C'è un abisso tra nord e sud

Né colpa dell’austerità né dell’Europa ma del rigetto di merito e mercato

4 Novembre 2017 alle 06:00

C'è un abisso tra nord e sud

Foto Pixabay

Nel 2016 il pil pro capite al sud è stato il 56 per cento del resto d’Italia, benché l’uscita dalla crisi si stia consolidando in modo omogeneo con crescita nel 2016 dello 0,9 per cento. Come nel resto d’Europa, dove il ritmo della produzione di ricchezza negli ultimi 12 mesi si sta rivelando il più rapido dal 2007 (“L’Europa sta vivendo il suo momento migliore”, nota il Wall Street Journal). Tornando all’Italia, le aree e le regioni, così come hanno patito la recessione in maniera difforme, ora ne escono in ordine sparso.

 

E questo, nota “L’economia delle regioni. Dinamiche recenti e aspetti strutturali”, un paper pubblicato ieri dalla Banca d’Italia, per meriti e demeriti interni; non dunque per l’austerità imposta dall’Europa e per la sovranità avocata dalla Bce, gli usuali bersagli dei populisti. La stessa crisi, contrariamente alla retorica corrente, non è in sé all’origine delle diseguaglianze, mentre ha accentuato virtù e vizi del nord, centro e sud italiani. Se il meridione cresce poco più della metà del resto del paese, nota Bankitalia, “il divario è attribuibile in parti uguali alla diversa quota di popolazione occupata e alle differenze nella produttività, che dipendono dal contesto ambientale, dall’utilizzo di forza lavoro qualificata e dalla capacità di attrarre soggetti con più elevata scolarità”.

 

Idem per l’occupazione: “Soltanto al centro-nord si sono recuperati e superati i livelli precedenti. Nel mezzogiorno sono maggiori le difficoltà nel primo ingresso nel mondo del lavoro e i tempi di ritorno all’impiego per chi già ha avuto un’esperienza lavorativa”. Tra il 2007 e il 2015 il nord-est ha perso 5,7 punti di pil, il nord-ovest 5,9, il centro ben 15,7, il sud e le isole 11,9. L’Italia in media il 7,9. Che la crisi non sia la causa principale delle diseguaglianze lo dimostrano anche le stesse cifre riferite al 2000-2007, anni di crescita: mentre il pil cumulato italiano aumentava dell’8,5 per cento, il sud di poco più della metà (4,5), esattamente come oggi. E come oggi si comportavano nord-est e nord-ovest (9,2 e 8,6), mentre il centro era allora in pieno boom: 21,6 punti di pil cumulati, l’opposto che nella recessione. La peggiore performance è nel Lazio, passato da quasi 15 punti di crescita a quasi 10 di calo. Frutto del modello romano centrato sul pubblico impiego e sul blocco delle attività produttive private.

 

Quanto c’entri la mano pubblica locale nella capacità di reazione lo si vede nelle quattro regioni in assoluto più arretrate: perdita di ricchezza a due cifre per Campania, Calabria, Sardegna e Sicilia – che va alle urne questo fine settimana. Ma anche in Umbria (meno 15,7 punti), area assistita. Mentre la Basilicata ha retto meglio (meno 6,3), e nel 2015 ha segnato un boom di crescita del 4,1 per cento. Già, lì c’è lo stabilimento Fca di Melfi. E senza la battaglia No Triv ed i sequestri giudiziari, potevano esserci anche le royalties e l’indotto del petrolio.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    04 Novembre 2017 - 12:12

    Chiara e corretta l’analisi e pertinenti i commenti. Lazio, Calabria,Campania, Sicilia, Sardegna....Regioni tutte governate dal Pd, il cui bacino elettorale primario e’ da tempo nei dipendenti della pubblica amministrazione. Fonte di costi e non di crescita. Governati da automatismi indistinti e assistenzialismo diffuso. Segnati da bassissimi indici di efficienza ed altissimi tassi di assenteismo. Settori in cui pronunciare le parole meritocrazia e produttività e’ una bestemmia. Che altro ci vuole a spiegare le ragioni di quell’abisso citato nel titolo?

    Report

    Rispondi

Servizi