Marcel Proust (wikimedia commons)

La realtà che si "tradisce"

Lo storico che si prese gioco di Proust

Luigi Azzariti-Fumaroli

Jacques Benoist-Méchin fu uno storico ambiguo, sfuggente, e il suo mémoire sullo scrittore francese ne offre una testimonianza altrettanto ingannevole. Un libro

"Raccontar vi vo bel bello quel che accadde a Proust Marcello ch’era un vecchio cataplasma sempre oppresso ahimè dall’asma…". In questa dolceamara filastrocca Umberto Eco ricordava, di Proust, la natura di eterno convalescente. Dedito ad usare ogni riguardo nei confronti della sua malattia, Proust è giunto a farne una delle condizioni dei suoi romanzi e racconti. Essa gli ha rivelato come le cose, gli esseri viventi, il mondo sfuggano alla visione superficiale, arida e schematica del “tempo perduto”, che può perciò sopravvivere soltanto come finzione nella quale l’autore ha la parte di un’"ombra nata dal fumo delle sue fumigazioni, con il volto e la voce divorati dalla corrosione notturna".

 

Fu quest’ombra ad accogliere, nel giugno del 1922, Jacques Benoist-Méchin nelle stanze del Ritz, andito esclusivo, ma meno privato di quella casa al 44 di rue Hamelin, nella quale da lì a qualche mese, alle cinque del pomeriggio del 18 novembre, Proust sarebbe spirato, tenendo la mano del fratello, in un piccolo letto d’ottone accanto al quale Cocteau notò i venti quaderni della Ricerca, che "continuavano a vivere come continua a battere l’orologio al polso dei soldati morti".

 

Combattente in Germania, fra le fila dell’armata del Reno, era pure Benoist-Méchin al tempo del suo incontro con Proust. A propiziarlo era stato l’interesse che il grande filologo romanzo Ernst Robert Curtius, dietro suggerimento dello stesso Benoist, aveva mostrato per la Ricerca del tempo perduto. O almeno questo dichiara Benoist, al cospetto della cui narrazione dei fatti sembra però legittimo porsi l’interrogativo s’essa sia vera o soltanto accaduta. La biografia di Benoist-Méchin non è del resto affatto rettilinea: europeista per formazione, si lascia incantare dalle sirene hitleriane, diventando un fervente collaborazionista; condannato a morte nel 1947, viene graziato, forse anche per intervento di De Gaulle, che ne ammira le doti di storiografo militare e di biografo, grazie alle quali otterrà, in vita e dopo, non esigua fama.

 

Uomo ambiguo e sfuggente, dunque, Benoist-Méchin offre una testimonianza su Proust altrettanto ingannevole. Se qualche attenuante si volesse concedere, invocando il tempo trascorso – trentacinque anni – dai fatti accaduti alla loro prima pubblicazione, non potrà però passare sotto silenzio il maldestro tentativo di gabellare, da parte di Benoist, la fotografia della prima moglie di suo padre, affascinante e butirrosa, per quella di sua madre, scialba e incolore. E sebbene Proust, con la sua proverbiale cineseria, coonestasse il raggiro, la delusione dev’essere stata cocente. Ad uscire sconfessata dal tranello era infatti la sua convinzione che un’immagine potesse ricreare talune nascoste corrispondenze, rivelando il nostro invisibile più proprio. Ma soprattutto il fare decettivo di Benoist distorceva, trivializzandola, l’idea proustiana che la realtà non si rivela mai, ma sempre si “tradisce”: cioè non si comunica, ma si deve interpretare; non è voluta, è involontaria.

 

Voluto, invece, fu certamente il corrispondere di Proust con Curtius. Ma anche al riguardo la testimonianza di Benoist sembra cozzare col dato storico. A Gide (lettore della Ricerca dapprima severo e poi resipiscente) Proust doveva, stando al suo epistolario, la conoscenza del filologo teutonico; e sempre a Gide, nell’estate del 1922, Proust si rivolgeva per chiedere quale fosse l’indirizzo di Curtius e per domandare: "ci vuole “Herr”? Ci vuole “Professor”?", preoccupato di sbagliare appellativo. Insomma, a leggere il suo mémoire, Benoist-Méchin si guadagna il titolo, invero non troppo ambito, di faloppa. O forse egli ha solo messo in opera uno dei principali insegnamenti che si traggono dalla Ricerca: "l’essere la menzogna essenziale all’umanità", sostenendovi "un ruolo quasi uguale a quello della ricerca del piacere, alla quale d’altronde obbedisce".

 

Jacques Benoist-Méchin, Un incontro con Proust, a c. di Gianni e Giuseppe Garrera, Morcelliana, Brescia, 2021, pp. 80, euro 12.

 

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