l'esposizione

La tecnologia nell'arte, una vertigine della contemporaneità

Giuseppe Fantasia

Siamo stati a Bologna per i dieci anni dell’avveniristica Fondazione MAST che inaugura l’anno una mostra che affronta il tema delle mutazioni della società attraverso il mezzo della videoarte

Qual è il problema che tormenta noi occidentali? Urs Stahel – curatore e responsabile delle attività espositive della Fondazione MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) di Bologna - non ha dubbi. “Ad affliggerci – spiega al Foglio quando lo incontriamo nel luminoso ed avveniristico museo bolognese che in questi giorni festeggia i suoi primi dieci anni - è sicuramente una combinazione letale di accelerazione, quantità e complessità che oltre a rappresentare una sfida, rischia di sopraffarci”. “Più del 40% della popolazione – aggiunge - si avvia alla totale rinuncia ai mezzi di informazione tradizionali che hanno una funzione di mediazione e moderazione. Viviamo in una rivoluzione permanente e negli ultimi cinquant’anni abbiamo imboccato a gran velocità la corsia preferenziale verso l’alta tecnologia e la digitalizzazione. Nel frattempo, la formazione, il lavoro e l’intrattenimento sono delegati al controllo dell’Intelligenza Artificiale e questo vale anche nella fotografia e nell’arte contemporanea dove l’AI stessa va di pari passo con la realtà virtuale, la realtà aumentata, i progetti digitali, le tecnologie e i social media che hanno sconvolto proprio il mercato dell’arte contemporanea e dell’arte nei modi più disparati”.

 

Il cambiamento di natura delle opere d’arte e la riconfigurazione dei musei e degli spazi espositivi – ci fa notare - stanno lasciando spazio ad alcuni dei più sorprendenti esempi di mix tra arte e tecnologia, ad esempio attraverso l’arte digitale e attraverso opere che esplorano Internet e l’esistenza online. “Con ogni nuova evoluzione della tecnologia - continua Stahel, già fondatore del Fotomuseum di Winterthur - anche l’arte cambia e questo non si applica solo alla produzione dell’arte stessa, ma anche al modo in cui l’arte viene vista, condivisa, consumata e poi venduta ed è pertanto sempre in continua trasformazione”. La tecnologia ha reso di certo l’arte molto più accessibile, internet ci ha permesso di consumarla in modo più diretto aprendo il settore a un pubblico più ampio e diversificato e gli stessi musei mostrano le loro collezioni online, utili ai visitatori come agli artisti.

“Non dovrebbe essere vista come nemica della cultura e dell’arte, perché se viene usata bene, può aiutare ad avvicinare i visitatori più che mai a un museo e alla storia che sta cercando di trasmettere”. “Di fronte a tutta questa velocità ed evoluzione continua, però - precisa il curatore svizzero - ci sentiamo comunque storditi, insicuri e smarriti e la vertigine – intesa come mancanza di chiarezza e capogiro – è divenuta la nuova normalità”. Non è quindi un caso, dunque, che la sua nuova mostra curata al Mast, e visitabile fino al 30 giugno prossimo, sia stata intitolata “Vertigo – Video Scenarios of Rapid Changes”, ben 34 opere attraverso le quali 29 artisti internazionali affrontano in sei diverse sezioni tematiche il tema delle mutazioni della società attraverso il mezzo della videoarte. “Una mostra atipica”, la definisce Stahel, perché è costituita unicamente da opere video di diversa durata, da pochi minuti a molte ore, il cui audio è fruibile unicamente tramite telefono cellulare e cuffie, inquadrando i QR code vicini alle installazioni dove sono indicate la durata, la descrizione del contenuto e l’area tematica a cui appartiene. Praying for my haters, ad esempio, l’opera dell’artista francese Lauren Huret, la prima che troverete una volta saliti al piano più alto del museo, è una videoinstallazione incentrata sulla moderazione dei contenuti operata con criteri decisamente opachi dei social media. Nel grattacielo di Manila che vedrete nel video, centinaia di content managers sottopagati sono costretti a lavorare in silenzio per controllare i post corredati da testi aggressivi o da immagini violente e pornografiche che i più pensano di cancellare con grande facilità. Sempre sulla stessa parete è davvero interessante l’esperimento – perché di questo si tratta – fatto dall’artista tedesca Julika Rudelius dopo aver vissuto per diverso tempo a Los Angeles, nel distretto di Skid Row, in una tenda accanto a quella di uno spacciatore. La sua telecamera procede lentamente lungo quella baraccopoli da marciapiede ritmando il viaggio e le vedute. Il titolo dell’opera - The Only Reason – non fornisce ovviamente una risposta. L’irlandese Richard Mosse, vera star della mostra bolognese, già presente alla Biennale di Venezia del 2013, è presente con Broken Spectre, un lavoro imponente ed immersivo dedicata alla foresta amazzonica e a tutto quello che continua a subire. Grazie al sound artist Ben Frost – che ha legato un registratore agli alberi abbattuti catturando le sonorità prodotti dagli insetti molto simili a delle motoseghe – il vostro cervello verrà così sollecitato fino al punto di rottura per elaborare le immagini proiettate sullo schermo lungo venti metri. Nuovi comportamenti sono possibili, come dimostra l’artista berlinese d’adozione Sven Johne che in Sieben bis Zehn Milionen vi farà invece seguire la vicenda di un uomo che guida la propria auto nella notte dopo che non dorme da una settimana, stanchissimo e costantemente bombardato dalle notizie terrificanti di cronaca internazionale trasmesse dalla radio.

Se Stefan Panhans affronta il problema del consumismo e la comunicazione che domina le nostre vite, il campo di lavoro dell’olandese Paulien Oltheten, classe 1982, è la strada, visto che si concentra sull’aspetto fisico, sui rituali quotidiani e sulle attività di routine di persone e oggetti. In Kapitalism, vedrete una panchina – su cui è scritta quella parola – che funge da sostegno a chi è stato scartato, demansionato ed espulso, a chi per via della crisi o di raggiunti limiti di età ha perso il lavoro, forse persino il senno, ma non rinuncia a mantenere il proprio corpo in movimento facendo esercizio fisico. “Quella panchina – conclude Stahel – diventa così per tutti noi che la guardiamo una sorta di telescopio che ci ammonisce e ci interroga sul senso che ha tutto questo, sul motivo per cui ogni secondo che passa ci sembra così importante, centrale e imperdibile”.

 

Resta sempre il mistero e l’imprevisto, “protagonisti nel mondo dell’arte in genere” e prima di andare via ne abbiamo conferma guardando The Rise di Nina Fisher e Maroan el Sani. Sotto la superficie levigata del presente, ci sono infatti dei momenti in cui si avverte quanto sia sottile e fragile la patina della società contemporanea, una riflessione particolare sulla complessa relazione tra il linguaggio visivo (in questo caso, di un edificio), i suoi effetti psicologici e la realtà politico-economica in cui avviene.