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Le idee di Galli della Loggia fanno il gioco di Lega e M5s

Ciò che accomuna i populisti al governo agli intellettuali è la diffidenza verso i mercati

10 Ottobre 2018 alle 10:39

Le idee di Galli della Loggia fanno il gioco di Lega e M5s

L'editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia (Foto LaPresse)

Al Mef, i soldi che servono, devono decidersi a tirarli fuori!”. “Se devo scegliere tra lo spread e gli italiani, io scelgo gli italiani”. “Bruxelles deve rendersi conto che milioni di italiani col loro voto hanno scelto una politica economica diversa”. Per Ernesto Galli della Loggia (Le risorse contese tra i Poteri, Corriere della Sera, 1° ottobre), “la polemica in corso tra l’osservanza o meno delle regole europee in materia di deficit” deriva da un cambiamento del rapporto tra politica ed economia, tra democrazia e potere economico. La democrazia ha bisogno di risorse in quantità sempre crescenti, e per procurarsele è spinta fatalmente a cercare di sottomettere ai suoi bisogni l’economia. Mentre fino agli anni 80 del Novecento c’era stata la prevalenza della politica sull’economia, da allora le cose sarebbero cambiate, come conseguenze di due fenomeni: primo, aver reso le banche centrali indipendenti dal potere politico; secondo, avere liberalizzato il mercato dei capitali, rendendolo “unificato e interconnesso”. Per effetto della prima, la politica ha perso il controllo sui tassi di cambio e di interesse; per effetto della seconda, il mercato ha “accresciuto il proprio raggio d’azione e d’influenza rispetto ai bilanci statali bisognosi di credito”.

  

Che il dire queste cose rischi di farsi “passare all’istante per tifosi dei partiti di governo” può preoccupare Galli della Loggia, ma non rileva per chi è interessato a capire come sia diventato maggioritario il favore per quello che succintamente chiamiamo “populismo”. È reazione diretta dei due cambiamenti che egli indica, oppure mediata dalle critiche che a essi vennero mossi da quelle che allora si credevano classi egemoni nel paese? Il populismo è figlio della reazione popolare alle dislocazioni prodotte dal liberismo, o delle critiche mosse da larga parte di intellettuali e politici al “neoliberismo”? Il populismo è endogeno o esogeno?

 

L’indipendenza della politica monetaria dal governo non nacque come “la rivolta delle opinioni pubbliche nei confronti degli errori, degli sprechi, della corruttela”, ma come rimedio alla stagflazione degli anni 70: furono la visione di Milton Friedman e la determinazione di Volcker a salvare l’America. Dopo di che in tutto il mondo, con poche e non commendevoli eccezioni, tutte le banche di emissione vennero rese indipendenti dal potere politico. In Italia il Tesoro pretendeva che Bankitalia comprasse i Bot lasciati inoptati da banche e risparmiatori, e Bankitalia avrebbe considerato “sedizioso” rifiutarsi di farlo: si indebitava lei, stampando moneta. Questo provocava l’aumento dei prezzi e la rincorsa di salari e pensioni, un processo che si avvita su se stesso, un tunnel con al fondo l’Argentina. La Banca d’Italia divenne indipendente nel 1981, con il “divorzio” voluto da Andreatta e Ciampi. La Bce nasce indipendente da tutti i governi dell’Eurozona, con divieto assoluto di monetizzare il debito. La politica sottomessa dall’economia? È la politica a non riuscire a immaginare un suo ruolo che non richieda più spese; per questo ha bisogno di finanziarsi, e solo offrendo interessi elevati riesce ad attrarre coloro a cui chiede soldi. Politica può essere addossare alle generazioni future i debiti contratti oggi; politica, con pari legittimità, è garantire ai propri elettori che il valore dei loro risparmi non verrà eroso dall’inflazione.

 

Che la liberalizzazione dei capitali dei mercati finanziari abbia contribuito anch’essa a sottoporre la politica all’economia, e quindi a produrre la spaccatura “tra l’osservanza o meno delle regole europee in materia di deficit” è affermazione invero sorprendente. Se devo vendere la mia merce, in questo caso titoli di debito pubblico, più gente c’è disposta a comprarla, meglio è: aumenta il prezzo e quindi diminuisce l’interesse da corrispondere. Non solo, ma siccome non tutti i risparmiatori vogliono la stessa cosa, più il mercato è grande, più aumenta la probabilità di trovare qualcuno interessato proprio a un prodotto con le caratteristiche di rischio/rendimento del mio. Più gente vogliosa di investire, meno rischio che “i bilanci statali bisognosi di credito” vengano presi per il collo. Altro che “inedita condizione di tendenziale impoverimento/dipendenza economica degli stati”.

Gli italiani detengono notoriamente un importante risparmio. Poniamo che uno abbia deciso di investirlo a reddito fisso: se gli è consentito solo di acquistare il debito voluto dalla “politica” alla condizioni volute dalla “politica” e gli è vietato cercare sul mercato mondiale il prodotto con le caratteristiche che considera più adatte al suo portafoglio, penserà che la politica ha vinto oppure che gli ha fatto perdere soldi? E’ un vantaggio per tutti che i mercati finanziari siano “unificati e interconnessi”: rende possibile ai risparmiatori di tutto il mondo di investire il proprio danaro con il rapporto rischio/rendimento preferito, e agli stati indebitati di pagare il tasso di interesse corrispondente a quello che globalmente viene considerato il rischio di non essere ripagato.

 

Certo che c’è diversità tra i ragionamenti di Galli della Loggia e quelli di ministri e portavoce gialloverdi. Diverso è parlare di tensione tra politica ed economia, o contrapporre i milioni di voti ricevuti al potere dei burocrati; mettere in una prospettiva storica la cessione a banche centrali indipendenti del potere di controllare cambi e interessi, o servirsene nella contingente polemica anti euro; giustificare il “distribuire risorse e assicurare protezione sociale” con la necessità di evitare “conseguenze funeste [per] l’avvenire dei regimi democratici”, o voler convincere che sono un mezzo per promuovere la crescita. Ma molto più importante, ai fini dell’evoluzione del quadro politico, è riconoscere la contiguità tra l’attuale populismo e le opinioni di politici e intellettuali che l’hanno preceduto: la diffidenza verso i mercati, la resistenza a comprendere che non è il debito, ma l’impegno dei cittadini a creare la “ricchezza delle nazioni”.

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