“Il podcast è nativo: non deriva da qualcosa che c’era prima; è immersivo, ha una fruizione diversa dalla tv o dalla radio; è intimo” (foto Unsplash) 

Un giorno dentro a un podcast

Maurizio Crippa

In un’epoca sempre meno disposta a dare credito a quello che legge e vede, la voce crea grande fiducia e intimità. I segreti di un linguaggio immersivo, quasi un teatro a occhi chiusi, svelati da Chora, la company di Mario Calabresi

Apri. Segui. Riproduci. La voce, i suoni, la musica. Ma non la musica che gira intorno, quella che non ha futuro. Quella è la radio: riempitivo in attesa delle news. In attesa di cappuccio e brioche (sì, siamo a Milano). Invece voci e musica. Una storia che inizia, come inizia la giornata. O un racconto che riprende da dov’era rimasto ieri. Intanto che ti prepari. Che esci. Che fai cyclette, che vai con la bici. Un podcast. Un modo per sentirsi raccontare. Nemmeno tanto poi nuovo, del resto. I primi file audio scaricabili in rete sono roba di vent’anni fa; nel mondo i podcast raccolgono da anni centinaia di milioni di ascolti. Persino in Italia, sempre così morbidamente indietro, i numeri sono oltre i dieci milioni all’anno. Nuova, forse da noi, è una percezione più sottile. Esiste lo spazio fisico, quello che occupiamo in casa, sul divano o sul treno. Quello che da un paio d’anni ci hanno parecchio ristretto. E c’è lo spazio degli occhi: lo spazio visivo che ha riempito sempre di più la nostra vita, in questi due anni. Riempita di Zoom, di messaggi da leggere, di streaming. Meno spazio fisico e più spazio da passare a occhi affaticati, annoiati. Poi c’è come una quarta dimensione fatta di suoni, di ascolto. Quasi un metaverso, ma senza la necessità di quel costrutto artificioso, il doppio fasullo di una vita reale. Uno posto sincero. E’ lo spazio delle voci e dell’ascolto, di una intimità fiduciosa. Dove immergersi in pace, bastano le AirPods. Forse non è un caso che l’esplosione dei podcast, in Italia, sia avvenuta in questi anni di spazi ristretti e sottratti.

  

Una quarta dimensione dove immergersi in una intimità fiduciosa. Un successo legato anche a questi anni di spazi ristretti e sottratti

    
Siamo venuti nella casa dei podcast. Per capire come nasce un prodotto editoriale che però, più che a un libro o a un film, somiglia a un monologo interiore: ma fatto per essere ascoltato. E che cattura persone a milioni, mentre a milioni fuggono dai giornali, dai cinema. Il posto è Base (sì, siamo a Milano). In uno dei quartieri più creativi del fuori centro. Si prende il caffè in uno spazio luminoso, pieno di tavoli e di studenti coi computer. Poi con Mario Calabresi saliamo le scale di ferro nel cortile della vecchia fabbrica. Su ci sono i locali di Chora Media, la “podcast company” che ha fondato nel 2020 assieme a tre soci: Guido Brera, dirigente d’azienda ma anche scrittore e cofondatore della Nave di Teseo; Roberto Zanco, manager finanziario e Mario Gianani, produttore cinematografico e televisivo. Niente start up nel garage, niente epica da “se una radio è libera”. Un progetto imprenditoriale consapevole di quattro professionisti che conoscono bene il mondo della comunicazione e hanno scommesso che in Italia c’è “spazio per proporre un prodotto culturale nuovo, basato  su formati lunghi e immersivi”. Prima in co-working, poi una stanza, due, quattro. Prima quattro persone, ora sono ventisette, “tutte assunte, e ce ne vorranno di più. Una soddisfazione”. Nel grande spazio del co-working ci sono altre start up che si dedicano alla ricerca sui suoni. In mezzo al salone un grande parallelepipedo nero: il nuovo studio di registrazione dei suoni, con tecnologie innovative, messo a  disposizione da Fondazione Cariplo. Si può affittare.

   

  
“Mi sono sempre piaciuti i longform, li avevo introdotti a Repubblica; ma articoli così lunghi, otto pagine di giornale,  non sono praticabili, forse solo per riviste come il New Yorker. Quando ho fatto un podcast che è una lunga conversazione con mia madre (“La memoria ha le gambe”, episodio 8 della serie “Altre/Storie”, ndr), sono 35 minuti, mi sono reso conto che un’intervista così, su un giornale, non verrebbe letta. Invece mezz’ora con le voci sì, è il tempo di una passeggiata, di un tragitto in macchina”. Non che ci fosse bisogno di questa prova del nove. L’idea di Chora Media – che non è ovviamente pionieristica, in Italia anche altre realtà imprenditoriali si dedicano da tempo ai podcast e persino i giornali li hanno scoperti – era già nella constatazione che qualcosa di nuovo potesse accadere grazie a quella quarta dimensione: che non è lettura, non è video, ma “una dimensione immersiva, un flusso basato sulla voce. Questo è secondo me decisivo: in un’epoca sempre meno disposta a dare credito a quel che legge o che vede in tv, la voce ha il potere di istituire un canale di fiducia, di intimità. Una situazione emotiva coinvolgente”. Più ovviamente la leggerezza del mezzo, la flessibilità dell’uso, e un pubblico che le serie tv hanno abituato allo storytelling lungo. “I podcast li ascoltano tutti, dicono i nostri feedback, ma soprattutto gli under 40 o 30, un pubblico che sa ascoltare tutta una serie in blocco, o spezzettarla in un suo palinsesto”.

 

La “podcast company” è nata  nel 2020. Un progetto imprenditoriale consapevole   per  un prodotto  basato  su formati narrativi lunghi

  
Buio in sala. Per capire come nasce questa dimensione che prima non c’era, insomma come lavora una “podcast company”, bisogna entrare in sala di registrazione. Quella al Base, dove nasce la maggior parte delle serie di Chora (ma l’hardware è leggero, si possono allestire studi volanti ovunque) è iper tecnologica. Mission sofisticata: produrre suoni immaginando come saranno ascoltati da altre orecchie. Il punto di vista sensoriale di un’altra persona. Ci vuole una regia vera, è come un teatro con gli occhi chiusi. “Devi cercare un equilibrio tra scrittura e sonoro”, spiega Luca Micheli, head of sound, o sound designer, di Chora. Quello che al cinema o in tv sarebbe il regista, vent’anni di esperienza in Rai e altrove. “Il podcast è un prodotto molto diverso dalla radio. Là si tratta solo di trasmettere con chiarezza e  ritmo. Qui il suono è costruito a partire dalla ricerca degli effetti, delle voci; c’è un uso specifico delle interviste, della musica, dei rumori. Devi costruire una narrazione in cui chi ascolta possa capire anche la disposizione delle persone nella stanza, in un bar, senza vedere. E’ una costruzione complessa”. C’è la ricerca con tecniche particolari, come la registrazione binaurale che riproduce le percezioni acustiche di un ascoltatore situato nell’ambiente. L’effetto di un teatro a occhi chiusi, più che un testo letto. “Gli audiolibri sono interessanti, ma lì la parola è molto diversa, è semplicemente la lettura di uno scritto. E’ significativo che il pubblico degli audiolibri sia più maturo, 50, 60 anni”, dice Michele Rossi, una vita da responsabile editoriale per Einaudi e Rizzoli, qualche bestseller. Anche lui sì è lasciato alle spalle i libri “per mettermi in gioco in una cosa completamente nuova, come prodotto e interazione di squadra”. Non è strano che alcune serie diventino teatro. La prima idea di quello che sarà “La città dei vivi” di Nicola Lagioia, il romanzo sull’omicidio di Luca Varani, era venuta proprio da Calabresi, allora ancora direttore di Repubblica. Un lungo reportage. Lagioia ne sviluppò poi un romanzo. Chora gli ha chiesto successivamente di farne un podcast: il che ha significato riscrivere, selezionare, tornare a registrare dal vivo le voci dei personaggi che parlano nel libro. Completamente diverso. Per poi diventare uno spettacolo a teatro, in cui il flusso del podcast si modifica ancora.

 
Dentro una stanza con le pareti verde scuro, mentre parliamo finisce una call. Ora si moltiplicano le voci, sembra di ascoltare un podcast che racconta il lavoro di Chora mentre si fa. Quello che in un giornale sarebbe l’ufficio centrale, in una casa editrice il comitato editoriale. Ognuno al suo lavoro, condivisione continua come in un gruppo di creativi e scansione dei tempi, delle riunioni quotidiane e delle responsabilità da azienda. Nulla di casuale, a partire dalla selezione dei soggetti che diventeranno storie, un testo ben scritto ma senza materiale “sonoro” può produrre un libro, non un podcast. “E non è che un autore arriva con il suo testo, lo legge, e va bene così”. Sabrina Tinelli, autrice e regista televisiva, è arrivata da Audible, altra società pioniera nel mondo dei podcast. E la responsabile della scrittura delle storie. E scrittura non è soltanto parole: “Può capitare che la voce funzioni, ma a volte no, bisogna lavorarci. E soprattutto il podcast non è un racconto o un articolo. Viene smontato, rimontato. Bisogna inserire altre cose. E’ più simile a una produzione televisiva. Un lavoro che si fa in squadra, per qualche autore le prime volte è straniante”.

  

 Molto diverso da un testo scritto o solo letto, “chi ascolta deve capire anche la disposizione delle persone nella stanza, in un bar”. Sperimentazioni

  
Ogni pomeriggio, sulle piattaforme, scatta l’ora di “Stories”, il podcast daily di news dall’estero, realizzato da Cecilia Sala. Anche qui non è qualcosa che somigli a un prodotto giornalistico tradizionale. “Non è vero che non c’è più bisogno di informazione, o che non lo sentano i giovani, ma cambia il mezzo. Gli under 30 non leggono i giornali, eppure a una forma-racconto dimostrano di essere attenti”, spiega Francesca Milano, responsabile di Chora Live, la linea di produzione dei podcast news. E’ la sezione il cui lavoro assomiglia più al desk di un giornale, il podcast (durata variabile, 5-15 minuti al giorno) “Stories” è “una notizia di esteri del giorno, ma raccontata attraverso voci, attraverso il racconto di un fatto, di una persona, di un luogo”. Funziona? “Molto, soprattutto per un pubblico che le news non le segue, o gli bastano quelle da Instagram, da Twitter. Trovano una cosa diversa”. Sta per arrivare anche la nuova serie di Francesca Mannocchi, che è tornata in Afghanistan dopo “Kabul: perché?” realizzato con Cecilia Sala: un lungo viaggio fatto di suoni e voci in presa diretta, rumori e interviste. Giorni di lavoro, che poi diventano altri giorni di montaggio e di scrittura. Niente improvvisazioni da “il nostro inviato”. E’ il format a dettare lo stile.

   

   

Avanti veloce. Se un podcast è un prodotto così diverso da ciò che l’industria dell’informazione e dell’editoria hanno fatto finora – “Il podcast è nativo: non deriva da qualcosa che c’era prima; è immersivo, ha una fruizione diversa dalla tv o dalla radio; è intimo, è un consumo che si fa da soli, con i propri tempi” –  anche il modello di business deve essere diverso. C’è la capacità di rischio, per professionisti che arrivano da mondi diversi e hanno fatto una scommessa, cosa insolita nel mondo delle imprese culturali. Hanno scelto di partire puntando su autori molto conosciuti. Selvaggia Lucarelli è stata il primo milione di ascolti; Pablo Trincia, che ha lavorato dieci mesi per realizzare “Il dito di Dio - Voci dalla concordia”, una ricostruzione con tanto di sonori originali e interviste sulla tragedia del Giglio, diventata poi anche libro (ma testo nuovo e diverso, per Einaudi, “Romanzo di un naufragio”); Sandro Veronesi, Serena Dandini: bisognava garantire la “migrazione”, come dicono quelli di telefoni, da altri media al nuovo. Missione compiuta. Poi c’è da diversificare il business. Il podcast è molti prodotti insieme, diventa libro, diventa teatro, potrà diventare una serie televisiva, o un radiodramma 4.0. E diversificare i propri prodotti. Oltre le storie – e prossimamente le prime fiction – e i podcast di tipo giornalistico ci sono quelli “branded”, che sono prodotti per  raccontare aziende. Metà del fatturato di Chora Media viene da lì, il resto se lo dividono i proventi dalle piattaforme su cui sono distribuiti i podcast e i diritti editoriali. Una scommessa che punta anche sui numeri da un altro pianeta di un fenomeno che ormai è attecchito anche qui (“Noi abbiamo semplicemente preso l’onda mentre iniziava a crescere”, dice Calabresi). E’ una quarta dimensione che non c’era, “una circolazione di reti”. Un mondo in evoluzione, con settori di pubblico  e spesso logiche inedite. Basta pensare alla tempesta che ha investito Spotify, una delle maggiori piattaforme mondiali anche nella distribuzione di questi prodotti, proprio per il suo podcast da cento milioni di  ascolti “The Joe Rogan Experience” a cui Neil Young e Joni Mitchell hanno dichiarato guerra, causando un imprevisto (da Spotify) esodo di abbonati dai numeri altrettanto imponenti.

  

Una community che va oltre il virtuale: “Ancora ricevo messaggi e ringraziamenti, ancora mi invitano a incontri per presentare la storia”

    
Perché fuori da Base, la sera, c’è la voce delle community. E  contano, e tanto, in questo mondo virtuale e intimo, ma in grado di sviluppare un senso di identità sorprendente. C’era una volta la comunità ridestata dal “cari amici vicini e lontani”, oggi il bisogno di riconoscimento scatta facilmente attorno a un  podcast. Sara Poma, specialista di contenuti digitali e dall’inizio nello staff di Chora ha realizzato una serie che si intitola “Prima”, la storia della prima donna omosessuale ad avere fatto coming out in Italia. “Ancora ricevo messaggi e ringraziamenti, ancora mi invitano ad incontri per presentare la storia”. Al circolo, in una location improvvisata. O in libreria: per parlare di una cosa che fisicamente non esiste? Non si può manco fare il firmacopie, con un podcast. Eppure c’è anche questo, e prima non c’era. Qualcosa che ha a che fare con  una “immaginazione editoriale collettiva”. Sarà per questo che le orecchie dei media tradizionali sono così attente a ciò che avviene in questo mondo così fiduciario e immersivo. Sarà per questo che Chora Media ha deciso  di creare una Academy, una scuola di otto settimane, online conclusa da una giornata in presenza a Milano, per offrire ai giovani la possibilità di avvicinarsi in modo professionale al mondo dei podcast. 

 
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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"