L'ottimismo è l'unico vaccino anti rancore

Claudio Cerasa

La manovra di Salvini e Di Maio non ha abolito la povertà ma ha abolito il futuro. E l’unico modo per riprendersi il futuro oggi è osservare il mondo per quello che è, senza aver più paura del progresso. Spunti per un nuovo manifesto dell’ottimismo

La domanda che qualche attento lettore si potrà porre in questi giorni osservando la magnifica lista degli invitati alla festa del Foglio è come diavolo sia possibile organizzare una sincera giornata di orgoglio ottimista in un momento storico come quello attuale, dominato dai campioni del rancore, dai professionisti della paura, degli aedi del pessimismo. Un lettore spiritoso ci ha chiesto se sabato prossimo a Firenze – tutti invitati! – useremo un fotogramma del Titanic come nuovo manifesto dell’ottimismo. Ma per quanto possa sembrare paradossale in un’epoca in cui la società aperta è sotto assedio, in cui l’Europa scricchiola, in cui la democrazia balbetta, non c’è nulla di più urgente che essere realisti sul presente senza smettere di essere ottimisti sul futuro. E se dovessimo scrivere un manuale del perfetto ottimista razionale e non irresponsabile, al primo punto del nostro manifesto dovrebbe esserci un imperativo semplice e allegro che potrebbe suonare così: avere fiducia nel progresso è l’unico modo per guardare in faccia la realtà. Il ragionamento può sembrare un po’ sofisticato ma diventa immediatamente chiaro se lo facciamo precipitare all’interno di un ambito in cui il governo del cambiamento sta purtroppo mostrando il suo lato peggiore: il mondo del lavoro.

 

Un governo ostaggio del rancore – e dunque del pessimismo – tende a immaginare il futuro, e dunque il progresso, cogliendone solo i lati negativi, ed è proprio all’interno di questa tetra cornice che finora sono maturate tutte le politiche che hanno sfiorato il mercato del lavoro. Il futuro è un incubo, la tecnologia è un pericolo, l’innovazione è un guaio, l’avvento dei robot è una minaccia e per questo occorre dedicare la propria attenzione e le proprie risorse non a creare posti di lavoro ma a creare le condizioni per far sentire a loro agio coloro che si trovano fuori dal mercato del lavoro. Nasce così il reddito di cittadinanza, la quota cento, la chiusura dei negozi la domenica, la demolizione del Jobs Act, la tassa aggiuntiva sui contratti di lavoro a termine, la trasformazione degli imprenditori in prenditori. Nascono così le riforme del lavoro che combattendo la flessibilità non fanno altro che combattere l’occupazione per stessa ammissione del ministero del Lavoro (la nota tecnica del decreto dignità prevede che grazie alla riforma Di Maio verranno persi 8.000 posti di lavoro all’anno per almeno dieci anni).

 

  

La priorità che deve avere chi governa

 

Matteo Salvini dice spesso di voler governare l’Italia più da papà che da politico e allo stesso modo Luigi Di Maio dice spesso di voler governare l’Italia più da cittadino che da politico. Ma se i due vicepremier avessero a cuore il futuro dei nostri figli e dei cittadini dovrebbero iniziare a spiegare ai propri elettori quello che forse non si possono permettere di spiegare: la rivoluzione industriale che stiamo vivendo non è solo distruzione ma è anche una grande occasione. E il modo migliore per sconfiggere la povertà, più che sussidiare chi non ha un lavoro, è costruire le condizioni affinché un domani chi si avvicinerà al mercato del lavoro abbia il maggior numero di opportunità per poter lavorare. E un modo utile per creare opportunità di lavoro è cominciare a osservare il mondo per quello che è, e non per quello che sembra. Osservare il mondo per quello che è significa rendersi conto che un popolo che non sa cosa sa fare il suo paese è un popolo che non è pronto ad affrontare le sfide del futuro – in pochi lo sanno, ma il 71 per cento degli italiani ignora che l’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa. E osservare il mondo per quello che è significa iniziare a fissare bene nelle nostre teste un numero che ciascun buon padre di famiglia, e ciascun cittadino, dovrebbe conoscere a memoria: il 65 per cento dei bambini che si affaccia in questo momento alla scuola elementare, come previsto a luglio da un paper del World Economic Forum, un domani farà un lavoro che oggi ancora non esiste.

 

Comunque li si vogliano guardare, questi numeri ci dicono che la priorità di una classe dirigente dovrebbe essere quella di preoccuparsi del futuro dei nostri figli non sfidando l’Europa per sussidiare la non occupazione ma sfidando la retorica del piagnisteo per occuparsi di un problema spesso ignorato dalla classe politica: la mancanza non di lavoro ma di lavoratori qualificati con le giuste competenze per affrontare il futuro. E per capire l’importanza di questo concetto è sufficiente mettere insieme un po’ di dati che fotografano bene uno dei fenomeni meno conosciuti del mercato del lavoro italiano: il mismatching, la difficoltà nel trovare profili di lavoratori con capacità in grado di rispondere alle esigenze delle aziende. Capita spesso sui giornali locali di imbattersi in qualche trafiletto pronto a riportare notizie come quelle comparse a inizio anno in Veneto, dove su 50.330 posizioni aperte sono 16.433 quelle con difficoltà di reperimento e 7.635 di queste non ricevono abbastanza candidati, ma per studiare bene il fenomeno del mismatching può essere utile curiosare tra le settantasei pagine del rapporto Unioncamere pubblicato a maggio e relativo alla previsione dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia negli anni tra il 2018 e il 2022. Il primo dato utile è relativo al passato e riguarda il 2017: secondo Unioncamere lo scorso anno è stato di difficile reperimento il 37 per cento delle professioni specialistiche, il 33 per cento delle professioni tecniche, il 31 per cento degli operai specializzati. Il secondo dato riguarda invece gli anni che vanno dal 2018 al 2022: il fabbisogno di lavoratori in Italia in questo arco temporale sarà di 2,575 milioni di persone, di cui 2,211 milioni solo nel settore privato. La richiesta di fabbisogno sarà per il 36 per cento di alto profilo, per il 35 per cento di medio profilo, per il 29 per cento di basso profilo, e i laureati e i diplomati dovrebbero rappresentare il 62 per cento del fabbisogno totale. Nel solo mese di settembre di quest’anno sono stati contati 415 mila contratti di lavoro da stipulare, ma il 26 per cento di questi ha presentato una difficoltà di  reperimento di competenze.

 

All’interno della ricerca di Unioncamere c’è anche un elemento di pessimismo legato al fatto che tra le previsioni non viene considerato il rischio di automazione, ovvero la possibilità che una parte del fabbisogno previsto in questi anni sia sostituito da macchinari, da computer o da algoritmi. L’indagine presenta comunque una stima che si attesta attorno al 12 per cento del fabbisogno previsto e che significa che nei prossimi quattro anni su 2.566.000 nuovi posti di lavoro di cui ci sarà bisogno quelli che verranno sostituiti da macchinari, computer o algoritmo sono circa 308 mila. Di fronte a questi dati l’atteggiamento di un osservatore o di un legislatore può essere di due tipi. Il primo atteggiamento è quello di considerare il futuro un nemico del presente e di fare quello che hanno scelto di fare una volta arrivati al governo Di Maio e Salvini: la rivoluzione industriale distruggerà molti posti di lavoro e aumenterà la precarietà e così per proteggere i cittadini occorre trovare e punire chi non vuole assumere subito a tempo indeterminato occupandosi contestualmente di trovare un modo per dare risorse non a chi può creare un lavoro ma a chi non riesce a trovare un lavoro.

 

Il secondo atteggiamento è quello di considerare il futuro come una fonte di opportunità, e non di pericoli, provando a destinare il maggior numero di risorse per dare agli imprenditori più occasioni per assumere, per dare ai lavoratori più occasioni per lavorare, per dare a tutti coloro che si affacceranno nei prossimi mesi o nei prossimi anni al mondo del lavoro più strumenti per migliorare le proprie competenze. E per capire la pericolosità della strada imboccata con lucida irresponsabilità da Luigi Di Maio e da Matteo Salvini non è necessario guardare solo al rendimento quotidiano dei titoli di stato (il decennale è arrivato a 3,61, a fine marzo era 1,81, mentre lo spread ha superato quota 320, e a marzo era a quota 130) ma è sufficiente sfogliare rapidamente la nota di aggiornamento del Def e fermarsi a due numeri: spesa per pensioni e redditi di cittadinanza pari a 1,2 per cento del pil, spesa per investimenti, e dunque per il futuro, pari allo 0,2 per cento del pil. La manovra di Salvini e Di Maio non ha abolito la povertà ma ha abolito il futuro. E guardare il mondo per quello che è e non per quello che sembra è l’unico modo per provare a riprenderselo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.