Giovanni Papini (foto Olycom)

Giovanni Papini, un uomo contro

Edoardo Rialti

Giovane e vecchio, eterno bastian contrario: riscoprire nei racconti lo scrittore fiorentino, il padre dello sconcertante nella nostra letteratura

Giovanni Papini è sempre stato giovane e vecchio. Al tempo stesso. E’ un’impressione persino dalle fotografie, con quel viso acerbo di ranocchio, precocemente maturo già da ragazzo a fine ’800 eppure a suo modo sempre innocente con la bocca schiusa sulla faccia che via via si ispessisce e accartoccia di rughe, fino alla morte nel secondo dopoguerra. E’ una commistione che – almeno per chi scrive – faceva tutt’uno con la sua scoperta a diciassette anni, negli ingialliti Vallecchi della biblioteca del liceo o nei pomeriggi di pennica in Calabria, dove le case scavate nella roccia assolata a gibbosa facevano da sfondo alle peregrinazioni del suo Gesù nella Vita di Cristo, lettura che lo stesso Ratzinger avrebbe definito entusiasmante. E’ una caratteristica forse di tanti libri letti a quell’età che spesso non possiede ancora i mezzi per tuffarsi nel contemporaneo e – per suggestioni scolastiche e una intrinseca fame di sicurezza – si volge al passato per muovere i primi passi. I classici si mescolano a quella novità che sei tu stesso, alla tua vita che preme. Giovane e vecchio, dunque. Del resto, lo aveva dichiarato lui stesso: “No: io non ho mai conosciuto la fanciullezza. Non ricordo affatto d’essere stato bambino. Mi rivedo, sempre, selvatico e soprappensiero, appartato e silenzioso, senza un sorriso, senza uno scoppio di franca gioia”.

Mai frase fu più giovanile di questa. Egli seppe cogliere perfettamente quel desiderio goffo e intenso di visibilità, di sentirsi visti, di emergere e primeggiare che pulsa ansioso in ogni esistenza distaccatasi dal paradiso riposante dell’infanzia: “Ogni volta che una generazione s’affaccia alla terrazza della vita pare che la sinfonia del mondo debba attaccare un tempo nuovo. Sogni, speranze, piani di attacco, estasi delle scoperte, scalate, sfide, superbie – e un giornale”. Un desiderio di ribaltamento che si irradia da qualunque iniziativa intellettuale: “Ogni articolo ha il tono e il suono di un proclama; ogni botta e battuta di polemica è scritta collo stile dei bollettini vittoriosi; ogni titolo è un programma; ogni critica è una presa della Bastiglia; ogni libro è un vangelo; ogni conversazione prende l’aria d’un conciliabolo di catilinari o di un club di sanculotti; e perfino le lettere hanno l’ansito e il galoppo di moniti apostolici”. Ciò può essere molto vero in generale dei giovani autori emergenti ma è certamente vero di Papini stesso, che per tutta la vita ha proiettato la sua biografia sull’universo. “Si ha la certezza felice di essere i primi uomini del mondo – i primi in ordine di tempo – i veri Adami; e d’esser quelli che debbono assegnare il nome alle cose, edificar le città, fondare i regni, profetizzare le fedi e conquistare di riffa, corpo a corpo, l’intera padronanza del mondo di qua”. 


Aveva l’aspirazione d’essere contemporaneamente  re, sacerdote e profeta, angelo e taumaturgo di un mondo rinnovato dalle proprie parole


Questa aspirazione a essere contemporaneamente re, sacerdote e profeta, angelo e taumaturgo di un mondo rinnovato dalle proprie parole, egli l’ha conosciuta eccome, l’ha sentita irradiarsi da sé nelle solitudini estive della Firenze di fine ’800. “Era l’ora in cui la gente si leva mezza istupidita dalla siesta ed esce fuori colla ridicola speranza di un soffio d’aria e del fresco della sera. Escivano le balie infioccate coi bambini rossi e piagnucolanti fra le trine; i mariti sudati colle mogli a braccetto; i fratelli colle sorelle per la mano; i giovinottelli a due o tre colle sigarette bianche penzolanti dai labbri; le ragazze coi fazzoletti chiari in testa e gli occhi briosi e desiderosi; i vecchietti in soprabito coll’ombrello celestino sotto braccio; i poveri soldati vestiti di scuro e tutti impacciati co’ loro guanti di filo bianco”. Il ragazzino goffo e libresco guarda di sottecchi tutta quella vita, con un moto di stizza e invidia, rimasticando il bolo di una segreta rivalsa, il desiderio impaziente di rilasciare tutto quel fuoco interiore, di parole e immagini, che già sentiva crepitare dentro, e col quale era sicuro di potersi vendicare di quel mondo così vicino e lontano, risposato e sicuro, creando opere che sarebbero rimaste quando tutte le vittorie più facili degli altri – le coppiette a passeggio, la boria atletica, la condivisione di ritmi e valori sociali – non sarebbero state altro che cenere. “Cosa credete d’esser voialtri, uomini sciocchi e donne ben vestite, che mi passate d’accanto con tanta strafottenza? Vedrete cosa farò io! Voglio essere più di voi, più di tutti, sopra a tutti. Son piccino, povero e brutto ma ho un’anima anch’io e quest’anima getterà tali gridi che tutti dovrete voltarvi a sentirmi. E allora io sarò qualcosa e voi seguiterete a non esser nulla. E io farò e creerò e penserò e diventerò grande più dei grandi e voi continuerete a mangiare, a dormicchiare, a passeggiare come oggi. E quando passerò io tutti mi guarderanno”. 

Questo gusto della contraddizione, questa ritrosia aggressiva, che però cela un patetico desiderio di comprensione, accoglienza, trovava il suo correlativo e forse il suo stampo nella natura stessa dell’ambiente fiorentino, nella sua spigolosa bellezza: “Tutto quel che c’è di poetico, di malinconico, di grigio e di solitario in me l’ho avuto dalla campagna ch’è intorno a Firenze”. Le poche scontrose amicizie sono un mantice che soffia su quella medesima, saccente superbia, su quel gusto settario per l’erudizione e l’iconoclastia che ancora una volta caratterizzano l’adolescenza: “Come si passava muti e sdegnosi, chiusi e diritti nei mantelli neri attraverso le tavolate delle famiglie per bene, accanto ai filistei solitari che crepavan di noia ipnotizzati dai bicchieri vuoti, sotto lo sghignazzio dei giovinotti eleganti e volgari come servitori? Quanti libri abbiamo stroncato, quante idee abbiamo riscoperto, quante fame abbiamo stritolato, quanti sistemi abbiamo smontato, di quante opere abbiamo scritto l’indice e la prefazione, a quanti paradossi abbiamo dato l’aire e a quante saette abbiamo limato la punta!”.


“Cosa credete d’esser voialtri, uomini sciocchi e donne ben vestite, che mi passate d’accanto con tanta strafottenza? Vedrete cosa farò̀ io!”


E la magia delle parole montava e si affilava. Il ragazzino selvatico e pedante si gettò a capofitto nella vita delle riviste e dei dibattiti di inizio ’900. Leonardo, la Voce, Lacerba, e poi la Reale Accademia d’Italia… “Pochissimi mi resistevano. Il parlare animoso, la facilità d’improvvisazione, la pratica della scherma dialettica, l’esperienza delle diverse filosofie, la sfacciataggine della mia erudizione bibliografica mi davano il più delle volte il sopravvento. Possedevo il metodo: sapevo le insidie tattiche, i trabocchetti infallibili, i colpi maestri”. 

E’ l’erompere di una produzione a cascata, di saggi, monografie, diari, il cui gusto per il paradosso porta alle estreme conseguenze la prosa di Hugo e che in quei decenni sarà condiviso da Wilde, Chesterton, Peguy. Qualcosa riecheggia forse in un’altra toscana maledetta, Oriana Fallaci, di cui si conserva una foto giovanile mentre intervista il vecchio leone spelacchiato.  Sono gli anni delle avanguardie che vogliono assassinare il chiaro di luna, e Papini si fa largo nel dibattito generale con una smitragliata di biografie ribaltate, elogi dell’indifendibile e soprattutto con un profluvio di stroncature, divertenti, acute, talvolta insopportabili nel loro ostinato strabismo, nel loro voler essere intelligenti per forza. Fa conoscere Whitman e spernacchia Tolstoj. Progetta un immane “Giudizio universale” nel quale raccontare tutte le vite degli uomini, dagli angeli a Himmler. Propone di abolire la scuola e saluta il Primo conflitto mondiale come un benefico caldo bagno di sangue. La sua ostinazione nel voler essere bastian contrario – posa che talvolta fa sottoscrivere comunque il sentire o l’ideologia dominante, solo compiendo l’intero giro del globo –  ne avrebbe fatto poi un maledetto, che si cita con persino maggiore imbarazzo di D’Annunzio, buono solo per convegni nostalgici di vecchie carampane della cultura locale.


Si fa largo nel dibattito generale con una smitragliata di biografie ribaltate, elogi dell’indifendibile e  con un profluvio di stroncature


Questo soprattutto per gli anni di adesione al regime e il ritorno al cattolicesimo. Ma anche negli anni delle posizioni o delle affermazioni indifendibili il lampeggio sfolgorante rimase. Basti pensare a certi passaggi del suo Dante vivo, del quale Papini ha saputo raccontare come pochi gli odi – ovviamente – il fuoco contro fuoco con cui il poeta rispose al papato di Bonifacio, o a certi spassosi ritratti al vetriolo degli Apostoli o di Nicodemo, un branco di ottusi e pavidi che la Chiesa nella sua infinità misericordia ha fatto santi ma che poco o nulla capivano del Grand’Uomo che seguivano. Papini sì che sarebbe stato il discepolo perfetto. Tutto ciò potrebbe risultare insopportabile – e talvolta lo è – eppure c’è dell’altro. Lo testimoniò Mircea Eliade, che imparò l’italiano proprio per leggere in originale il polemista fiorentino: “Confesso d’aver letto ciascuno dei 30 volumi di Papini almeno tre volte (e lo confesso pur sapendo che certi idioti di spirito torneranno a gridare al mio ‘papinismo’). Continuo ad amare tutto quanto Papini, così com’è. Credo che non vi sia miglior elogio che si possa fare a uno scrittore che quello di confessare d’amarlo interamente anche se da lui ci separano le idee, il temperamento e i princìpi religiosi o morali. Dietro quei 30 volumi c’è un uomo maledettamente vivo e integro. Le migliaia di libri che ha letto non l’hanno cambiato. Le idee che ha promosso e abbandonato una dopo l’altra non l’hanno inaridito”. 

Certo, ateismo, panteismo, occultismo, satanismo, cattolicesimo sono tutte facce del medesimo gusto per l’autocelebrazione – “incontro spesso il Demonio nei miei sogni e anche stanotte l’ho visto. L’ho sognato e ho sognato insieme a lui una tentazione, ma non era lui – capite bene – che mi tentava, ero io che tentavo il Demonio! – per l’estasi prometeica. Ero instancabilmente creatore e annientatore e il mondo mi stava ai piedi come s’io potessi rifarlo tutto diverso o riassorbirlo con un solo atto”. Tuttavia a questa esaltazione fa spesso da contraltare l’estremo opposto, l’onda di essere Dio s’infrange sullo scoglio dell’essere nulla, in una voluttà denigratoria che costituisce una solta di podio ribaltato: “E’ forse la prima volta che un coglione s’immagina d’essere un eroe, che un letterato si crede un poeta e che un idiota si mette i panni del grand’uomo?”.

Non solo. Per merito della bella e recente raccolta di tutti i suoi Racconti (Edizioni  Clichy, a cura di Raoul Bruni, con scritti di Vanni Santoni e Alessandro Raveggi, 720 pp., 25 euro) è possibile oggi finalmente accorgersi o riaccorgersi che Papini è stato uno dei padri dello sconcertante e del fantastico nella letteratura italiana contemporanea, come gli tributò nientemeno che Borges. “Io sono, per dir tutto in due parole, un poeta e un distruttore, un fantastico e uno scettico, un lirico e un cinico. Come queste due anime possano stare insieme e trovarsi bene, sarebbe troppo lungo a descrivere ma veramente è questo il fondo dell’animo mio”. Una simile tensione gli viene riconosciuta come feconda anche oggi da chi si impegna sulle frontiere della scrittura, come lo stesso Santoni di Se fossi fuoco arderei Firenze. In queste numerose prose che vanno dal bozzetto alla distopia la realtà si torce, si sforma come nella nebbia per sfolgorare improvvisamente rinnovata con nettezza allucinata e febbricitante. “Niente ci può far credere che le cose abituali non contengano una maggiore meravigliosità di quella che alcuni cercano nelle avventure e negli spettacoli più singolari”. Lo aveva già notato Dickens incappando nella esotica misteriosità della parola “mooreeffoc”, solo per poi accorgersi che si trattava di “coffeeroom” dall’interno di un vetro. Ciò tuttavia in Papini si dilata ben oltre il gioco arguto, ed egli arriva a tratteggiare città e paesi immaginari che precedono Calvino e Borges, dove magari non si dorme e non si mangia: “La vita, ad Armuria, non ha mai soste o interruzioni, non v’è quasi differenza tra la notte e il giorno, neanche per la luce, perché non appena il sole sta per sommergersi e sparire nelle acque viene acceso, in cima alla collina che sovrasta la città, uno splendentissimo faro gigante che illumina le strade e le case sottostanti in tal maniera che non v’è necessità di altri lumi. La gente gira, ciarla, lavora, entra nei teatri fino all’alba, senza mai intermettere quelle paurose cadute nella morte apparente che noi diciamo sonno”. Mondi come sogno, come ragnatele friabili di mera costruzione mentale, che fanno da sfondo a ombre solitarie, oppresse dall’angoscia. Come nota Bruni, “lo storico dell’arte Maurizio Calvesi ha sostenuto che la lettura del Tragico quotidiano e del Pilota cieco fu decisiva per la svolta metafisica della pittura di Giorgio De Chirico, che dipinge due quadri come L’enigma di un pomeriggio d’autunno e L’enigma dell’oracolo nel 1910 a Firenze, dove Papini era allora la figura letteraria di riferimento”. Spesso i racconti sono in prima persona, o si rivolgono direttamente a un “tu” che coinvolgono nelle loro ansie, frustrazioni, terrori: “Non desiderasti la morte per amor della vita? Non provasti l’avidità di Alessandro dinanzi al cielo lontano?  Questo vorrei chiederti, vilissimo lettore, omiciattolo infiacchito che stai qui a leggere delle pagine, ad ascoltare dei battiti di vita altrui perché non sai compiere atti, perché non sai vivere per tuo conto. Non ti pare vile, vigliacca, vigliacchissima l’azione che stai compiendo?”. 


Mircea Eliade imparò l’italiano  per leggere in originale il polemista fiorentino: “Dietro quei  volumi c’è un uomo maledettamente vivo e integro”


Certe prose comunicano lo stesso disprezzo allucinato per la vita quotidiana vissuto da Lovecraft, un orrore che investe i gesti umani d’un bagliore grottesco, deforme: “Sforzatevi per qualche momento di vedere tutti questi uomini resi immobili mentre eran intenti alle loro opere, ansi-manti dietro ai loro sogni, sobillati dalle loro sudicie passioni, spinti rudemente dai loro desideri. Vedeteli là, sparsi pel mondo, come sospesi da una catastrofe che li abbia trasmutati in fantocci pensanti, in statue disperate. Vedeteli nelle più schifose posizioni e nelle più ridicole, nelle più faticose e nelle più stupide”. A spintoni, curvi, si aggirano individui nei quali cova la stessa incomunicabilità dei versi dell’aria di vetro di Montale. “Immaginate dunque la gioia di quest’uomo dal folle segreto. Immaginate l’acutezza del suo piacere mentre egli traversa la moltitudine indifferente o sogghignante che non sa nulla di lui, che lo crede una qualsiasi parte di sé, un atomo del suo grosso corpo, uomo tra gli uomini e nulla più. La moltitudine non sa ciò che si prepara sotto la fronte dell’uomo che passa”. E’ la prigione esaltante e frustrante dell’io che informa tutta la sua opera, e che arriva fino all’inquietante sospetto di saper solo scrivere bene, il che non vuol dire scrivere davvero. E’ la tensione tra il traboccare di una sorgente interiore che ubriaca, esalta e soffoca nella sua ricchezza e al tempo stesso lo struggimento per uno sbocco esterno che la accolga e incanali, per un impegno e coinvolgimento col mondo. “Io ho promesso – ho fatto a qualcuno una grande promessa e debbo mantenerla. Ma come posso mantenerla se non ricordo quale fosse questa promessa, se non rammento a chi l’ho giurata?”.

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