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Perché il populismo non si argina con il Partito Unico della Spesa Pubblica

Occidente in crisi di identità, meritocrazia tradita, media del malcontento, ricostituzione europea. Appunti dal Convegno Nazionale dei Cavalieri del Lavoro

Alberto Brambilla

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brambilla@ilfoglio.it

23 Settembre 2017 alle 17:28

Perché il populismo non si argina con il Partito Unico della Spesa Pubblica

Claudio Cerasa modera il Convegno Nazionale dei Cavalieri del Lavoro

Verona. Circa cinquecento tra imprenditori, banchieri, politici, economisti hanno raggiunto la città di Romeo e Giulietta per discutere del dramma strategico e politico contemporaneo al convegno “La sfida alle democrazie occidentali” organizzato dalla Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro, che riunisce gli imprenditori italiani che si sono distinti per meriti nello sviluppo economico e sociale.

 

Dopo la crisi economica internazionale molti fattori hanno concorso a dare carburante al fenomeno della protesta politica verso l’establishment portando alla ribalta un modello di gestione autoritaria del potere, movimenti secessionisti, spinte protezionistiche, indebolendo nei fatti (e nell’appeal) i sistemi democratici emersi dalle macerie della Seconda guerra mondiale, in particolare con la formazione dell’Unione europea, epicentro della destabilizzazione attuale degli organismi sovranazionali. Nella conversazione moderata dal direttore del Foglio Claudio Cerasa si è discusso dell’origine di un processo che minaccia la prosperità mondiale e di come arginarlo - e la risposta di certo non sta nella distribuzione di prebende elettorali in varia guisa.

 

Secondo Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, è in corso “una buona ripresa economica globale che, almeno in Europa, va anche un po’ al di là delle aspettative degli economisti”. L’economia mondiale cresce al 3,5 per cento in linea con il periodo tra il 1969-99. Per questo Cottarelli considera il periodo pre-crisi, quando il mondo cresceva al 4,5 per cento, un momento peculiare con cui è fuorviante confrontare i dati odierni perché “drogato”. Il problema, dice Cottarelli, sta nel fatto che è il mondo occidentale a non crescere più come una volta. “Il tasso di crescita nei paesi avanzati è significativamente più basso di quello dei decenni passati: nel triennio 2015-2017 a un tasso del 2 per cento contro il 3,1 nel periodo tra il 1970 e il 1999”. Inoltre sono meno le persone a beneficiarne (il reddito dell’1 per cento della popolazione americana rappresentava il 9 per cento del totale nel 1980, ora più del 20), la perdita di reddito della classe media è stata accompagnata dall’indebitamento (nei paesi avanzati il debito mediano delle famiglie ha raggiunto il 63 per cento del pil nel 2016, doppio rispetto al rapporto del 1980), e in più “l’ascensore sociale si è fermata” (è più difficile diventare ricco se sei povero).

 

Le cause vanno ricercate nel calo dei tassi di crescita della popolazione, l’integrazione nel commercio mondiale di Cina e India, paesi ricchi di lavoro e poveri di capitale, il minore impatto della tecnologia sulla produttività che resta bassa rispetto alle rivoluzioni tecnologiche del XIX e XX secolo, la crescita ipertrofica del sistema finanziario (la quota dei servizi finanziari nel pil americano è passata dal 2,8 per cento nel 1950 all’8,3 per cento poco prima della crisi). Una condizione dalla quale non si esce con il protezionismo economico né con più spesa pubblica e Cottarelli vede come un rischio “una reazione politica che comporti risposte semplicistiche, a loro volta populistiche in qualche modo. Il tentativo potrebbe essere quello di usare la finanza pubblica, aumentando debito pubblico e deficit pubblico, usando la leva fiscale come strumento per cercare consenso".

 

Ma i movimenti populisti, chiede Cerasa a Sebastiano Maffettone, professore ordinario di Filosofia politica, Luiss Guido Carli, sono simili a quelli dell’inizio del secolo scorso? “Il 2008 è stato per il capitalismo quello che il 1989 è stato per comunismo, solo che per il capitalismo non sappiamo pensare alternative. C’è una promessa non mantenuta nella democrazia: prometteva benessere, oggi è assolutamente improbabile nei paesi occidentali e il fatto che da molti sia percepito come impossibile crea una sorta di rigetto della democrazia. Questo rigetto viene raccolto con il sovranismo intellettuale – Putin, Farage, Trump – e il target è chiaro: non possiamo promettervi benessere ma in cambio troviamo un colpevole capro espiatorio, possibilmente un gruppo etnico minoritario. E questo spirito culturale si mangia il sovranismo democratico. Perfino gli effetti imprevisti della caduta di Hitler sono stati la certezza che democrazia fosse l’unico sistema possibile e ci siamo dotati di diritti umani universali. Ma la storia andrebbe ricordata: ora l’uomo della strada pensa di essere uguale al fisico teorico, se una volta ci preoccupavamo della stupidità naturale ora ci dobbiamo preoccupare della intelligenza artificiale”, dice riferendosi alla comunicazione sui social network.

 

Sì è vero, concede Angelo Panebianco, professore ordinario di Scienza politica, Università di Bologna, ma "proprio perché l’ascensore di cui parlava Cottarelli è fermo, il processo democratico ha visto un forte indebolimento delle élite con una perdita di prestigio e autorità. Fenomeno in parte collegato ai sistemi che mettono in contatto i cittadini tra di loro e i cittadini con il potere pubblico: e cresce una cosa che non si credeva fosse possibile, non solo la capacità di azione, ma anche il prestigio di capitalismo autoritario, dalla Russia alla Cina, perché le élite del mondo che si doveva democratizzare trova un modo in loro dei modelli un modo per difendere le proprie posizioni. Diventano modelli alternativi a quelli occidentali visti finora”.

 

“Ma allora di chi è la colpa se non loro, ovvero dei 'competenti'?”, incalza Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera e storico dell’Università di Milano. “E' dei competenti in ogni ramo, voi competenti con la vostra alterigia, con la puzza sotto il naso, ci avete portato in questo stato. In Europa non abbiamo una elaborazione culturale adeguata alla gravità del tema: quando sento che la risposta è un bel ministro dell’economia europea sono scettico... per carità fatelo pure ma è chiaro che dietro c’è una clamorosa sottovalutazione. Europa e l’Italia producono leader che scannano e squartano usando le regole della democrazia, la democrazia vive se ha delle élite forti e riconosciute se hanno il tempo di dispiegare la leadership. La leadership non può che essere tedesca: la Germania e tutto ciò che è intono ha dimostrato negli ultimi due secoli di avere una diversa caratura”, e probabilmente Angela Merkel verrà riconfermata per il quarto mandato domenica dopo un dibattito pubblico pre-elettorale quasi noioso.

 

La differenza con la Germania si nota anche con un successivo appunto di Panebianco: “Io mi chiedo cosa si produrre quando si disabitua il pubblico a ragionare in termini razionali su problemi specifici e credo che il nostro sistema di istruzione abbia dei problemi in italia è più grave anche per questa ragione. C’è un problema grave che riguarda il personale docente che è parte del paese e ne è largamente influenzato si tratta di ricostruire con pazienza e difficoltà – purtroppo il breve periodo vince sempre – laddove è stato distrutto dove sono state distrutte competenze e dove il merito non ha più un grande ruolo: quando si vedono i risultati degli esami di maturità e sembra che siano tutti geni, qualcosa non ha funzionato e un ministero o il governo dovrebbe occuparsene”.

 

Ma non c’è anche una tendenza al pessimismo costante, chiede Cerasa, a dare carburante a tendenze che chiamiamo populiste? Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana, sente un “uno stato d’animo opposto e negativo in Italia: una tendenza che dice che per forza non andiamo bene, che la ripresa deve essere per forza debole, mentre fino a dieci anni fa per forza dovevamo andare benissimo. Quello che mi infastidisce di più è che in Italia non ci siano dei forti anticorpi. L’informazione ha un ruolo: qualsiasi negatività viene percepita come notizia mentre non coglie gli elementi positivi rifiutando anche l’evidenza del cambiamento: mi infastidisco al punto che per anni la crisi dei crediti deteriorati in pancia alle banche è stata l’elemento principale per cui l’Italia era considerata strutturalmente debole, ma nel momento in cui calano del 23 per cento non è una notizia, dato da fonte autorevole come Banca d’Italia, e diverse società di rating segnalano che la soglia è ancora alta. Ricordo però che dopo Caporetto, la Vittorio Veneto ci sarà. Lo dicono le grandi capitali padane come Verona stamattina”.

 

Il ruolo dei media non è stato sottovalutato nemmeno da David Held, professore ordinario di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla University of Durham, nella sua relazione in merito alla Brexit. “Se dovessimo votare oggi penso che vincerebbe il remain il voto è avvenuto in un momento preciso quando i confini a sud dell’Europa erano deboli e le televisioni trasmettevano immagini in continuazione rappresentando le migrazioni come una grande emergenza”.

 

Secondo Giampaolo Galli, deputato Pd in Commissione Bilancio, dice che in Italia con la manovra in gestazione, “il problema è di non cedere alla tentazione di dare più soldi solo a scopo elettorale, tutte le istituzioni internazionali ci dicono che abbiamo peggiorato la condizione dei rapporti pubblici. Invece in Parlamento trovi il Partito Unico della Spesa Pubblica”. Un esempio?, chiede Cerasa. “Il tentativo di tornare indietro sulla riforma pensionistica. Aspettativa di vita e invecchiamento della popolazione ci impongono delle regole, non possiamo abbassare l'eta' per la pensione”, dice. “L'idea che con la spesa pubblica e con il debito si possa fare crescita e' come pensare di volare tirandosi per i capelli”.

 

Tiene il punto Lucrezia Reichlin, docente di Economia alla London Business School, che è stata nella rosa dei possibili vicepresidenti della Banca d'Inghilterra: “Il debito pubblico cresce da vent’anni. Ci troviamo a un problema paese che va oltre all’Europa dobbiamo affrontare problema crescita produttività e avviare un consolidamento dei conti pubblici che abbia un orizzonte di medio-lungo periodo. Bisogna darsi delle regole di disciplina anche perché il fallimento di uno stato ha forti esternalità” per l'intera la comunità europea.

 

E l’idea che non ci siano scorciatoie è condivisa da Antonio D’Amato. Il presidente della Federazione dei Cavalieri del Lavoro (“siamo poche centinaia ma siamo quasi la metà del pil italiano”) dice, concludendo i lavori, che “le riforme si possono fare se c’e' una capacita' di leadership ed una volontà politica" e non con la lentezza passata, "con quanta fatica, quanti ritardi, quanti sacrifici in termini di posti di lavoro e di pil”. Come dire che un argine al malcontento poteva arrivare prima, ma non esistono soluzioni semplici e spendaccione per farlo adesso.

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Commenti all'articolo

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    23 Settembre 2017 - 23:11

    Intanto, da cittadino italiano, un grazie a Cerasa per questo suo assillante impegno a costringere la classe dirigente a confrontarsi responsabilmente con i problemi reali, a discuterne insieme per analizzarli realisticamente e realisticamente individuare soluzioni positive. Insomma, grazie di "fare Democrazia vera". In tanta becera, dissennata, disgustosa e inconcludente demagogia.

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