Marchionne, fatti e non populismi

Oltre Renzi. Le ragioni contro debito e fuffa no euro spiegate bene a Detroit

16 Gennaio 2018 alle 21:00

Marchionne, fatti e non populismi

Foto LaPresse

Sergio Marchionne metterà la cravatta se a giugno, quando presenterà il piano industriale di Fca all’investor day di Balocco, avrà azzerato il debito del gruppo, già dimezzato a fine dicembre da 5 a 2,5 miliardi. Il manager che nel pieno della crisi ha per primo rilanciato export, pil e occupazione in Italia, salvato la Fiat, reso la Jeep un brand globale e riesumato l’Alfa Romeo, ora annuncia la nascita del primo Suv Ferrari e forse anche del primo Cavallino rampante elettrico (“Se qualcuno fa la super car elettrica, la fa Ferrari, sarà la prima a farlo”, ha detto).

 

Farà rumore la presa di distanza di Marchionne da Renzi (“mi è sempre piaciuto come persona” ma “quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo”), ma in realtà le critiche più dure il manager le ha riservate ai politici impegnati in una campagna al rialzo a chi fa le più stravaganti promesse a carico del debito pubblico, cioè dei giovani, sapendo che non potranno essere mantenute e se lo fossero provocherebbero la bancarotta.

 

La Fiat Chrysler, dopo aver beneficiato dei prestiti di Obama, ha utilizzato la riforma fiscale di Trump (taglio dal 35 al 21 per cento delle aliquota alle imprese) per investire un miliardo di dollari in Michigan, metterne in cassa un altro, creare 2.500 nuovi posti di lavoro, distribuire 2 mila dollari di bonus ai 60 mila dipendenti americani. Sarebbe possibile con la flat tax in versione Matteo Salvini (15 per cento) o dal Cav. (25)? “Non si può” ha risposto Marchionne “finché abbiamo il terzo debito pubblico mondiale, né la capacità degli Usa di rispondere subito agli stimoli fiscali”. Poche battute che liquidano fiumi di chiacchiere, dalle tasse all’abolizione della legge Fornero, all’università gratis al referendum antieuro, fino allo sforamento del deficit che ovviamente il debito lo aumenta.

 

Il commissario europeo Pierre Moscovici, che non è Marchionne ma neppure la Bundesbank, dice che le promesse di Lega e Cinque stelle sono un pericolo per l’Italia e l’Europa; Salvini ha subito denunciato “l’inaccettabile intrusione di un burocrate di un’Europa al fallimento” (magari potrebbe chiedersi perché i governi di Polonia e Ungheria da lui ammirati sono in fila per entrare nell’euro). Marchionne è stato blandito da Renzi e Berlusconi; applicando in pieno la globalizzazione ha creato più lavoro, crescita e imprenditoria al sud di tutte le leghe nazionali e sovraniste. Il fatto che un paese indebitato, così come un’industria, non possa investire né produrre né creare ulteriore debito, lui lo prende molto sul serio.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    17 Gennaio 2018 - 10:10

    Magari uno potrebbe anche chiedersi perché Svezia (sancito da un referendum, sono un po' più civili che da noi), Danimarca e Gran Bretagna (pre-Brexit) se ne sono stati e stanno ben alla larga dall'euro. Quanto a Moscovici, ma come si permette un burocrate non eletto e che non rende conto a nessuno di criticare chi si sottomette al giudizio degli elettori? L'Europa deve solo dimagrire e limitarsi all'essenziale, una confederazione di stati sovrani che condividono uno spazio economico. Perché tanto in sede di politica estera ognuno va per sé, a cominciare dalla Francia che si tiene ben stretto il seggio permanente (con diritto di veto) all'ONU.

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