Gli allegri morti di Sicilia

Un bel libro di racconti ci dice che i defunti, al Sud, quando si affacciano lo fanno per divertirsi: bere, mangiare, ballare, baciare. E guai a non assecondarli. “Qui di morte non si muore mai”
di
27 APR 20
Ultimo aggiornamento: 10:03 AM
Immagine di Gli allegri morti di Sicilia

I pupi di zucchero, i dolci della tradizione siciliana che si fanno per la La Festa dei Morti

“Da sotto i morti non stanno muti. E’ questo che ci hanno insegnato in Sicilia”, scrive Renato Battiato nell’introduzione a Morti di Sicilia e altre stranezze, un’antologia di cinque racconti di altrettanti autori siciliani (Giovanni Verga, Luigi Capuana, Vincenzo Linares, Giuseppina Radice, Danilo De Luca) dedicata al culto dei defunti e pubblicata da una casa editrice nuova, giovane e decisamente interessante, Rossomalpelo, che ha scelto di esaltare l’aspetto fantastico, favolistico e misterioso dell’isola attraverso pubblicazioni che ne attraversano la storia e ne indagano, alla lettera, l’ossatura.

Un’antologia di cinque racconti di altrettanti autori siciliani dedicata al culto dei defunti, che esalta l’aspetto fantastico e misterioso dell’isola

I morti, in Sicilia, sono i custodi dei vivi, mezzi angeli e mezzi satiri; le storie dei morti sono storie della storia dell’isola

“Dove c’è più luce, là c’è più mistero”, ha scritto Bufalino, per spiegare come mai l’isola sia sempre stata terra di pratiche magiche

L’esorcismo parla la lingua familiare degli avi, con cascami di fobie e paura da morire dentro tutto un sottofondo di quieta normalità

In quest’isola piena di arsure e bizzarrie, dove tutto rischia di essere memorabile e pretende di essere solenne, dove il cattolicesimo è più pagano che puritano e i diavoli come Aleister Crowley hanno trovato buon terreno per scorrazzare, la magia non ha mai avuto bisogno di travestirsi, non ha mai avuto bisogno di trucchi: semplicemente, cresce selvatica da sempre, e poi chissà che fine fa (a volte viene cucinata, sotto forma di certe erbe che nessuno ha mai avvistato altrove, e che le nonne chiamano con sbrigativa consapevolezza “minestra selvatica”). “Vero è che qui dalla magia è facile trapassare, a scelta, nella farsa rusticana o nel mito”, scrive ancora Bufalino. E se leggiamo tutti di fila i cinque racconti sui morti di Sicilia di questa bella antologia, storie d’amore, di ridicolaggini e di stranezze, certo di farsa ce n’è in abbondanza, e si mescola con il mito nella maniera indicata da Bufalino: nei racconti di fantasmi, come in quello di De Luca, c’è una componente leggendaria che si attacca, si avvita a un’esigenza connaturata al luogo, come i miti greci che non sai più se sono nati per spiegare un fenomeno naturale o se invece quel fenomeno è nato per far contenti loro, per far contenta quella storia che qualcuno doveva per forza raccontare.
E’ una gioia che una casa editrice oggi si lanci nelle storie di fantasmi con tale coscienza dell’origine e tanta dimestichezza con le stratificate fantasticherie isolane; i tipi di Rossomalpelo curano anche una rivista, Cariddi, che misura il grado di mostruosità (e quindi di accettabilità) delle storie pubblicate. Il pulp, in Sicilia, esiste in natura: Cariddi, l’orribile e famelica Cariddi, era una ninfa bellissima, punita per aver mangiato i sacri buoi di Gerione. Non è farsa rusticana anche questa, una ragazza che non sa resistere alla merenda, ignara e spavalda mentre si sfizia con una delle fatiche di Eracle? E’ mito, in Sicilia, anche la festa del due novembre, imparentata, molto più che con Halloween, con il “Dia dos Mortos” messicano, che perpetua una festa indigena attraverso le sembianze della “calavera” Catrina, una donna-scheletro, vestita elegante e pronta a tornare sulla terra per ballare, scherzare, ridere. I morti, al Sud, quando si affacciano lo fanno per divertirsi: bere, mangiare, baciare è il loro obiettivo e non bisogna mettersi di traverso. Guai a non assecondarli, significherebbe ricordare loro la peggiore delle offese, la più impronunciabile delle sentenze: che non sono più vivi. Mentre invece, ricorda Renato Battiato, “in Sicilia di morte non si muore mai.”