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Di Maio vuole punire i “nababbi” che fanno la bella vita con le pensioni d’oro. Ma i numeri sono contro di lui

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

26 Giugno 2018 alle 06:15

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Luigi Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, cerca di conquistare la scena con una proposta anti-casta: il taglio delle “pensioni d’oro” (LaPresse)

Senza dubbio, tra tutti i “poteri forti” che ostacoleranno il “governo del cambiamento” e il suo “contratto”, l’aritmetica sarà quello più forte e ostinato. E, nella dinamica delle forze di maggioranza, l’opposizione di questo nemico sarà un problema soprattutto per Luigi Di Maio. Perché Matteo Salvini e la Lega si sono posizionati sul versante del programma che riguarda provvedimenti a costo zero, ma dal forte valore simbolico ed evocativo, al capo del M5s tocca realizzare quella parte del programma che comporta un ingente impiego di risorse economiche. Così, se per Salvini sarà piuttosto agevole respingere qualche nave carica di immigrati rendendo mediaticamente visibile una riduzione del flusso che è già dell’80 per cento, per Di Maio sarà molto più complicato realizzare il reddito di cittadinanza, fare la controriforma delle pensioni e intervenire in grandi crisi aziendali come Ilva e Alitalia. Perché servono un sacco di soldi, che però non ci sono.

 

Tra tutti i “poteri forti” che ostacoleranno il “governo del cambiamento” e il suo “contratto”, l’aritmetica sarà quello più forte

E così il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, nel tentativo di dividere il palcoscenico mediatico occupato dal ministro dell’Interno, cerca di conquistare la scena con una proposta anti-casta: il taglio delle “pensioni d’oro”. L’obiettivo sono i “nababbi” che faranno le vacanze “sullo yacht perché hanno una pensione d’oro di migliaia e migliaia di euro – dice Di Maio – che da anni gli paga tutta la collettività a causa delle distorsioni del vecchio metodo retributivo”. Pertanto, dice il ministro del Lavoro, “Vogliamo finalmente abolire le pensioni d’oro che per legge avranno un tetto di 4.000 / 5.000 euro per tutti quelli che non hanno versato una quota di contributi che dia diritto a un importo così alto” e in questo modo “grazie al miliardo che risparmieremo potremo aumentare le pensioni minime”.

  

La proposta di Di Maio non è necessariamente “populista”. Estende retroattivamente i pilastri del sistema contributivo, alla base delle le riforme degli ultimi 25 anni, e si fonda su principi di equità sociale e intergenerazionale nonché di giustizia contributiva, condivisi negli anni da personalità come la professoressa Elsa Fornero e il presidente dell’Inps Tito Boeri. Il “populismo” della proposta di Di Maio, quindi, non è nella sfida alla “casta” dei pensionati ma nella minaccia alle leggi della matematica. “Il maggior problema dei pentastellati è da sempre quello di non riuscire a quadrare gli ordini di grandezza, tra tagli di spesa e riallocazione dei risparmi ottenuti – ha scritto Mario Seminerio sul blog “Phastidio”. Da sempre è così: un tempo i grillini volevano salvare il bilancio dello stato tagliando le auto blu, ad esempio. Oggi ci riprovano con le “pensioni d’oro”. Il fatto è che dal provvedimento annunciato, Di Maio non ricaverà 1 miliardo di risparmi, ma un decimo. I conti li ha fatti in uno studio “Tabula”, la società di ricerca su welfare e previdenza di Stefano Patriarca, secondo cui l’intervento previsto dal contratto di governo – taglio delle pensioni d’oro (superiori ai 5 mila euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati – produrrebbe un risparmio di soli 115 milioni. Le persone con un reddito da pensione superiore a 5 mila euro sono infatti solo 30 mila (il 2 per mille dei pensionati), con un reddito medio di circa 5.840 euro al mese. “Nel complesso la spesa annua a carico dello stato e dell’Inps per tali redditi pensionistici è di circa 4 miliardi, l’1,4 per cento dell’intera spesa pe pensioni”, dice Patriarca. Il problema non è solo che la platea è ridotta, ma che quanto più il reddito da pensione è alto tanto più in genere lo squilibrio contributivo – ovvero la differenza tra pensione e contributi versati – è bassa. E questo per due motivi tecnici: perché le pensioni d’oro sono in genere caratterizzate da vite lavorative continue e contributi numerosi e perché le pensioni più alte vengono già ridurre dai rendimenti decrescenti. Pertanto lo squilibrio, che in genere per le pensioni retributive è attorno al 25 per cento, quanto più si sale tanto più si riduce fino a scendere al 5-6 per cento per le pensioni oltre i 5 mila euro mensili. Alla fine il taglio ai “nababbi” sarebbe di poche centinaia di euro al mese. “Il gettito complessivo, considerando che la riduzione lorda sarebbe compensata in parte da un riduzione di prelievo fiscale connesso alla minore pensione percepita, può essere stimato in circa 115 milioni annui” (210 milioni di minor spesa e 85 milioni di minori imposte).

 

Si tratta di una somma davvero marginale, insufficiente a qualsiasi tipo di intervento sul sistema pensionistico. Per fare un confronto sugli ordini di grandezza in gioco, basta considerare il costo degli ultimi provvedimenti in materia previdenziale: l’aumento e l’estensione della quattordicesima sono è costato circa 800 milioni, l’Ape social 600 milioni, l’ampliamento della no tax area 250 milioni, l’ottava salvaguardai per gli esodati 300 milioni. Per aumentare le pensioni minime – un provvedimento che a seconda dei paletti scelti riguarda dai 2 ai 4 milioni pensionati – servono svariati miliardi di euro, altro che cento milioni. Bisogna inoltre considerare che Lega e M5s hanno promesso nel contratto anche il “superamento” della legge Fornero con l’introduzione della famosa “quota 100”, e per questo provvedimento il ministro Di Maio dovrà trovare almeno 5 miliardi (15 secondo l’Inps).

 

Il taglio alle “pensioni d’oro” produrrebbe risparmio per 100 milioni, ma per alzare le minime servono miliardi di euro

Si dirà però che il taglio delle pensioni d’oro, al di là del valore economico, è comunque un segnale di giustizia sociale: anche i nababbi dovranno fare sacrifici. Finalmente un po’ di austerity per i ricchi, finalmente una cosa di sinistra! In realtà non è proprio così. Se si considera l’intero “contratto di governo” – che è come la Bibbia! – ai pensionati d’oro conviene molto comprare tutto il pacchetto di riforme economiche. A fianco al taglio delle pensioni oltre i 5 mila c’è infatti anche l’introduzione della flat tax, che funziona esattamente al contrario dello “squilibrio contributivo”: quanto più il reddito è alto tanto più il beneficio è elevato. “Considerando l’insieme dei due provvedimenti, una pensione d’oro di 5.837 euro netti mensili, nonostante il taglio per lo squilibrio tra contributi e prestazione, aumenterebbe di ben 1.674 euro mensili”. In pratica, alla fine della fiera, il risultato complessivo delle riforme Di Maio-Salvini sarebbe quello di far aumentare le pensioni d’oro del 30 per cento. “L’estate per i nababbi a spese dello Stato sarà diversa” ha detto Di Maio, ma nel senso che se sanno fare i conti meglio di lui potranno prenotare uno yacht più grande.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    27 Giugno 2018 - 08:08

    Per la verità non si dovrebbe scordare che nella gara contro la casta e contro i vitalizi il Pd renziano non si e’ tirato indietro, anzi ha strenuamente combattuto per conquistare un posto in prima fila. Le prediche sull’antipolitica da parte di politici di tradizione e professione sono quanto di più grottesco ci sia stato offerto nella recente sciagurata campagna elettorale, con i risultati che purtroppo sono ora sotto gli occhi di tutti, con sgomento solo di pochi.

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  • mristoratore

    26 Giugno 2018 - 15:03

    Per punire davvero i nababbi basterà tagliare le pensioni (non contributive) oltre i 4/5.000 euro anche DOPO l'applicazione della Flat Tax. Mi pare ovvio ... Perchè attribuire ancora più incompetenza a chi ne ha già pochina di suo (Di Maio in questo caso)? In America si direbbe "prendersela con uno straw man".

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