Civili ucraini a Lviv si preparano alla resistenza il 7 marzo 2022 (AP Photo/Bernat Armangue) 

Fine dell'opinionismo

Quando dilagano le opinioni bisogna aggrapparsi ai fatti

Giuliano Ferrara

Nella stretta tragica della guerra, tre sillogismi sghembi non hanno retto alla prova dei fatti. Se è aperto uno spiraglio per un accordo è in ragione dell’ardimento dei combattenti ucraini nell’usare le armi a disposizione, le informazioni dell’intelligence e altre risorse della logistica militare

Un risultato minuscolo e laterale ma non del tutto trascurabile dell’umiliazione politica, militare e morale degli invasori di Putin, e siamo solo agli inizi, è la certificata morte dell’opinionismo, che era incominciata con l’attacco sfrenato degli ignoranti alle élite dei competenti e con i vaccini. Paul Krugman dice che la decadenza eventuale dell’occidente non sta nelle sue licenze sessuali e di genere, additate da Putin e dal suo sagrestano come cause di un crollo imminente che tarda a venire, ma nella sua disaffezione alla democrazia. Gli si potrebbe obiettare che la democrazia ha perso affetto per sé stessa come sistema di regole liberali, che si è imputtanita come un talk-show, di qui la sua debolezza che ha dunque qualche parentela con la crisi di cultura, tradizione, autorità e merito. Adriano Sofri qui ieri diceva giustamente che il neoimperialismo russo è entrato in guerra contro l’omosessualità, e l’ha ufficialmente dichiarato, dichiarazione che è ovviamente una brutale e frivola bestialità non suffragata, per giunta, da alcuna vera “manliness”, o virilità, secondo i canoni conservatori ma non machisti di un Harvey Mansfield o di un Roger Scruton, filosofi non-opinionisti. Ma che l’ideologia Lgbtq+ faccia problema, sebbene si porti con baldanza in parallelo con la cancel culture e l’irrisione della storia, questo è oserei dire un fatto, non un’opinione.

 

In verità, dopo il rigetto dei vaccini (non quello liberale e personale, quello del No vax collettivo) la democrazia discutidora e opinioneggiante ha dato prova di sé, nella stretta tragica di una guerra e dei suoi tremendi lutti, con tre sillogismi più che sghembi. Essenzialmente, questi. Gli ucraini sono più deboli dell’esercito russo, quindi si devono arrendere, è il primo. Le sanzioni hanno un costo elevato anche per noi, quindi sono inutili, è il secondo. Le armi chiamano armi, dunque non bisogna fornirle ai combattenti a difesa del popolo, è il terzo. Basta enunciarli, nel loro facilismo, e pensare a quanto siano stati ricorrenti e rumorosi tra un ceto riflessivo meritevole solo di indifferenza e disgusto, e subito si percepisce la loro infinita stupidità, comparabile alla perentoria sicurezza con cui sono stati diffusi e argomentati, si fa per dire. Per adesso l’Ucraina non si è lasciata sventrare, è stata colpita duramente ma ha resistito e persino contrattaccato, nonostante la bolsaggine resiliente di chi testardamente la voleva a mani in alto.


Del ridimensionamento dell’offensiva degli invasori fa parte indubitabilmente l’effetto durissimo che esercita sulla società russa l’isolamento economico capace di ridurre un paese, sulla cui apertura e integrazione si era scommesso, al ruolo di paria dell’economia, della crescita, della stabilità finanziaria e dei servizi e consumi di base. Se è aperto uno spiraglio per un compromesso e un accordo, requisito indispensabile anche solo per pensare a una prospettiva di pace e ricostruzione, questo è in ragione dell’ardimento dell’esercito e dei combattenti ucraini nell’usare gli armamenti a disposizione, le informazioni di sistema dell’intelligence e altre risorse della logistica di guerra.

 

Il Demente Collettivo non è pronto a riconoscere queste evidenze, perché “questo lo dice lei”. Il demente individuale neanche, perché è attaccato come una cozza petulante alla difesa con le unghie e coi denti della sua libertà imprescrittibile di dare aria alla bocca. Non ci si può fare niente, salvo essere sempre più avvertiti: quando dilagano le opinioni, per non restarne prigionieri, bisogna scartarle e aggrapparsi ai fatti. Quanto poi alle onorificenze e alle paghette, bisognerebbe ridurle, sarebbe un bel risparmio.

 

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.