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Un impero per sorelle e cognati. Il metodo Napoleone

Siegmund Ginzberg

Il massacro d’esordio carriera dell'allora ufficiale: in pieno centro a Parigi, prese a cannonate la manifestazione monarchica del 13 Vendemmiaio. Poi troni e incarichi alla famiglia e al clan, scalata mediatica allo stato, conquiste e molte stragi

Dopo aver bombardato la città e fatto breccia nelle mura, Napoleone concesse agli assediati un cessate il fuoco. Gli mandò due ufficiali a trattare la resa, e lo scambio dei rispettivi prigionieri. Per tutta risposta quelli tagliarono le teste ai messaggeri, le infilarono su delle picche e le issarono sugli spalti. La vendetta fu feroce. La città fu presa d’assalto il giorno stesso. I soldati francesi ammazzarono chiunque gli capitasse a tiro, donne, vecchi, bambini compresi. Succedeva nel marzo del 1799. La città si chiamava Jaffa. Allora come oggi, giusto a ridosso di Tel Aviv. In quella che allora veniva chiamata Siria. Non ancora Palestina, tanto meno Israele. 

Sono andato a vedere il kolossal di Ridley Scott. Non vi racconterò il film. Solo alcune cose che mi ha fatto frullare per la mente in fatto di analogie con l’attualità. Mi è giocoforza partire da guerre e massacri. Avrei preferito partire da un altro argomento, un po’ più casalingo, un po’ meno greve, di cui pure troviamo eco nelle notizie di questi giorni: il peso della famiglia, dei cognati, dei fratelli e sorelle, dei famigliari e degli intimi in genere, nello stile di governo. Oppure da un terzo argomento ancora: del come cambiò la Costituzione per sbarazzarsi degli alleati e restare solo al governo. Oppure da come riuscì, grazie alla manipolazione dei giornali, a presentare la cosa come restituzione del potere al popolo.

A ognuno, e a ogni epoca, il Napoleone che si merita. Il personaggio continua a tirare. Oltre duecentoventimila i libri scritti su di lui. Impossibile contare gli articoli. Quasi mille i film, dal kolossal di Abel Gance del 1927 (5 ore, da proiettarsi su tre schermi, la versione finale) a quello di Ridley Scott nelle sale in questi giorni. Passando attraverso il molto sovietico Napoleone del Guerra e Pace e poi del Waterloo di Sergej Bondarchuk. Pro. Contro. Riformatore. Usurpatore. Uomo della Provvidenza, Grande assassino. Salvatore dell’Europa. Asservitore dell’Europa. Distruttore dell’Europa. Grand’uomo. Piccolo uomo. Spirito del mondo. Dittatore illuminato. Dittatore spietato. Despota e basta. Se n’è detto tutto e il contrario di tutto.

Ma andiamo per ordine. L’episodio del massacro di Jaffa nel film di Scott non c’è. Ci sono le cannonate contro le piramidi e la profanazione delle mummie, insomma delitti contro la cultura. C’è invece il massacro d’esordio carriera di Napoleone, a danno di civili, francesi, in pieno centro a Parigi, quando prese a cannonate la manifestazione monarchica del 13 Vendemmiaio (5 ottobre 1795). Ci sono le carneficine in battaglia. Le sue guerre erano costate all’Europa diversi milioni di morti. La cosa curiosa è che non furono le carneficine a scalfire l’aura del personaggio. E nemmeno la fine disastrosa delle sue avventure. O le tasse estorte per finanziarle.  Lo scalfì, ma solo un po’, il ridicolo.

Sui fatti di Jaffa abbiamo la testimonianza disgustata del dottor Étienne-Louis Malus, il medico militare della spedizione francese. “I [nostri] soldati, tagliarono le gole di uomini e donne, vecchi e giovani, cristiani e turchi senza distinzione […] padre e figlio nella stessa pila [di cadaveri], una figlia stuprata sul cadavere della madre, il fumo [dalle macerie], l’odore di sangue, i lamenti dei feriti”. Il massacro e il saccheggio durarono tre giorni interi. Forse quattro.

Finito coi civili si passò ai combattenti che si erano arresi. Tremila prigionieri furono fatti marciare verso una spiaggia poco a sud di Jaffa e lì passati alla baionetta. Avevano l’ordine di non sprecare munizioni. Abbiamo solo testimonianza di parte. Ma di parte dei perpetratori del massacro, non delle vittime. Quindi ancora più attendibili. Un soldato napoleonico racconta in dettaglio, in una lettera alla madre in Francia, la tecnica usata: si formava un quadrato attorno alle vittime, poi si procedeva ad ucciderle sistematicamente all’arma bianca. Un altro membro della spedizione nota che le vittime “non piangevano, non gridavano, erano rassegnati”. “Il sangue di tutte queste vittime ricadrà prima o poi su di noi. Insegna ai nostri nemici che non possono fidarsi di noi”, la conclusione.
Il massacro dei prigionieri fu giustificato con l’argomento che alcuni erano stati già catturati nei precedenti scontri, a Gaza e a El-Arish, e poi liberati. Erano venuti meno all’impegno a non riprendere le armi. Un’altra giustificazione è che erano di peso in un momento in cui la spedizione era a corto di viveri e approvvigionamenti. Vale anche per un altro ordine dato da Napoleone: quello di abbandonare i commilitoni feriti o convalescenti, dopo avergli praticato un’overdose di laudano, di modo che non cadessero vivi nelle mani dei nemici. L’uccisione di prigionieri nemici non aveva fatto molto rumore nella Francia post-rivoluzionaria. Erano abituati, da un decennio, a ben altro. L’abbandono dei propri soldati invece sì. E’ la ragione per cui Napoleone poi commissionò a Antoine-Jean Gros la grande tela, ora al Louvre, in cui si fa propaganda sulla sua sollecitudine verso gli appestati.

Anche sugli altri massacri le testimonianze vengono dai perpetratori francesi. Con appena qualche esagerazione in più nella propaganda anti napoleonica degli inglesi. Roba da “far venire i brividi” dicono le testimonianze raccolte dallo studioso australiano Philip G. Dwyer. Nella Campagna d’Italia c’erano stati massacri a Pavia e  a Mantova. Ma il peggio successe nel sud, qualche anno dopo. Per sradicare la resistenza in Calabria vennero devastati decine di paesi, gli abitanti sterminati. Quello di Lauria fu il peggiore. Dei 9.000 abitanti, secondo la testimonianza di un colonnello napoletano, ne vennero uccisi subito 3.000, uomini, donne e bambini. Altri 341, che erano stati presi prigionieri, furono fucilati o impiccati nei giorni successivi. Era una vendetta. Un ufficiale francese mandato a parlamentare era stato fatto a pezzi, messo in un cesto, e rimandato al mittente per mezzo di alcuni altri prigionieri. Succedeva di frequente. Anche nel cuore civile d’Europa. Era successo anche in Francia, in Vandea. Un ufficiale italiano della Grande Armée scrive di “prigionieri assassinati” ritrovati “fatti a pezzi con la più disumana crudeltà, i cuori, le viscere, i cervelli strappati, le parti intime infilate in bocca […]”. Ma il peggio del peggio fu fatto prima nelle Antille, per reprimere la ribellione dell’ex schiavo Toussaint Louverture a Saint-Domingue, poi, su scala maggiore, in Spagna. 
A Haiti perirono 50.000 soldati francesi (quanti americani in tutta la guerra in Vietnam) e metà della popolazione dell’isola. Per la Spagna parlano, anzi urlano, i Desastres de la guerra di Goya. Innumerevoli, e irriferibili, le atrocità da una parte e dall’altra. Fu la più sanguinosa delle guerre europee di allora. Napoleone fu costretto a lasciare in Spagna 300 mila uomini, che gli sarebbero potuti servire altrove. Non gli servì a nulla mettere sul trono spagnolo il fratello maggiore Giuseppe. Né sostituirlo poi con Gioacchino Murat, già re delle due Sicilie. L’uno e l’altro combinarono guai irrimediabili. Si fecero odiare a morte dagli spagnoli. Giuseppe, che non era tagliato per il governo ma per gli affari, perché li rapinava e tartassava di imposte. Murat perché li faceva fucilare. 
Murat, marito della sorella Carolina, e il generale Leclerc, primo marito della sorella minore, Paolina, si distinsero per spietatezza. Murat è il responsabile dei massacri del 3 maggio 1808 a Madrid, immortalati da Goya. Leclerc inventò nuovi metodi di esecuzioni di massa per sedare la rivolta dei neri a Haiti: li annegava in mare, legati insieme, e li faceva divorare dai cani inferociti. Non risulta che Napoleone abbia obiettato ai metodi dei cognati. Certo non fece bene alla sua fama. Articoli e vignette sui giornali britannici avrebbero martellato per anni sulle crudeltà francesi. Leclerc morì di febbre gialla a Haiti. Paolina, rimasta vedova, poté risposarsi con il principe Borghese, nobiltà nera romana. Murat tradì Napoleone sperando che gli austriaci lo lasciassero sul trono. Non fu Napoleone a farlo fucilare, come poi Mussolini avrebbe fatto con Ciano. Fu fucilato dai napoletani, memori delle sue vessazioni. Entrambe le sorelle davano del filo da torcere ai rispettivi mariti in fatto di fedeltà coniugale. Specie Paolina, quella che possiamo ammirare nuda, scolpita nel marmo da Canova, a Villa Borghese. Entrambe fecero anche loro del loro meglio per farsi odiare dall’universo mondo.

Il sistema di governo di Napoleone, malgrado la conclamata “modernità” nel premiare il merito nell’esercito e nell’amministrazione, si fondava sulla famiglia, su un’appartenenza al clan ereditata nella natia Corsica, su un “cerchio magico” di collaboratori. Fedeli, non importa se capaci o incapaci. Distribuì regni come caramelle ai fratelli e sorelle. Anche ai cognati, e pure ai cognati dei fratelli. Li rimproverava quando la combinavano particolarmente grossa. Specie quando dissipano in feste e prebende le finanze degli stati loro affidati. L’immane corrispondenza privata di Napoleone è piena di rimbrotti. A fratelli, sorelle, cognati scriveva anche ogni giorno, anche quando era impegnato in difficili campagne militari all’estero. Gli storici si sono chiesti dove trovasse il tempo per tutta questa frenetica attività epistolare. Dà dell’incapace, anzi del deficiente al cognato Murat, quando questi disobbedisce ai comandi per farsi bello, o si fa fregare a firmare una tregua con i generali russi, che ne approfittano per raggruppare le forze. Gli fa dure ramanzine. Ma quasi mai li fa dimettere.

Tra i pochi parenti che se ne andranno per la loro strada c’è il fratello Luciano. Era stato il principale artefice della sua fortuna politica. Era stato Luciano a salvarlo dalla catastrofe, e anche dal rischio di essere linciato dai deputati inferociti, in occasione del colpo di stato del 18 Brumaio (9 novembre 1799). Fu la sua oratoria a farlo passare, agli occhi dei suoi granatieri, appostati giusto fuori dalla Convenzione, come vittima, anziché partecipe di una congiura (“fosse mio fratello un usurpatore lo ucciderei con le mie stesse mani”). La scena è tra le più movimentate e grottesche del film di Scott. Fu sempre Luciano a inventare e gestire il marchingegno di modifica costituzionale che avrebbe fatto di Napoleone l’uomo solo al comando, poi addirittura l’Imperatore dei francesi.

L’idea vincente fu una specie di premierato, un sistema con cui Napoleone diventava primo console, una sorta di primus inter pares affiancato da due altri consoli. La nuova Costituzione dava a Napoleone il potere assoluto sull’esecutivo. E anche sulla composizione degli organi che lo affiancavano: un Sénat conservateur di 80 membri, un Tribunat di 100 e un Corps législatif di 300. Napoleone non si fidava del Parlamento e della democrazia rappresentativa. Sosteneva che i deputati ondivaghi tradivano la “volontà della nazione”, l’autentica “sovranità del popolo”, intralciavano il governo, l’esecutivo, che dovrebbe essere “il solo vero rappresentante della nazione”. “Perché mai, in un governo la cui autorità emana da tutta la nazione, in cui la sovranità appartiene al popolo, dovrebbero essere affidate al potere legislativo cose che non gli spettano?”. In un sistema con un esecutivo forte il legislativo “non ci sommergerebbe con migliaia di misure effimere […] che hanno fatto di noi una nazione con trecento grossi volumi di leggi, e non una sola legge che valga”.

Sempre Luciano ebbe la geniale idea di sottoporre le modifiche costituzionali a un plebiscito anziché a un referendum. Lo chiamarono “appello al popolo”. Per evitare che il consenso sfigurasse rispetto alla partecipazione ai precedenti referendum costituzionali, Lucien Bonaparte, che era ministro dell’Interno, aggiunse un milione di schede “Sì” fittizie e si inventò di sana pianta 500.000 “voti di militari”. In tutto furono scrutinati 3,6 milioni di suffragi. I “No” furono appena 8.374. Da lì, a rendere “a vita” la carica di primo console, e poi a incoronarlo Imperatore il passo fu breve. Per metterlo in condizione di trattare alla pari con gli altri capi di stato europei, fu la giustificazione.

L’ascesa fu facilitata da un uso spregiudicato dei media. I giornali innanzitutto, a cominciare dal Moniteur parigino. Ma anche la pittura, la letteratura, le cerimonie, la moda. Poco dopo il plebiscito Napoleone aveva fatto pubblicare un opuscolo in cui lo si paragonava a Giulio Cesare. Quello fu un flop. Al punto che Napoleone si dissociò dalla pubblicazione, e ne attribuì la responsabilità a Lucien. Ma aveva colto la potenza della stampa. Aveva cominciato col far pubblicare due giornali che glorificavano le sue imprese in Italia, Le Courrier de l’Armée d’Italie e La France vue de l’Armée d’Italie. Luciano Bonaparte pagava i giornalisti perché presentassero il fratello come salvatore della patria. Il Senatus consultum del 18 maggio 1804 che lo proclamava imperatore aveva nominato anche una “Commissione sulla libertà di stampa”. Anziché tutelarla, fece sì che da quel momento in poi non fosse lecito pubblicare nemmeno una riga di critica al governo. Dovettero andarsene in esilio M.me de Staël e Benjamin Constant, il profeta del pensiero liberale moderno e autore di Conquista e usurpazione, la più dura condanna di ogni bonapartismo, cesarismo, uomo solo al comando, bullismo militare, da Napoleone a Putin.

Straordinari i Bulletins in cui si dava conto delle campagne militari. Grande giornalismo. Gli articoli erano anonimi. Ma tutti di suo pugno, o dettati al suo staff. Si trattava di propaganda, tanto che l’espressione “menteur comme un Bulletin”, bugiardo come un Bollettino, è entrato nell’uso comune della lingua francese. Ma non propaganda becera. Davano anche le notizie, e pure quelle grevi, come i resoconti della ritirata in Russia. I soldati li bevevano, così come il pubblico a casa. Erano efficaci al punto che i nemici li contraffacevano per diffondere false notizie. Metternich, il gran nemico, disse che valevano da soli “un’armata di 300.000 uomini”. Ma chi di stampa ferisce, di stampa perisce. La stampa degli avversari europei fu impietosa nel denigrare, e soprattutto ridicolizzare Napoleone. A far perdere le staffe al Napoleone di Ridley Scott non sono le sconfitte campali, ma le vignette sui quotidiani britannici.

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