Perché i fattori invisibili della produttività sono ancora deboli

Veronica De Romanis

Donne, giovani, meritocrazia, digitalizzazione, efficienza della Pa. Cosa blocca l’economia (e il governo non se ne occupa)

Il nostro paese è previsto crescere nella media del biennio 2018-2019 intorno all’1,2 per cento, il tasso più basso dell’intera zona euro. Meglio di noi farà anche la Grecia. Un modo per capire le ragioni di questa performance così deludente è quello dell’analisi della produttività, essendo quest’ultima correlata positivamente alla crescita. La produttività tiene conto del capitale, del lavoro e di una serie di fattori legati ad esempio all’ambiente economico, alla valorizzazione del capitale umano, al grado di meritocrazia e di digitalizzazione, all’efficienza della Pubblica amministrazione: l’organizzazione di questi fattori determina la cosiddetta “produttività multifattoriale”. Questa componente della produttività totale non è osservabile e, pertanto, viene calcolata in modo residuale, come crescita dell’output non imputabile a variazioni di produttività del lavoro e del capitale

 

Negli ultimi venti anni la produttività in Italia è stata ferma, negli altri paesi, invece, è cresciuta. Come dimostrato in uno studio svolto con The European House-Ambrosetti, tale dinamica è riconducibile all’impatto che le varie componenti della produttività hanno avuto sulla crescita. Se il contributo alla crescita media italiana dell’ultimo decennio del lavoro e del capitale è stato limitato ma positivo, quello della produttività multifattoriale, a differenza degli altri partner europei, è stato negativo. In altre parole, l’interazione dei fattori appena descritti ha agito da freno, ostacolando – invece che favorendo – lo sviluppo del paese. Per crescere e colmare il divario con le altre economie europee è, quindi, necessario agire in maniera prioritaria sulla produttività multifattoriale.

 

A tal fine, la classe imprenditoriale italiana può giocare un ruolo importante, per esempio, potenziando gli investimenti in formazione e in tecnologie digitali, ma anche attraverso una maggiore attenzione al merito e al fattore dimensionale (“piccolo” non può più essere così bello dal momento che “piccolo” significa anche essere meno produttivi rispetto ai competitor europei). Tuttavia, il ruolo di primo piano spetta al governo con le sue scelte di politica economica.

 

Sulla base di un’analisi dettagliata, lo studio Ambrosetti ha evidenziato una serie di ambiti di azione. In primo luogo è necessario riformare la Pubblica amministrazione al fine di aumentarne l’efficienza: le imprese italiane, solo per citare uno dei moltissimi dati illustratati nello studio in questione, impiegano il doppio dei giorni (circa 230) per adempiere alle procedure fiscali. Bisognerebbe, pertanto, cominciare dal ridisegnare il perimetro dello stato, valutando il ruolo del settore pubblico rispetto a quello del privato. I dati dimostrano che migliaia di enti inutili potrebbero essere chiusi con ovvi benefici in termini di accresciuta produttività, migliore qualità dei servizi e maggiori risparmi di risorse pubbliche: eppure, di questi “tagli” – certamente costosi dal punto di vista politico – non se ne parla più. Una volta chiarito “chi fa cosa”, è necessario capire “come lo fa”. Andrebbero, pertanto, introdotti criteri di valutazione chiari, semplici e condivisi all’interno delle pubbliche amministrazioni. Solo a questo punto è possibile valutare l’eventuale deficit di risorse. A questo proposito, l’assunzione di circa mezzo milione di dipendenti pubblici promessa dal ministro della Funzione Pubblica rischia di avere un impatto limitato – persino negativo – sulla produttività se prima non è stato definito “chi fa cosa e come lo fa”. Per esempio, prima di assumere nuovo personale nei tribunali, sarebbe utile capire quanto tempo quello già assunto passa in ufficio, al bar o a casa; oppure, prima di assumere nuovo personale con competenze digitale potrebbe essere utile valutare il ricorso all’outsourcing. Definire “chi fa cosa e come lo fa” consente, peraltro, di liberare risorse da investire nei settori dove lo stato fa la differenza, come quello della formazione e della ricerca e sviluppo. Anche in questo caso, l’Italia si posiziona in fondo alla classifica, con una spesa rispetto al pil ben inferiore alla media europea e pari al 2 per cento.

 

Il secondo ambito di azione per il governo è quello della valorizzazione del capitale umano, in particolare quello femminile. I dati parlano chiaro. L’Italia è penultima in termini di occupazione femminile: solo il 52 per cento delle donne in età compresa tra i 20 e i 64 anni ha un’occupazione, 14 punti percentuali in meno rispetto al media dei paesi dell’Unione europea. Ancora una volta, peggio di noi fa solo la Grecia. Peraltro, quando lavorano, le donne guadagnano meno degli uomini e più degli uomini si ritrovano in una situazione di part-time involontario. Tutto ciò si traduce in un divario pensionistico che contribuisce a alimentare il già numeroso esercito di anziane povere. Nonostante questi dati allarmanti, di donne si parla poco e le donne parlano poco, anche perché non partecipano ai processi decisionali di questo paese. Non deve, pertanto, stupire se nel Contratto di governo, ci si riferisce alle donne in quanto “mamme” o in quanto “pensionate”, mai in quanto “lavoratrici”. Eppure, l’esperienza dimostra che più donne nel mercato del lavoro danno maggiore impulso non solo alla crescita ma anche alla natalità, uno dei principali driver dello sviluppo economico. Intervenire è fondamentale visto che l’Italia con i suoi 8 nati per 1.000 abitanti ha registrato nel 2016 il più basso tasso europeo. Per favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, il governo può fare molto, a cominciare dal fornire incentivi corretti sul piano fiscale: il modo in cui è stata disegnata la flat tax, per esempio, rischia di sortire effetti opposti.

 

I giovani sono l’altra categoria che andrebbe “valorizzata” al fine di accrescere la produttività del sistema e, quindi, la crescita. Nel dibattito attuale si parla dei giovani associandoli alla riforma delle pensioni. La logica del governo è semplice: “fuori un anziano, dentro un giovane”, anzi “un giovane e mezzo” come ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Questa cifra, definita “presa a caso” dallo stesso leader leghista non ha, però, nessun fondamento, perché la cosiddetta staffetta generazionale non esiste, le esperienze passate lo dimostrano: le competenze richieste per occupare il posto di chi va in pensione non sono intercambiabili con quelle offerte dai giovani. Peraltro, per crescere, questo paese non ha bisogno di più persone in pensione, bensì di più persone al lavoro. Non a caso, le economie che oggi crescono più di noi registrano tassi di disoccupazione giovanile più bassi associati a tassi di occupazione di lavoratori in età avanzata più elevati. Se si vuole davvero favorire l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro, il governo dovrebbe investire maggiormente in formazione (sistema alternanza scuola-lavoro) e politiche attive (l’Italia spende un decimo della Germania), a cominciare dai centri per l’impiego. I dati indicano che solo il 4 per cento dei laureati trova lavoro attraverso questo canale. La maggior parte dei laureati sfrutta network personali a danno della valorizzazione del merito e del talento, fattori che alimento la produttività multifattoriale.

 

In conclusione, per far crescere questo paese, la produttività deve essere messa al centro dell’azione di governo. Eppure nel Contratto di governo di produttività non c’è traccia. Qualcuno sostiene che è attraverso l’attuazione del reddito di cittadinanza – misura simbolo del Contratto –, che il governo intende accrescere la produttività. Il reddito di cittadinanza, almeno nella versione che circola, non è altro che un mero trasferimento di risorse da una categoria di persone (i contribuenti) verso un’altra categoria (i disoccupati). Difficile pensare in questo modo di incidere in maniera significativa sulla produttività.

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