Attenti al sud

Scordatevi i piagnistei, i luoghi comuni e le fandonie raccontate dagli inviati del nord. Parlano quattro moschettieri del meridione

23 Ottobre 2017 alle 12:24

Attenti al sud

Veduta di Matera

Nella sempre fiorente produzione di trattatistica meridionalistica, specie di quella un po’ d’accatto che riempie le pagine dei quotidiani, il piagnisteo è elemento ricorrente: che ritorna, in varie forme e con toni mutevoli, dopo ogni pubblicazione dei rapporti dello Svimez sulla disoccupazione nel sud, dopo ogni dramma del lavoro nei campi di pomodoro del Salento. E persino dopo ogni sparatoria per i vicoli del centro di Napoli – quando i giornali immancabilmente fanno a gara per accaparrarsi il commento accorato dello scrittoreantimafiarigorosamentemeridionale, meglio se calvo e con la fronte perennemente aggrottata – e persino dopo che un’autobomba a Kabul ammazza sei militari italiani, e allora bisogna affrettarsi a chiedere allo stesso scrittore antimafia, meridionale e meridionalista, orgogliosamente originario, bontà sua, di “una terra di reduci e combattenti”, di scrivere di “quel sangue del sud versato per il paese”, di ribadire che “nel momento della tragedia non possiamo non chiederci perché a morire sono sempre, o quasi sempre, soldati del Meridione”. Piagnisteo ovunque, in tutte le sue sottocategorie: la rassegnazione di chi “che ci vuoi fare? in fondo così siamo fatti, noi del Sud, e non cambieremo mai”, e poi il vittimismo di chi imputa sempre ad altri responsabilità che sono proprie, e il delirio di persecuzione (“ce l’hanno tutti con noi, ci bloccano apposta, a noi terroni, perché sanno che sennò, altrimenti...”), la paranoia che ogni cosa giustifica – ogni vizio, ogni stortura – e sempre assolve. Ecco, tutto ciò, in Attenti al Sud non c’è (o c’è solo in minima parte: riflesso condizionato, verrebbe da dire, scotto necessario che deve pagare chiunque si cimenti col tema), e già questo è un fatto meritorio. Da attribuire ai quattro autori, ovviamente, ma anche a chi ha avuto l’intuizione di farli incontrare e discutere su argomenti che tutti loro avevano a cuore.

   

E’ avvenuto a Matera, una sera di giugno 2015: è stato lì – durante un evento allestito da “Panorama d’Italia”, la serie di dibattiti itineranti che il settimanale di Giorgio Mulè organizza in varie città ormai da tre anni – che il “tarantino di Gioia del Colle” Pino Aprile e il napoletano Maurizio De Giovanni, il reggino Mimmo Gangemi nato a Santa Cristina d’Aspromonte e il melfitano Raffaele Nigro si sono confrontati parlando del “loro” meridione. Ciò che ne è venuto fuori – anche grazie all’idea di Antonio Carnevale, milanese lui, che ha voluto trasformare quella chiacchierata in un libro – è un volume snello e a più voci, con interventi che si complementano tra loro e qua e là tra loro si contraddicono, com’è giusto. Sfogliando le quasi cento pagine di riflessioni e analisi, si ha un po’ l’impressione, confortante, del circolo di paese: di quando, cioè, ci si riunisce ad ascoltare qualcuno che parla a braccio, ben disposto a piegare il suo ragionamento agli imprevisti della conversazione, a ricalibrarlo di fronte alle obiezioni degli interlocutori. Più che davanti agli atti di un convegno, insomma, sembra di ritrovarsi davanti al resoconto di una di quelle tavole rotonde dell’Unità dei tempi belli, ma senza quei modi paludati, senza quei “convengo su quanto appena esposto dal compagno, e purtuttavia mi pare doveroso precisare che” con cui scrittori, sindacalisti e dirigenti di Botteghe Oscure infiorettavano le loro discussioni.

   

Ed è appunto come un’opera corale, che va considerato Attenti al Sud: è solo alla fine, rivalutando il tutto alla luce dei vari scritti – quello del giornalista divenuto famoso per il suo Terroni e quello del giallista che ha inventato il commissario Ricciardi, quello del romanziere-ingegnere e quello del caporedattore Rai col gusto della narrativa – che conviene stilare un bilancio. E’ fatto di discorsi che s’intrecciano, l’ordito del libro: e anche se i quattro interventi sono presentati in successione lineare e non inframmezzati tra loro, non occorre fare fatica per notare i rimandi incrociati, le precisazioni che ogni autore fa all’altro, addirittura le reciproche confutazioni. E così gli eccessi di alcune analisi vengono stemperati da quelle che seguono, i discorsi solo accennati in un inciso si ritrovano poi svolti in maniera più esaustiva decine di pagine dopo. E insomma, è vero che si sgranano un po’ gli occhi nel leggere frasi come questa di Aprile: “Mentre il nord sta dissanguando il paese, per tenere in piedi le cattedrali di una religione perduta, ovvero quella industriale, il sud con una scarpa e una ciabatta (come dicono a Roma), sta reinventando il mondo”. Ma è anche vero che poi, nel corso del libro, le riflessioni sulla sciagurata abitudine di un certo meridione a scimmiottare, ancora oggi, modelli di sviluppo che Veneto e Lombardia hanno già da tempo superato si fanno via via più puntuali, e quasi in chiusura del volume trovano una loro valida sintesi nella descrizione che Nigro fa della sua Melfi e delle sciocche ambizioni di trasformare la cittadina del Vulture nella Torino del sud – ambizioni su cui ci si è intestarditi anche quando il modello fordista ha mostrato, proprio in casa Agnelli, tutti i suoi limiti, anche quando, cioè, “il Piemonte ha deciso di fronte alle disavventure della Fiat che era necessario creare un salone del libro, un corso universitario in collaborazione con Slow Food, ripensare al restauro del Museo Egizio e offrire un’attenzione maggiore ai territori piemontesi e alle loro bellezze”.

    

D’altronde, il lodevole rifiuto dell’autocommiserazione è inevitabile che spinga gli autori a sbilanciarsi sul crinale opposto, quello dell’orgoglio identitario, dell’esaltazione delle proprie radici e della propria cultura. Il che, in certi momenti, si traduce in effetti con una scontata celebrazione del folclore e del paesaggio del mezzogiorno – e dunque i tarantati di De Martino, la Lucania vista dagli “occhi comunisti” di Carlo Levi come la Palestina d’Italia, e Pasolini e Peppe Barra e Matteo Salvatore, e le migliaia di chilometri di coste di Puglia e Calabria – ma assai più spesso si concretizza invece nelle sacrosante reprimende contro quel diffuso – chiamiamolo così – “meridionalismo a distanza”, quello di chi ad esempio pontifica, come osserva De Giovanni, sulla “povera mia Napoli” pur non mettendo piede nel capoluogo partenopeo da qualche decennio. Abitudine molto in voga, in verità, specie nella sua variante più ricercata: la retorica antimafia. E non da ora: visto che non è solo Saviano a essere citato come esponente illustre di questo filone, ma anche l’altro “antitaliano”, quello vero. Le pagine di Gangemi contro “le fandonie” di cui Giorgio Bocca infarciva i suoi immaginifici reportage sull’Aspromonte – la Locride paragonata a Saigon, l’inquietante cabina telefonica “vicino al bivio di Zomaro” da cui “sono partite otto telefonate su dieci ai parenti dei sequestrati”, laddove a Zomaro manco la linea telefonica c’era, all’epoca, figurarsi una cabina – sono, per rigore cronachistico e partecipazione emotiva, tra le più belle di Attenti al Sud. Righe, quelle del giornalista di Cuneo, che a rileggerle ora portano a riflettere non poco sulle origini della letteratura d’antimafia che prolifererà poi per tutta la seconda repubblica: L’inferno. Profondo Sud, male oscuro è del 1992: lo Sciascia che ammoniva che “se tutto è mafia, niente è mafia” è morto da tre anni e Bocca scrive: “Che San Luca sia un paese di sequestratori lo si vede dalle sue case, molte rimaste a metà, a un terzo in attesa di nuovi riscatti, pareti di mattoni traforati che attendono gli intonaci, pilastri di cemento per cui si vede la montagna bianca”. Giudizi sbrigativi, sentenze raffazzonate: di chi pretende di capire “l’inferno” giusto affacciandocisi dall’alto, a distanza di sicurezza, per poi tornarsene in albergo a romanzare: tutto un ingigantire, un cedere allo stereotipo e al sensazionalismo, che in definitiva svilisce, esasperandolo, il dramma che certe terre vivono davvero – e poco importa che si tratti di Platì anziché di Quarto Oggiaro o San Basilio. Quante “inchieste” di questo tipo, quanti “racconti-verità” su questa falsariga abbiamo letto, in questi anni in cui di criminalità organizzata ha parlato praticamente chiunque?

  

Sempre di Gangemi, poi, e sempre notevoli, sono anche le pagine in cui si riflette sulla perdita di “credibilità e fiducia” cui è andata incontro la “Giustizia”. Lo “spacciare un’efficienza inesistente” di inquirenti e forze dell’ordine; l’incensare “gli eroi” che si ribellano per poi lasciarli soli e senza protezione (“un caso per tutti: il testimone di giustizia Pino Masciari”); l’indulgere nella “spettacolarizzazione delle traduzioni in carcere e il pubblico ludibrio”, il far uscire dalla questura i boss arrestati nella notte “sempre nell’ora di punta”, “sul corso”, e sempre a favore di telecamera; il perenne sovrastimare le dimensioni del fenomeno mafioso per rendere più spaventoso il mostro e così “ingigantire i meriti, le decorazioni, le carriere” di chi lo combatte: tutto ciò, e molto altro, ha portato a dubitare su quella sempre celebrata “bella e formosa signora con la bilancia nella destra, la spada nella sinistra e una benda sugli occhi”. Per non parlare, poi, dei sequestri preventivi dei beni “mafiosi” revocati anni dopo “per estraneità alla ‘ndrangheta”, o dei sindaci e vicesindaci (di Rosarno, di Gioia Tauro, di Isola Capo Rizzuto) rimasti impantanati in errate trascrizioni delle intercettazioni, e dunque arrestati, per poi essere riconosciuti estranei ai fatti loro contestati. E insomma, il tutto per ricordarci che si può vivere risolutamente schifando i valori della mafia, i suoi abomini, senza per questo scadere nel giustizialismo più becero. E che quasi mai i problemi del sud, sono problemi solo del sud.

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