La svolta del sud

Nel sud ucraini stanno ricacciando gli invasori da dove sono venuti, ma intanto Mariupol cade

Daniele Raineri

Adesso gli abitanti possono raccontare quello che succedeva nelle zone occupate dai russi 

Mykolaïv, dal nostro inviato. Il fronte sud della guerra in Ucraina è quello aperto dai russi per togliere agli ucraini l’accesso al mare. Per completare la manovra le colonne di corazzati della cosiddetta “operazione speciale” ordinata dal presidente russo Vladimir Putin devono prendere quattro città: da est a ovest Mariupol, Kherson, Mykolaïv e Odessa, la più celebre. Mariupol si arrenderà entro pochi giorni dopo un assedio brutale e dopo bombardamenti che potrebbero avere ucciso cinquemila persone, secondo fonti locali. Kherson è finita sotto il controllo dei soldati russi subito, al primo giorno di guerra, perché è bastato loro attraversare il confine dalla Crimea occupata (è una cosa da ricordare quando si parla di tregue e condizioni: ogni concessione territoriale diventa un trampolino di lancio nella guerra successiva). Poi c’è Mykolaïv, che fa anche da barriera sulla strada verso Odessa. Se cadesse una comincerebbe la battaglia per prendere l’altra. Nell’Ucraina del sud però c’è una svolta in questi giorni: gli ucraini si riprendono pezzi di territorio che erano sotto il controllo dei soldati russi. Se prima la guerra russa tendeva senza arrivarci verso Odessa adesso la risposta ucraina tende senza arrivarci verso Kherson. E’ la dimostrazione che quando i portavoce russi dicono che l’operazione in Ucraina “sta andando secondo i piani” dicono una cosa falsa. 

 

L’invasione non sta funzionando. Il Foglio è andato a vedere due di questi territori strappati ai russi. Il primo è a nord di Mykolaïv, è un’area di campagna con fattorie sparse e due centri abitati, Pisky e Hurivka, sulla sponda sinistra del fiume Bug. Il sindaco di Hurivka dice che la mattina del 12 marzo un gruppo di forze speciali russe occupa un’azienda agricola, prende i telefonini a tutti i presenti e si stabilisce lì – usa il termine “sabotatori”, che indica tutte le forze che non fanno operazioni convenzionali. I sabotatori sono l’avanguardia che apre la strada a una colonna enorme di mezzi russi, “un migliaio” dice il sindaco, con corazzati e artiglieria, che si posiziona su un fronte di dieci chilometri per colpire la città. Per una settimana i soldati russi sparano colpi di artiglieria contro l’esercito ucraino dall’altra parte del fiume e poi come a un ordine preciso abbandonano quella posizione e vanno via.

 

Forse chi li comanda realizza che soldati e mezzi non sono abbastanza – pur se assieme danno uno spettacolo impressionante – per proseguire l’invasione su quel fronte. Prima di andare via spostano il fuoco dei cannoni sui villaggi ucraini, dice il sindaco, quindi contro i civili. Domanda: hanno arrestato o fatto del male a qualcuno mentre occupavano l’area? Risposta: no, non sono entrati nei centri abitati, non li abbiamo visti. All’ultimo giorno mettono i telefonini che avevano preso alla gente dell’azienda agricola dentro un sacchetto e li lasciano in un punto concordato. Una voce sostiene che tra i soldati russi ci fossero anche miliziani del Donbas – quindi appartenenti alle fazioni separatiste – e che cercassero veterani ucraini che avevano combattuto nel Donbas per ucciderli per vendetta, ma non è stato possibile trovare qualcuno che confermasse questa voce. 

 

Il secondo territorio è Schevchenkova, un piccolo centro di campagna a sud di Mykolaïv, in direzione della città occupata di Kherson. E’ interessante e non soltanto perché l’onda dei russi che si ritirano è appena passata di lì, ma anche per quello che succederà in futuro: quando arriverà un cessate il fuoco questo terreno che porta verso la città di Kherson diventerà conteso e combattuto e attraversato da un confine molto militarizzato. Sarà il nuovo Donbas. A Schevchenkova ci sono i segni di bombardamenti pesanti, con razzi Grad che hanno sfondato i tetti di alcune case – per fortuna sono molto sparpagliate – e bucano i prati e bombe a grappolo, che sono più piccole e meno potenti ma si spargono e in molti casi restano inesplose. “Succede tutti i giorni”, dicono gli abitanti. “Tra un paio di settimane l’erba si alza e non riusciremo più a vedere le bombe mentre lavoriamo”. Uno di loro, che sta portando scatoloni di cibo perché la zona a volte resta isolata, dice al Foglio che una settimana fa i soldati russi hanno preso il capo del consiglio locale, Valentin Khula, lo hanno fatto sparire per due giorni e poi lo hanno impiccato a un albero.

 

A sentire lui gli occupanti si comportano in modo diverso da quello che è successo nell’altro territorio a nord. Indica il luogo dov’è stato lasciato il corpo, ma non c’è modo di trovare una seconda fonte. Schevchenkova non è una zona di città, in queste distanze ci sono meno testimoni per confermare o smentire. In un angolo c’è un trattore distrutto da un bombardamento. Sul web i trattori sono un simbolo trionfale della resistenza ucraina perché trainano via i mezzi corazzati russi abbandonati – e anche in questa zona ce ne sono – ma questo è fermo con i vetri sfondati e una ruota floscia. Si sentono colpi dei cannoni ucraini, i soldati spingono verso sud e vogliono arrivare fino a Stanislav, perché da lì potrebbero tenere sotto tiro i ponti che collegano Kherson alla Crimea russizzata. In questo modo i russi nella città occupata vivrebbero la minaccia costante di essere tagliati fuori dal grosso delle forze. Ma mancano ancora molti chilometri e nel frattempo più a est la città di Mariupol sta per arrendersi ai russi.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)