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Il testo finale, anticipazione

Ecco il piano di Renzi per riorganizzare le società pubbliche locali

La visione renziana di cosa deve essere un’azienda di servizi locale, chi la controlla e chi deve pagare se sbaglia

13 Gennaio 2016 alle 06:18

Ecco il piano di Renzi per riorganizzare le società pubbliche locali

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Diciannove cartelle, più relazione illustrativa, del “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica”: i famosi tagli per ridurre da circa 8 mila a un migliaio le aziende partecipate da stato, regioni e comuni. E il nuovo “Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale”, 31 cartelle, di cui il Foglio ha letto in anteprima la versione finale, per disciplinare il risultato delle razionalizzazioni e definire la visione renziana di cosa deve essere un’azienda locale di servizi, in base a quali criteri di efficienza, mercato e trasparenza debba funzionare, chi debba comandarla e controllarla, quanto debba costare, e le riduzioni di trasferimenti statali per chi sbaglia.

 

Eccoli dunque i decreti delegati attuativi della riforma della Pubblica amministrazione che venerdì 15 verranno portati in consiglio dei ministri. I due testi, di 26 e 32 articoli, sono complementari. Il primo rappresenta la tattica, la scure sulle partecipate vessillo della rupture del presidente del Consiglio Matteo Renzi, ma anche invocata da commissari alla spesa e parte del mondo sindacale, che ora un po’ si ribella. Il secondo decreto vuole essere la strategia, la corretta amministrazione negli enti locali superando i decenni di cogestione sindacal-burocratica, le malefatte romane, con un “modello Expo” neppure troppo sottinteso.

 

I parametri dei tagli sono quelli già annunciati dal premier e dal ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione Marianna Madia, titolare della riforma. Gli “obblighi di dismissione” (articolo 5 del primo decreto) scattano per società partecipate “non strettamente necessarie per il perseguimento delle attività istituzionali” e per le quote di minoranza nelle stesse; quando non c’è produzione, progettazione, realizzazione, gestione e committenza di “servizi di interesse generale”; o non c’è investimento “secondo criteri propri di un qualsiasi operatore razionale in economia di mercato”; o non esiste “convenienza economica e sostenibilità finanziaria”; per doppioni di altre società; se sono prive di dipendenti o se i dipendenti sono più degli amministratori; se per quattro anni su cinque hanno chiuso il bilancio in rosso, o non abbiano un fatturato superiore a una determinata soglia (da decidere); se hanno comunque necessità di ridurre i costi o aggregarsi ad aziende simili; se non hanno la forma di società per azioni o a responsabilità limitata.

 

[**Video_box_2**]Repubblica ha calcolato che questo metterà a rischio 100 mila posti di lavoro, tra vertici e impiegati. Ma è una stima che non tiene conto dell’obbligo di accorpamento, privatizzazione, quotazione in Borsa, pure previsto dal decreto. Mentre per chi rimane varranno le tutele dei dipendenti pubblici; e lo stesso Renzi ha minimizzato affermando che non ci saranno risparmi di denaro pubblico, ma “efficienza”. Il decreto prescrive per le aziende un amministratore unico, vieta i pensionati sia pubblici sia privati nei consigli d’amministrazione, prevede una verticalizzazione del superiore diretto: per le società statali il presidente del Consiglio, per quelle regionali il presidente di regione, per quelle comunali il sindaco. Fine della polverizzazione di poteri tra ministri e assessori. Questa la parte “hard”.

 

Il software è appunto il nuovo Testo unico dei servizi locali, fin troppo fitto di richiami alla trasparenza e alla consultazione dei cittadini e delle associazioni di consumatori, con la costante divisione tra reti e servizi, e il ricorso all’appalto privato piuttosto che la scelta “in house”; con obblighi particolari per le aziende di rifiuti, compreso quello di sottostare a un’authority che si occuperà di energia, reti e ambiente, e che dovrebbe chiamarsi Arèra (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente).

 

L’authority coabiterà con un osservatorio ubicato a Palazzo Chigi (all’inizio si era pensato di assegnarla al ministero dello Sviluppo economico), destinandovi personale già esistente. L’osservatorio non pare essere un abbellimento, ma un organismo con funzioni di supervisione e con poteri sanzionatori: regioni e comuni che non rispettano reiteratamente le regole perdono l’accesso ai fondi pubblici e alla ripartizione di quelli europei.

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