecnologico e globalizzazione senza mettere in discussione la struttura produttiva esistente – sia nelle specializzazioni settoriali, sia nella sua estrema frammentazione – e anzi difendendola e schermandola, anziché promuoverne l’evoluzione. In questa logica si comprendono scelte apparentemente slegate, che vanno dal frequente intervento pubblico nei salvataggi delle imprese in crisi all’utilizzo strumentale della regolamentazione e della politica commerciale in chiave anti-concorrenziale, fino all’uso allegro della cassa integrazione e alla diffusa tolleranza dell’evasione fiscale e della non-compliance con le regole. Tutto ciò finirà non solo per schermare le imprese italiane dai venti del cambiamento, ma anche per introdurre perversi disincentivi alla crescita dimensionale. Nei termini della politica odierna, potremmo dire che i governi italiani diedero piena legittimità alla paura, assecondarono la domanda di protezione e saldarono tutto con un pagherò che noi, oggi, abbiamo ancora in mano.

    

Fast forward fino al periodo che va dalla “scommessa dell’euro” fino alla grande crisi del 2008. Per aderire alla moneta unica, l’Italia ha dovuto mettere a posto i conti: lo ha fatto costruendo un sistematico e rilevante avanzo primario nel bilancio pubblico (grande merito dei governi di centrosinistra degli anni Novanta), che ha ottenuto attraverso una feroce stretta fiscale (loro massima colpa) e una politica di privatizzazioni densa di luci e ombre. Anche allora, però, il tentativo era quello di stare nei parametri senza forzare troppo, e anzi cercando di non stravolgere lo status quo. Solo che, nel frattempo, il mondo era ormai cambiato, attraversando mutamenti epocali.

  

Nel decennio 2008-2017 l’Italia paga le conseguenze della bassa crescita del periodo precedente e della rigidità della sua spesa pubblica. Sicché, alla naturale tendenza all’aumento della spesa durante la fase recessiva del ciclo, si aggiunge il deterioramento delle finanze pubbliche, il repentino aumento del costo del debito (almeno fino alle misure emergenziali adottate dal governo Monti e all’avvio del Quantitative Easing da parte di Mario Draghi) e la spirale perversa tra riduzione del denominatore (il pil) e aumento del numeratore (il debito stesso) nel fatidico rapporto. Nel 2011 l’Italia era pericolosamente vicina al fallimento.

  


E’ solo grazie ai sacrifici degli italiani (a partire dall’Imu) e alla riforma Fornero se abbiamo superato la difficilissima congiuntura del 2011. Ed è pertanto doppiamente disdicevole che oggi il governo metta a repentaglio quello sforzo e, con esso, il futuro degli italiani


  

E’ solo grazie ai sacrifici degli italiani (a partire dall’Imu) e alla riforma Fornero se abbiamo superato quella difficilissima congiuntura. Ed è pertanto doppiamente disdicevole che oggi il governo metta a repentaglio quello sforzo e, con esso, il futuro degli italiani. Rispetto alla torrida estate del 2011, la situazione è migliorata sotto alcuni aspetti ma peggiorata sotto altri. I governi Letta, Renzi e Gentiloni non possono essere accusati di austerità – Veronica De Romanis lo ha ampiamente documentato sul Foglio – ma hanno comunque mantenuto una certa disciplina di bilancio. Pertanto, le deviazioni del nostro paese rispetto agli impegni di riduzione del debito sono state in qualche modo rese compatibili coi vincoli Ue e sono state comprese e accettate dai mercati, che fino alle elezioni di marzo 2018 non avevano dato particolari segnali di nervosismo. Il caos successivo dipende dalla crescente convinzione che l’Italia stia tirando troppo una corda pericolosamente vicina a strapparsi. Vediamo perché.

  

Ue: dal patto stupido a quello un po’ più intelligente

Nell’economia moderna, e a maggior ragione In un’unione monetaria, nessuno stato è un’isola. Più i mercati sono integrati e interconnessi – e la loro integrazione è precisamente la ragione per cui si è fatto l’euro – più ciascuno dipende dagli altri. Adottare regole comuni è pertanto necessario a prevenire quello che gli economisti chiamano azzardo morale. Si tratta del fenomeno per cui un individuo può avere l’incentivo ad assumere rischi eccessivi, se ritiene che non ne subirà le conseguenze per intero. L’esempio da manuale è quello delle cinture di sicurezza (oggetto di un celebre paper di Sam Peltzman del 1975): sentendosi più sicuri di sé e confidando nel fatto che gli altri siano ligi alle regole, gli automobilisti tenderanno a guidare più veloce, col risultato che le fatalità potrebbero aumentare o, comunque, diminuire meno di quanto atteso. Allo stesso modo, la politica monetaria comune produce benefici per tutti i membri dell’Eurozona, col risultato che alcuni potrebbero essere tentati di approfittarsene. La ritrosia dell’Italia rispetto alla responsabilità fiscale ne è una manifestazione concreta.

  

Il timore di questo tipo di comportamenti anti-sociali ha reso praticamente necessario adottare una disciplina comune, per obbligare – in teoria – gli stati membri a raggiungere uno standard adeguato. Il primo tentativo in tal senso fu il Trattato di Maastricht, che obbligava i paesi europei a far convergere il proprio rapporto debito/pil verso il 60 per cento e, a tal fine, imponeva un tetto al deficit pari al 3 per cento del pil. 

   

Questi parametri sono stati (e ancora sono) oggetto di ricostruzioni fantasiose, ma in realtà sono semplicemente figli dell’aritmetica. All’epoca di Maastricht (1991), il rapporto debito/pil medio era del 60 per cento. Il tetto del 3 per cento deriva semplicemente dall’obiettivo di mantenere costante tale rapporto, sotto la duplice ipotesi di un’inflazione al 2 per cento (corrispondente al target della Bce) e una crescita reale del 3 per cento annuo. La scelta di fissare il debito al livello medio e di determinare in tal modo il deficit è naturalmente arbitraria e discutibile: ma, nella misura in cui ogni soglia contiene un margine di discrezionalità, appare ragionevole. Come ha dimostrato Luigi Marattin, lo stesso approccio, aggiornato ai dati di vent’anni dopo avrebbe prodotto un deficit significativamente più elevato, attorno al 3,9 per cento, con un debito attorno al 90 per cento.

  

Questa rigidità e dipendenza dalle condizioni iniziali (incluso un tasso di crescita reale che oggi appare un miraggio per il nostro paese) spiega perché Maastricht è passato alla storia come “patto stupido ma utile”, nella azzeccata definizione di Romano Prodi. Esso aveva vincoli troppo rigidi, specie durante le recessioni, e difficilmente difendibili man mano che il tempo della loro genesi si allontanava. Così si è passati a un corposo pacchetto di direttive e regolamenti, noti come “Six Pack” e “Two Pack”, oltre che al Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, che include il Fiscal Compact. La sintesi di questi interventi è che adesso si guarda al disavanzo strutturale (ossia corretto per il ciclo economico e per le misure una tantum) e a un percorso di avvicinamento all’obiettivo del rapporto debito/pil del 60 per cento.

  


  Sebbene lo spread rappresenti un forte incentivo perché si traduce immediatamente in maggiore spesa per interessi e in peggioramento delle condizioni di indebitamento di famiglie e imprese, esso si presta molto bene alla narrazione del complotto


   

Questa strada, che include un rafforzamento della sorveglianza sugli squilibri macroeconomici, sull’andamento della spesa e via discorrendo, tiene conto degli andamenti congiunturali, e in tal senso è meno stupida e più utile di Maastricht. Infatti, contiene sia elementi di flessibilità endogeni, sia esogeni. Tra i primi, tiene conto dei cosiddetti stabilizzatori automatici (cioè l’aumento delle spese sociali) durante le recessioni, oltre a una serie di eccezioni e deroghe, quali i contributi erogati dallo stato per la stabilizzazione del sistema finanziario internazionale e gli interventi sui sistemi pensionistici. Le flessibilità di natura esogena includono la possibilità di accordare agli stati membri ulteriore spazio fiscale in presenza di riforme particolarmente ambiziose, se esse sono finalizzate a stimolare la crescita. Inoltre, nel tracciare il sentiero di riduzione del rapporto tra debito e pil, il Fiscal Compact consente diversi criteri di calcolo, tra cui lo stato membro può scegliere quello più conveniente. Proprio il ricorso a questi strumenti ha consentito all’Italia di mantenere in questi anni – specie quelli in cui il pil continuava a flettere – una politica fiscale relativamente espansiva, nonostante l’esplosione del rapporto debito/pil, senza necessariamente porsi in posizione conflittuale con l’Unione e suscitare la sfiducia dei mercati.

  

La duplice peculiarità dell’attuale governo sta nella esplicita sfida alle regole europee – che l’esecutivo rivendica il diritto di violare – e l’irrisione dei mercati. Tale atteggiamento solleva a sua volta due rischi. In primo luogo, le regole Ue si sono rivelate efficaci nella moral suasion ma assai meno cogenti quando si è trattato di erogare sanzioni: infatti, numerosi stati membri, compresa l’Italia, sono stati messi sotto procedura di infrazione ma raramente questo ha comportato effetti concreti. E’ chiaro che l’assenza di un meccanismo credibile di sanzione rende meno stringente l’impegno dei governi nazionali a convergere verso la riduzione del debito al livello prefissato. Secondariamente, e nell’assenza di un effettivo pungolo europeo, il principale stimolo alla disciplina fiscale è arrivato dai mercati (come in Italia nel 2011, quando la crisi politica e l’insediamento del governo tecnico furono proprio una risposta al rischio di crack delle finanze pubbliche). Purtroppo, sebbene lo spread rappresenti un forte incentivo perché si traduce immediatamente in maggiore spesa per interessi e in peggioramento delle condizioni di indebitamento di famiglie e imprese, esso si presta molto bene alla narrazione del complotto. Inoltre, il “Whatever It Takes” di Draghi, e le politiche non convenzionali dell’Eurosistema, che hanno indubbiamente contribuito a salvare il nostro paese, hanno anche in qualche modo anestetizzato i segnali dei mercati, allontanando lo spettro del fallimento e alleggerendo la pressione riformista (un fenomeno che gli studiosi chiamano incoerenza temporale). In questa prospettiva, c’è davvero un rischio di avvitamento, in cui l’elevato debito pubblico può rendere l’Italia un paese percepito come malato – e dunque, in un ambito dove gli agenti economici prendono decisioni sulla base delle loro aspettative, ad aggravarne la patologia. La decisione di Moody’s – a cui probabilmente seguiranno le altre agenzie – ne è solo l’ultimo segnale in ordine di tempo.

  

Non tutti i debiti sono uguali

La situazione si fa ancora più preoccupante – nella sostanza come nella percezione – se si guarda al perché l’Italia continua a indebitarsi. Un paese che soffre di una pluridecennale crisi di produttività, dovuta proprio all’uso della regolamentazione e della spesa pubblica per frenare le trasformazioni strutturali dell’economia, ha un estremo bisogno di innovazione e investimenti. In parte, questo può costituire la base per un argomento a favore degli investimenti pubblici, che negli ultimi anni sono stati alimentati prevalentemente da fondi europei. Si tratta di un tema delicato: non tutti gli investimenti pubblici hanno effetti pro-crescita, ma certamente una spesa pubblica la cui composizione sia pericolosamente sbilanciata dal lato della spesa corrente non determinerà alcun effetto a favore dello sviluppo.

  

Il bilancio pubblico italiano, da questo punto di vista, è un caso da manuale di cattiva allocazione delle risorse. Nel 2017, la spesa pubblica era pari a circa 840 miliardi di euro, quasi la metà del pil. Di questi, il 92 per cento (774 miliardi) era spesa corrente. Le voci più importanti, ai nostri fini, sono il servizio al debito (66 miliardi, l’8 per cento del totale) e la spesa sociale (342 miliardi, il 40 per cento del totale). Della spesa sociale, la massima parte serve a pagare le pensioni. Per quanto riguarda invece la spesa in conto capitale, gli investimenti fissi lordi rappresentavano circa la metà, ossia il 2 per cento del pil (a fronte di una media Ue intorno al 3 per cento).

  

Questi dati vanno messi a sistema con le proposte che saranno contenute nella legge di bilancio. Il governo, infatti, ha dato ampia pubblicità al fatto che – per finanziarle – farà ricorso all’indebitamento. Di fronte a tale quadro, cosa può pensare un risparmiatore o un investitore in procinto di decidere se acquistare i titoli del nostro Tesoro? La domanda che egli razionalmente si porrà è se la crescita attesa dell’Italia sia sufficiente a fornire, attraverso il prelievo fiscale, le risorse per ripagare il dovuto. Purtroppo, è verosimile che le ragioni di scetticismo prevalgano su quelle di ottimismo. In primo luogo, il governo esprime stime sulla crescita nel 2019 e negli anni successivi decisamente superiori a quelle di tutte le altre istituzioni, nazionali ed estere. E’ possibile che vi sia un complotto tra l’Ufficio parlamentare di bilancio, la Banca d’Italia, il Fondo monetario internazionale e le agenzie di rating, ma è più probabile che l’esecutivo pecchi (consapevolmente e colpevolmente) di velleitarismo. Alzi la mano chi sarebbe tranquillo a fare affari con una controparte che bara.

  


Il passaggio più preoccupante del comunicato di Moody’s è quello che cita, tra gli aspetti rassicuranti, il fatto che “le famiglie hanno elevati livelli di risparmio, un’importante potenziale fonte di finanziamento per lo stato”. Tra noi e una gigantesca imposta patrimoniale c’è un solo passo


 

Secondariamente, la composizione della spesa pubblica italiana – che, come abbiamo visto, è già in partenza più orientata al presente che al futuro – finirà per risultare ulteriormente spinta in quella direzione. Infatti, i cavalli di battaglia della maggioranza, cioè il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni, contribuiscono non solo ad aumentare la spesa corrente, ma a sottrarre risorse potenzialmente produttive dal mercato del lavoro (i giovani inoccupati e i lavoratori anziani, rispettivamente). Di fronte a queste informazioni – non solo pubbliche, ma strombazzate in ogni occasione – le agenzie di rating non potranno non ridurre la valutazione del nostro debito. Questo finirà per amplificare la spirale negativa innescata dalle intemperanze governative: le banche, italiane e no, che hanno titoli del Tesoro in portafoglio, già oggi registrano perdite a causa del crollo delle quotazioni dei Btp. Inoltre, se i nostri titoli saranno classificati come “spazzatura”, saranno costrette a vendere, così come i fondi pensione di mezzo mondo, causando un nuovo credit crunch di dimensioni imponenti. Un rischio denunciato con parole nette anche da Carlo Bonomi all’assemblea di Assolombarda: “Il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita… Per questo canale torna a manifestarsi il rischio di una ulteriore restrizione del credito, e di traslare su famiglie e imprese il maggior costo del debito pubblico”.

  

Infine, il debito di oggi è la tassazione di domani: chi osserva il nostro paese e vede da un lato un carico fiscale in crescita prospettica, dall’altro l’assenza di misure pro-crescita, sarà poco propenso a scommettere sulla sua performance economica. Di conseguenza, limiterà i propri investimenti in Italia e chiederà tassi di interesse più alti sul debito pubblico. In assenza di improbabili svolte riformiste, l’Italia si trova su una naturale traiettoria di declino, che la legge di bilancio 2019 rischia di accelerare. Tutti dovrebbero leggere con apprensione il comunicato con cui venerdì scorso Moody’s ha spiegato il downgrading, facendo esplicito riferimento alla politica di bilancio gialloverde. Il passaggio più preoccupante è quello che cita, tra gli aspetti rassicuranti, il fatto che “le famiglie hanno elevati livelli di risparmio, un paracolpi importante sui futuri choc e anche un’importante potenziale fonte di finanziamento per lo stato”. Tra noi e una gigantesca imposta patrimoniale c’è un solo passo, e il governo si sta muovendo in quella direzione.

  

Conclusione: too big to fail o too big to be saved?

Il macigno del debito pubblico (per riprendere l’immagine che dà il titolo a un libro di Carlo Cottarelli) potrebbe schiacciare l’intero paese. Non sappiamo quali peccati Di Maio e Salvini stiano compiendo con pensieri e omissioni, ma con parole e opere giocano una partita a poker che ha per posta l’intero paese. Prima o poi, e più prima che poi, nella continua sfida all’Unione europea e ai mercati arriverà il momento di vedere: a quel punto sarà chiaro che l’Italia non ha nulla in mano. In realtà lo si capisce già oggi: sta scritto nei dati che abbiamo ricordato e che tutti conosco. La vocazione al bluff, quando è dichiarata apertamente, erode la credibilità del giocatore.

  

Come ogni debito, anche quello pubblico presuppone la fiducia tra chi presta e chi si indebita: quanto più quest’ultimo si comporta da spaccone, anche se la sua condotta è stata fino a quel momento irreprensibile, tanto più maturano sospetto e sfiducia. In economia, questi due termini non hanno una connotazione morale: hanno un costo, cioè tassi di interesse più alti. A parità di spesa, pertanto, vi saranno meno risorse per altri utilizzi. E’ proprio dalla consapevolezza di questi rischi che derivano i vincoli europei e costituzionali all’indebitamento. Ed è il rifiuto di tali limiti, retorico e politico prima ancora che sostanziale, a suscitare le preoccupazioni dei “mercati”, cioè degli individui che devono scegliere in quale modo investire i propri risparmi. L’Italia forse è too big to fail – come sembrano credere gli esponenti della maggioranza che scommettono su qualche intervento salvifico dell’Europa o della Bce – ma è senza ombra di dubbio too big to be saved.

  

Un debito pubblico delle dimensioni di quello italiano rappresenta un’ipoteca sul futuro del paese. Ciò è tanto più vero se si considera la genesi di quel debito (finanziare le politiche che hanno contribuito a tenere sotto schiaffo la produttività italiana) e le ragioni per cui esso continuerà a esondare (idem). Indebitarsi per sostenere la crescita può avere un senso. Farlo contro di essa è tre volte masochista: perché replica gli errori passati; perché implica la vittoria della paura contro l’ambizione di costruire un domani più prospero ed equo; perché buona parte dello sforzo verrà vanificata proprio dal conseguente aumento degli interessi. E’ presto per dire se nei prossimi mesi divamperà una nuova crisi del debito – cosa che potrebbe succedere per esempio in corrispondenza degli inevitabili downgrading – ma se dovesse accadere, a farne le spese saranno tutti gli italiani. Per parafrasare Terry Pratchett, dai il fuoco a un uomo e starà al caldo per un giorno, dai fuoco a un uomo e starà al caldo per il resto della vita.

Carlo Stagnaro

E’ nato nel 1977. E’ direttore Energia e ambiente dell’Istituto Bruno Leoni. Oltre che col Foglio, collabora con varie pubblicazioni italiane e straniere. Fa parte della redazione della rivista Energia e ha pubblicato articoli su testate specializzate quali Oil & Gas Journal ed Energy Tribune. Per l’IBL cura l’Indice delle liberalizzazioni; il suo ultimo libro è “Sicurezza energetica. Petrolio e gas tra mercato, ambiente e geopolitica”. E’ sposato con Silvana e ha un figlio, Andrea.

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