Dimenticare l'arte del rinvio

Per tenere il pil all’insù è meglio non seguire la china siciliana ma raddrizzarla

Dimenticare l'arte del rinvio

Foto LaPresse

“Gli italiani hanno perfezionato l’arte del rinvio”, scriveva su Bloomberg Businessweek del 23 ottobre l’inviato da Roma Vernon Silver. L’analisi è la stessa che fa impazzire gli osservatori stranieri e gli altri governi europei: come può un paese “con una capitale che l’estate scorsa appariva degna di uno stato sull’orlo del fallimento, tra acqua razionata, discariche clandestine e incendi”, oltre ad altre criticità, a non prendere di petto i problemi e sopravvivere egualmente? Silver, newyorchese laureato in Archeologia al Cairo, nota che gli italiani si sono tenuti alla larga dal melodramma stile Grecia e da choc tipo la Brexit, e scavando negli studi classici ricorda come Quinto Fabio Massimo sconfisse Annibale evitando lo scontro diretto. Temporeggiando, appunto. Ma se, per quanto lontana dagli standard di Monaco e New York, l’Italia può vantare un risparmio pro capite tra i più alti al mondo e un indebitamento privato di meno della metà degli inglesi (“il che ha impedito la bolla dei mutui come negli Stati Uniti e in Spagna”), la sanità gratis e l’università quasi – e l’analisi di Bloomberg finisce qui – altrettanto non si può dire della Sicilia conquistata dal centrodestra di Nello Musumeci. I suoi dati economici infatti sono da incubo, e peggiorati nel quadriennio di Rosario Crocetta: il debito è passato da 5,7 miliardi a 8,03. Ha il record nazionale di scioperi selvaggi nella raccolta dei rifiuti, 30 l’anno rispetto ai dieci della Campania seconda classificata.

 

La disoccupazione giovanile è ai livelli massimi per tutti i titoli di studio, e l’emigrazione degli studenti universitari è la seconda dopo la Puglia. Il motivo non sono le crisi bancarie – che nemmeno dove hanno colpito, come in Veneto e in Toscana, si può dire abbiano prostrato investimenti e risparmi – ma il fatto che il pil dell’isola dipenda per il 25,14 per cento dai trasferimenti statali, terzo posto dopo Sardegna e Calabria. Ieri l’Istat ha pubblicato dati nazionali positivi per le vendite al dettaglio di ottobre, più 0,9 in un mese e 3,4 in un anno, individuandovi “un segnale anticipatore del rafforzamento della crescita del pil e del calo della disoccupazione”. In un altro rapporto la Svimez, associazione per lo sviluppo industriale nel mezzogiorno, vede un meridione nei prossimi due anni ancora in ritardo di un decimale nella crescita, stimata per la media nazionale dell’1,5-1,6 per cento, “ma in grado di agganciare il resto d’Italia”. La Sicilia però parte a handicap, e la Banca d’Italia ha appena dimostrato che, tendenze a parte, in valori assoluti il pil del sud è il 56 per cento di quello nazionale; mentre il direttore generale di Via Nazionale, Salvatore Rossi, ne individua la causa proprio nell’assistenzialismo pubblico. Il centrodestra di Musumeci seguirà le sirene del sindacalismo sovranista, o si avvicinerà alle regole di mercato dei conservatori europei dei quali Forza Italia si dice rappresentante? Non è solo un problema siciliano.

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