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La rivincita degli occhi

Pietrangelo Buttafuoco

Tutti costretti in maschera e allora lo sguardo ne approfitta: specchio dell’anima e unica nostra nudità

Gatta ci cova sempre guardandosi negli occhi. Ma quello che non si poteva fare mai e poi mai – proibito dalla legge – adesso è imposto dall’autorità costituita. Ci si copre il volto con la mascherina, come fanno i banditi del Far West. Come fanno le donne – anche quelle brutte – ormai tutte Sherazade.

 

La rinuncia di sé, per dettato di salute pubblica, abroga – dopo la stretta di mano – anche il riconoscimento facciale. E come per la minaccia a mani in alto – o come per la seduzione col cuore in gola – c’è un unico affaccio per la faccia: gli occhi.

 

Lo sguardo, ancor più della maschera che copre il grugno, prende il possesso della sfera pubblica. Le guardie giurate che mai e poi mai avrebbero fatto avvicinare ai banchi dell’emporio un imbavagliato, adesso – per preciso protocollo – accolgono solo clientela avvoltolata di garze, chador, foulard o, al peggio, ritagli di pannolini (o lacerti di carta forno, purché appesi al naso).

 

Un colpo di scena nel gran pasticcio dell’umanità. Più ci si nasconde, più ci svela – con prepotenza – con gli occhi. Un cambio di prospettiva in cui lo sguardo – innaffiato d’ansia – è ormai, per tutti e per ciascuno, l’estremo appiglio d’identificazione.

 

Specchio dell’anima, gli occhi, sono ormai l’unica nudità. Sono il pezzetto di sé nell’altrove. Sono lo scudo contro l’impuro biologico, sono pur sempre gli occhi – tramite di luce e immaginazione – e sono gravati da una gran consapevolezza: di essere ospiti, ma in trappola.

 

A far proprio il lavoro intimo dell’anima – inseguiti dall’affrettarsi dell’emergenza – gli occhi si ritrovano con un troppo stretto margine di malinconia o meraviglia che sia: quella della vita di ognuno vissuta in mezzo a quella degli altri.

 

A differenza degli attori che, nell’attesa del sipario, hanno sempre in odio il dramma da svolgere sul palcoscenico, gli occhi – di sottecchi – nel cambio scena, comunque si arrangiano. Capaci di tutto, trovando tutto, gli occhi – maliardi – rubano tutto: anche la faccia da cui si affacciano. Se la prendono.

Nel percorso che dalla monade di casa propria, al chiuso, porta fuori – nell’acquario dove siamo tutti con la mascherina, e i guantini – la sola possibilità di guardare ci trasfigura in sparse schiere mistiche.

 

Occhi negli occhi ci si dispone accanto a cibarie, ai beni di prima necessità, ai cacciavite e, naturalmente, accanto anche ad altre esistenze camuffate secondo le regole della profilassi ma vigili nell’incombere dei lazzaretti.

Senza farsene una malattia, gatta ci cova sempre nel rimpallo di occhi con altri occhi, e l’ultima volta in cui si era tutti a faccia nuda è stato alla camera mortuaria.

 

Il defunto, nel suo cofano, con le palpebre abbassate, non aveva velario. Gli amici – addolorati, radunati intorno al feretro – si sono tirati giù la mascherina di protezione. Gli occhi volevano piangere e dovevano pur farsi rigare il volto dalle lacrime, la commozione è – per l’appunto – sfacciata. Solo i becchini se ne stavano con le mascherine. Gatta ci cova sempre e con gli occhi, comunque sempre assai professionali, spingevano i condolenti a piangere più in fretta.

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  • Pietrangelo Buttafuoco
  • Nato a Catania – originario di Leonforte e di Nissoria – è di Agira. Scrive per il Foglio.