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Declinismo e orgoglio

Come misurare l’ascesa e il declino di un paese che vive immerso nel suo passato. Parla il prof. Cassese

Professor Cassese, questo giornale sta cercando da tempo di presentare una diversa narrazione dell’Italia, meno intrisa di declinismo, forse più orgogliosa, certamente più orientata a valorizzare le cose che il nostro paese sa fare (per ripetere il titolo del bel libro di Giunta e Rossi). Lei che ne pensa?

E’ disposto a seguirmi in un discorso lungo e accidentato, nonché necessariamente incompleto, per evitare di fare sull’argomento chiacchiere da caffè.

   

Prontissimo. Da dove vuole iniziare?

Da due avvertenze. Attenzione agli stereotipi. Attenzione alle fonti di conoscenza. Purtroppo, l’Istat, che dovrebbe aiutarci a conoscerci meglio, non ci aiuta. La statistica ufficiale italiana è stata per quasi un secolo all’avanguardia nel mondo, ma ora pare dormire sonni burocratici. Meglio leggere le opere degli storici economici che seguono la nobilissima tradizione degli studiosi del tipo di Gino Luzzatto. Penso a un bellissimo libro curato da Giovanni Vecchi, In ricchezza e povertà (Mulino, 2011) e all’appena uscito Ricchi per caso, a cura di Paolo di Martino e di Michelangelo Vasta (Mulino, 2017).

  

Che cosa insegnano?

Innanzitutto una lezione di metodo. Per misurare ascesa e declino, bisogna stabilire con quale nostro passato vogliamo misurarci e con quale altro paese vogliamo metterci a paragone. Vogliamo valutare lo stato di salute della penisola, rispetto ai tempi dell’impero romano, o al Rinascimento, o al ’700, o agli anni del miracolo economico? Vogliamo compararci alla Germania di oggi, oppure a un gruppo di paesi, come quelli scelti dallo studio Ambrosetti per costruire il “Global Attractiveness Index” (che ci vede dal 2013 in una posizione poco invidiabile)?

Siamo ancora ai preliminari

E dobbiamo ancora restarci per un poco, perché bisogna considerare anche che cosa misura la ricchezza delle nazioni: le risorse che posseggono, il lavoro che riesce a mobilitare, la qualità delle istituzioni, lo spirito pubblico, l’etica diffusa (ricordi Max Weber, l’etica protestante e lo spirito del capitalismo).

  

Caro professore, non sfugga alla domanda. L’Italia è un paese alla deriva (il titolo di un libro francese di qualche anno fa), oppure si salverà, piange troppo su se stesso o deve essere orgoglioso delle sue realizzazioni?

E se fossero vere ambedue le ipotesi, nello stesso tempo? Provi a seguirmi su quattro punti (altri se ne potrebbero aggiungere): il rapporto col nostro passato; il divario ricchezza/felicità privata – povertà/scontentezza pubblica; il rapporto paese/classe dirigente; noi e gli altri.
Noi viviamo immersi nel nostro passato. Chi viaggia si rende conto che sono poche le città nel mondo che, come quelle italiane, fanno percepire il peso della storia, di una grande storia. Nel complesso, siamo riusciti a conservare le tracce di questo nobile passato, nonostante i molti danni che città, paesaggi e architettura hanno subìto. Questa compresenza di paesaggio e spazio pubblico, democrazia, l’ha colta con finezza Salvatore Settis nel suo ultimo libro (Architettura e democrazia, Einaudi, 2017), di cui non condivido il pessimismo.

  

Dove sta l’ambivalenza che indicava prima?

Sta nel fatto che l’abbiamo nel complesso conservato, questo passato, ma con molti sfregi, e senza riuscire a ripeterne i fasti. Questo passato sta sempre lì a ricordarci che siamo peggiori dei nostri antenati. Provi a camminare in una città italiana, non solo da Roma in giù: se guarda a terra, c’è solo incuria; se alza il capo, rimane affascinato dalla grandezza di quel che vede (provi a vederlo con gli occhi di un tedesco, non con quelli nostri, abituati a tanta maestà). Per fare solo un esempio, potrebbero essere paragonati Buckingham Palace, o l’Eliseo, o Schloss Bellevue (la residenza del presidente federale tedesco), o quella modesta casa di campagna che è la Casa Bianca americana, al Quirinale? Lo stesso potrebbe dirsi della ricchezza italiana di città, ognuna con i segni di un illustre passato. Insomma, un passato ricco e grande, un presente povero, ma consapevole, nell’insieme, di quel passato, con il quale deve ogni giorno porsi a raffronto.

  

Passiamo alla seconda ambivalenza.

Ancora più complicata. Due indici: basso debito privato – alto debito pubblico; case confortevoli e ben tenute – città poco curate e talora abbandonate. Ernesto Rossi ha dedicato molti scritti a questa contraddizione tra privato e pubblico, che si riflette anche su felicità privata – scontentezza pubblica.

  

Non vorrà essere altrettanto rapido sul terzo interrogativo: è meglio il paese o la sua classe dirigente?

La narrazione diffusa dà una risposta sfavorevole alla classe dirigente. Ma ricordi che circa la metà degli italiani o è completamente analfabeta o ha un grado di alfabetizzazione elementare.

  

Gliela pongo in altri termini: lo spettacolo presente delle incertezze politiche nella classe dirigente è preoccupante.

Vedo anche io animosità, assenza di riflessione, poca compostezza, un continuo alzare la voce, complotti veri e complotti sospettati, un procedere a tentoni. Consideri però anche che stiamo vivendo una fase di transizione della democrazia in tutto il mondo, a causa dell’esaurimento dei partiti, i principali strumenti di raccordo tra società e governo. E che in Italia nelle nostre molte transizioni passate erano chiare le regole del gioco, ora sono in ballo anche queste (mi riferisco alla formula elettorale). Questo alimenta l’illusione grillina, che la politica possa fare a meno delle politiche, perché i rappresentanti dovrebbero agire solo come cinghia di trasmissione, indipendentemente da che cosa si trasmette (di qui i pochi slogan con i quali raccolgono consensi, agitando l’arma facile del ribellismo e dell’invidia sociale).

  

Noi e gli altri.

Questo è il vero punto dolente. Tra noi e quei paesi europei con i quali dialoghiamo più di frequente il divario si allarga: minore scolarizzazione, minor numero di laureati, minore attenzione alla selezione dei migliori (pensi solo al programma federale tedesco per la valorizzazione del merito in ogni grado di scuola o alle “grandi scuole” francesi), continua incertezza sul modo di contare i voti e di selezionare la classe politica, minore rispetto della competenza, arretramento del sistema scolastico.

  

In sintesi?

Mi consenta di usare una espressione vernacolare napoletana, una espressione volgare, usata per indicare una certa doppiezza morale: l’Italia mi pare un paese che “chiagne e fotte”.

  

Bella diagnosi, in tono con le ambiguità di cui mi ha parlato. Ma lei è un educatore e non si può accontentare di questo. Lei che consiglia?

Le rispondo con una frase tratta dalla penultima pagina di Etica e politica di Benedetto Croce: “Si mantiene o si risveglia la coscienza che storia è quello che noi facciamo, e possiamo e dobbiamo fare”. Aggiungo: in competizione, ma senza litigare.

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