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Il baluardo Tria, il Pd, Milano… La versione di Guido Roberto Vitale

Fabio Massa

"Quello che è stato scritto tra la Lega e il Movimento cinque stelle è un programma sostanzialmente elettorale". La Flat tax? "E' demagogia pura, non servirebbe a niente. Il problema in Italia è recuperare l’evasione”

Guido Roberto Vitale è un uomo appassionato. Placido, ma appassionato. Di quella calma pragmatica che solo un piemontese (è nato a Vercelli 81 anni fa) diventato milanese può avere (“mi sono trasferito qui nel 1963, direi che ho preso la cittadinanza”, sorride). Vitale viaggia a cerchi ampi, nel suo colloquio con il Foglio. Dall’economia alla politica, dall’Italia a Milano agli States. Iniziamo con il baluardo Tria. Ovvero colui che vanifica il contratto di governo.

 

“Il professor Giovanni Tria, che non ho il piacere di conoscere, mi sembra orientato a una gestione assennata della finanza pubblica. Quello che è stato scritto tra la Lega e il Movimento cinque stelle è un programma sostanzialmente elettorale, dà solo delle indicazioni di marcia. Speriamo che Tria abbia la forza di resistere”. Scampato pericolo? “No, credo che Salvini sia molto più determinato di Di Maio a raggiungere i suoi obiettivi”. Siamo ancora in campagna elettorale? “Salvini ha una agenda tutta sua, vedendo come si comporta. Ma è assolutamente sbagliato essere sempre in campagna elettorale. C’è un tempo per farsi eleggere e un tempo per dimostrare di essere capaci di fare almeno un 15 per cento di quello che si è promesso”.

 

Banchiere d’affari di lungo corso, conoscitore dei mondi della finanza e dei consessi che contano, Vitale è anche da sempre, un appassionato interlocutore della politica. Nel passato recente, sostenne e finanziò Matteo Renzi. Ma il blocco di sinistra sembra oggi in attesa di qualcosa, o di qualcuno. Lei come lo vee? “Renzi, a certe condizioni, potrebbe tornare ad essere un brillantissimo leader della sinistra. Ma bisogna che capisca che governare l’Italia è molto più complesso che governare una città o una provincia e che occorre avere uno staff di persone competenti e non solo nate in Toscana”. Ecco, a proposito: perché i milanesi non sono stati coinvolti nel governo delle riforme di centrosinistra? “Non è un problema di milanesi. E’ un problema di borghesia. La borghesia è sempre stata cauta nei confronti di Renzi perché la borghesia è sempre stata molto attenta ai propri interessi privati e molto poco attenta agli interessi della nazione”. Viva la flat tax? “Macché, quella è demagogia pura. Non scherziamo. A fronte di un paese che fornisce tutti i servizi che offre l’Italia al cittadino, la flat tax non è praticabile”. Non la ingolosisce? “No, riempie solo la bocca. Il problema in Italia è recuperare l’evasione”. A proposito di economia: i mercati hanno fibrillato all’inizio, ma non ci sono state tragedie. “No, non ci sono state tragedie. Ma queste sono sempre dietro l’uscio. Perché noi siamo un paese al limite della solvibilità internazionale, quindi qualunque indizio di possibile insolvibilità crea nervosismo. Dobbiamo stare attenti”.

 

Torniamo al centrosinistra. Stima ancora Calenda? Può essere leader del Partito democratico? “A me Calenda piace molto, ha fatto molto bene al ministero dello Sviluppo economico. E’ in grado di articolare pensieri complessi in economia e sa esprimersi molto chiaramente. Renzi, Calenda, Gentiloni, Minniti: sono i quattro su cui si può ricostruire una sinistra moderna che sappia portare l’Italia nel ventunesimo secolo nei fatti e non solo a parole”. Se il Pd piange, Forza Italia non ride: i riformisti di entrambe le parti possono tornare a parlarsi? “In questo momento non c’è un centrosinistra riformista e non c’è un centrodestra riformista. Il danno dell’Italia è quello. Mancano i leader e nessuna delle due parti purtroppo è portatore di una visione moderna della società italiana, ovvero il liberal socialismo. C’è posto e gloria per tutti, per i ricchi e per i meno fortunati. E se i ricchi pensano ai meno fortunati è meglio, altrimenti hanno la vista molto corta”.

 

Allarghiamo il cerchio: parliamo di Trump. “L’establishment newyorkese aveva reciso il contatto con l’America profonda. Un po’ quello che è successo alla sinistra italiana: ha perso negli ultimi 20 anni il contatto con il paese reale. Ha pensato a combattere Berlusconi e non a far progredire il proletariato, ammesso che si possa continuare a usare questa parola desueta”. E sui dazi? “Secondo me Trump sta a modo suo, in modo anche rozzo, mettendo fine all’era dell’egemonia americana”. Si torna alla dottrina Monroe? “Abbastanza. America first ha una logica, tanto che sono dell’idea che bisognerebbe fare una Europa first. E sono favorevolissimo che Trump chieda all’Europa di spendere di più per la difesa, ma per fare l’esercito europeo con armi europee. L’Europa non ha una politica estera perché non ha un esercito”. E fornisce alibi a Salvini sull’immigrazione… “Questa Europa non è né carne né pesce, a livello politico. Salvini ha sollevato in modo piuttosto brusco un problema reale sentito dal 98 per cento degli italiani, ovvero quello dell’immigrazione. Anche l’Aquarius è stato un atto politico brusco, ma condiviso”.

 

Milano. Come giudica l’operato di Beppe Sala in questi primi due anni? “Si può dire che quando in città c’è un sindaco non particolarmente ideologizzato le cose vanno molto meglio. Albertini e Moratti sono stati grandi sindaci. Basti pensare a Expo, e Varesine, e alla Scala ampliata in due anni. Sono loro che hanno rilanciato Milano. Poi è passato uno senza che nessuno se ne accorgesse. E poi è arrivato Sala. Sta facendo bene: se posso fargli un appunto non si vedono vigili per le strade. C’è un grosso problema di ordine pubblico”. Riaprire i Navigli è un’idea che le piace? “Mi affascina molto”. Perché i sindaci di Milano non diventano mai leader nazionali? “Credo sia un problema culturale. E poi diciamo che non sempre la democrazia consente ai migliori di arrivare al potere”. Si aprono le primarie per la nuova leadership del Pd. Pensa che questa città dovrebbe esprimere una candidatura propria? “Non lo so, ma so che il processo attraverso il quale rinascerà il Pd, e parlo di congresso e primarie, è obsoleto: non c’è tempo. Bisogna ricostituire in fretta un’opposizione che non c’è”. E la democrazia interna? “La democrazia interna è come la globalizzazione: non governata porta al disastro. Questo non vuol dire abolire gli spazi per la democrazia, ma riscriverne le regole”. Il M5s non ha provato a farlo? “Io penso che se avessimo seguito la Costituzione il M5s non avrebbe neanche dovuto essere autorizzato a partecipare alle elezioni politiche. Invece siamo in presenza di una struttura di diritto privato al governo”. Ultima domanda: come vede l’informazione in Italia al tempo dell’alleanza giallo-verde? “Secondo me il mondo dei media in Italia ha una grossa parte di responsabilità nell’aver portato il paese alle condizioni in cui si trova: ha puntato sempre sulla critica dell’operato del governo in maniera assolutamente acritica. Non c’è stato un processo di educazione degli italiani alla democrazia e alla modernità. E adesso siamo arrivati a questo punto: i media tradizionali contano sempre di meno”.

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