Gli invisibili del virus in India

Carlo Buldrini

Il governo di Delhi ha imposto misure draconiane, modello Cina. Ma il lockdown ha tolto ai poveri anche quel poco che avevano. Le carovane dei migranti e altri brutti segnali

La pandemia, in India, è causata da molti virus. C’è il Covid-19 che, per ora, ha avuto un impatto limitato sulla popolazione, ma è in lenta ascesa. C’è il virus di una spaventosa crisi economica provocata da un lockdown che dura ormai da otto settimane. C’è il virus di una millenaria divisione in caste che, in questo periodo, mostra il suo volto più disumano. E c’è il virus dell’odio religioso fomentato dall’estrema destra hindu oggi al potere nel paese. L’epidemia in corso ha evidenziato e ampliato tutte le contraddizioni che caratterizzano la società indiana. Le previsioni erano state catastrofiche. L’epidemiologo Ramanan Laxminarayan, in una intervista a una televisione indiana e poi con un articolo scritto per il New York Times, aveva previsto che, per la fine del mese di luglio prossimo, dai 300 ai 500 milioni di indiani sarebbero stati infettati dal coronavirus. Le cose non sembrano andare così. A oggi, in India, un paese con un miliardo e 380 milioni di abitanti, i casi attivi di Covid-19 sono più di 78 mila e i morti sono 2.549. Ma il virologo indiano T. Jacob John avverte: “Siamo solo all’inizio. Quando guardate un film, i primi dieci minuti non vi raccontano l’intera storia”. Gli scienziati indiani hanno cercato di spiegare il perché di questo limitato impatto del Covid-19 nel loro paese. Hanno formulato tre ipotesi. La prima: in India il 90 per cento della popolazione ha un’età inferiore ai 60 anni (in Italia è il 72 per cento). L’essere un paese “giovane”, potrebbe aver favorito l’India nel contenere il numero di morti causati dal coronavirus. La seconda: nel mese di febbraio scorso, il 94 per cento dei paesi del mondo colpiti dalla pandemia registrava una temperatura inferiore ai 17 gradi centigradi. In India, in questi giorni, la temperatura raggiunge i 40 gradi. L’alta temperatura potrebbe avere tolto forza al virus. La terza: dal 1948, l’India ha reso obbligatorio il vaccino contro la tubercolosi. C’è chi pensa che questo vaccino possa in qualche modo aver protetto la popolazione indiana dal Covid-19.


Malgrado la congestione dei centri urbani, gli indiani sono molto abituati al distanziamento sociale. Da tremila anni sono divisi in caste


 

Le indicazioni date dai medici indiani per contenere la pandemia sono state le stesse dei medici di tutto il mondo: distanziamento sociale e lavarsi spesso le mani. Malgrado la congestione dei centri urbani in cui vivono, gli indiani sono molto abituati al distanziamento sociale. Da tremila anni l’India è divisa in caste. La scala gerarchica si basa sulla “purezza”. Nel gradino più basso ci sono i dalit, “intoccabili” perché dediti ai mestieri impuri: pulire le latrine e trasportare le carogne degli animali. Il distanziamento sociale, nel contesto indiano, assume così caratteristiche particolari. Rafforza i pregiudizi degli appartenenti alle caste alte nei confronti degli ultimi della società. Le organizzazioni che si battono per i diritti dei dalit denunciano che, durante il lockdown, le atrocità commesse nei confronti degli “intoccabili” sono fortemente aumentate. Lavarsi spesso le mani, in India, è invece più complicato. L’82 per cento delle abitazioni rurali indiane e il 60 per cento di quelle urbane non hanno l’acqua corrente. C’è poi il problema delle baraccopoli dove i servizi igienici sono in comune e dove spesso manca l’acqua. Stando all’ultimo censimento (2011), 65 milioni di indiani vivono negli slum. La cifra è di gran lunga sottostimata. A Kolkata (Calcutta) il 40 per cento della popolazione vive negli slum. A Mumbai è il 42 per cento. In questa città c’è la baraccopoli più grande dell’Asia: Dharavi. Qui, in poco più di due chilometri quadrati, vivono 700.000 persone. Quando, il 2 aprile, un uomo di 56 anni è morto di coronavirus a Dharavi, la notizia ha gettato nel panico l’intero paese. Gli standard abitativi nelle città indiane, col tempo, si sono sempre più deteriorati. A partire dagli anni 2000, grazie al boom economico, sono sorti nelle grandi metropoli indiane dei complessi edilizi chiamati “gated communities”, comunità protette. Circondati da alti muri di cinta, in questi quartieri residenziali ci sono edifici a torre con appartamenti di lusso, negozi, cliniche private, piste da pattinaggio e, a volte, interi campi da golf. Guardie armate tengono gli estranei fuori dai cancelli. Assicurato alle élite urbane un vivere confortevole, il resto delle città indiane è stato abbandonato a sé stesso. Lentamente è iniziato il declino. E’ in queste sterminate aree urbane degradate che si teme che il Covid-19 possa colpire più duramente.

 

In India, il primo caso di contagio accertato è stato registrato il 30 gennaio, nello stato meridionale del Kerala. Una studentessa di ritorno dall’Università di Wuhan, in Cina, è risultata positiva al coronavirus. E’ stata immediatamente messa in quarantena e così è stato fatto con tutte le persone con cui ha avuto contatti. Ma i focolai dell’infezione si sono gradualmente accesi in molte parti del paese. Gli stati più colpiti sono il Gujarat, il Maharashtra e Delhi. Così come in tanti altri paesi del mondo, anche in India il governo ha per molti giorni sottovalutato il pericolo. Poi, è subentrato il panico. Il 24 marzo, alle 8 di sera e a reti televisive unificate, il primo ministro indiano Narendra Modi ha annunciato il lockdown totale nell’intero paese. In lingua hindi e scandendo bene le parole, Modi ha detto: “Dalla mezzanotte di oggi l’intero paese sarà sottoposto a un completo lockdown. Per salvare l’India e ogni indiano, per 21 giorni, ci sarà il totale divieto di uscire di casa”. Dopo queste parole, in India c’è stato il caos. Mentre gli abitanti delle città, alle 9 di sera, davano l’assalto ai pochi negozi ancora aperti per accaparrarsi le provviste alimentari, i lavoratori migranti si sono ammassati nelle stazioni dei treni e degli autobus.


Il governo Modi ha usato l’emergenza per attaccare i giornalisti che hanno criticato l’operato del governo


 

L’India ha una popolazione attiva di circa 470 milioni di lavoratori. Il 90 per cento di loro è impiegato in quello che viene definito il “settore informale”. 140 milioni di questi lavoratori sono “migranti”. Si spostano cioè da uno stato all’altro del paese in cerca di lavoro. Fuggono dalle campagne per lasciarsi alle spalle la povertà, la fame e un ordinamento sociale ancora feudale. Gli stati che abbandonano sono i più poveri dell’India: il Bihar, l’Uttar Pradesh, l’Odisha. Questi migranti, all’annuncio del lockdown del primo ministro, si sono trovati improvvisamente senza lavoro, senza la possibilità di pagare l’affitto delle misere stamberghe in cui vivono ammassati nelle città, senza i soldi per poter mangiare. L’unico modo per sopravvivere era quello di fare ritorno nei loro villaggi. Ma il governo ha imposto anche il blocco di tutti i mezzi di trasporto pubblico. In tutto il paese, a migliaia di migranti non è restato altro che mettersi in cammino. Centinaia di chilometri, a piedi, con un caldo infernale e i figli piccoli e i pochi averi caricati sulle spalle. Le immagini di questi migranti in cammino lungo le autostrade dell’India hanno fatto il giro del mondo. Sui social indiani è diventato virale un breve filmato girato con il cellulare da una donna. Era al volante della sua utilitaria e viaggiava nella direzione opposta alla marcia dei migranti. Quando ha visto sopraggiungere una giovane coppia con i sacchi delle masserizie sulla testa e due bambini piccoli tenuti per mano, la donna ha arrestato la sua corsa. Dal finestrino dell’automobile ha chiesto se avessero bisogno di qualcosa: acqua, biscotti? “No, sorella, per ora abbiamo cibo a sufficienza. Dai queste cose a chi ne ha più bisogno di noi”, è stata la risposta. Lungo il percorso, molti di questi migranti sono stati presi a bastonate dalla polizia perché accusati di infrangere le regole del lockdown. Altri sono morti durante il cammino, per la fatica e per la fame. Altri ancora hanno perso la vita in tragici incidenti. Il più grave è avvenuto l’8 maggio nel distretto di Aurangabad, in Maharashtra, quando un treno merci ha investito e maciullato i corpi di 16 di queste persone che cercano di fare ritorno a casa.

 

Giunti nei loro villaggi, per i migranti l’odissea non è finita. Sono spesso guardati con sospetto. La gente teme che possano portare con sé il virus dell’infezione. Per respingerli, molti stati indiani hanno chiuso i loro confini.

 

I lavoratori migranti sono solo una parte dei più di 400 milioni di uomini e donne che, in India, operano nel “settore informale”. Questo esercito di “invisibili” che produce il 50 per cento del pil indiano, lavora senza un contratto di lavoro, senza diritti sindacali, senza ferie, senza congedi per malattia, senza assicurazione sanitaria, senza un regime pensionistico. Sono lavoratori delle costruzioni, falegnami, meccanici, domestiche, venditori ambulanti, facchini, guidatori di ricsciò, lavandai, giardinieri, autisti privati, garzoni di bottega e persone impegnate in altri mille mestieri. Sono loro a rendere possibile la vita in tutte le città indiane. A tutte queste persone, il lockdown ha tolto ogni fonte di reddito. Ma la “serrata” imposta dal governo non ha colpito solo l’industria manifatturiera, i servizi e il commercio. Nelle campagne, la situazione è forse ancora più drammatica. Il lockdown ha spezzato la catena della distribuzione dei prodotti alimentari. A causa del blocco dei mezzi di trasporto, frutta e verdura marciscono nei campi invendute. I braccianti agricoli, pagati a giornata, sono senza lavoro e non riescono più a sfamare le loro famiglie. Il governo ha cercato di correre ai ripari. Dopo sole 36 ore dall’imposizione del lockdown, la ministra delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha annunciato un “welfare package”, delle misure di sostegno alle fasce più svantaggiate della popolazione, per una cifra equivalente a 26 miliardi di dollari, lo 0,8 per cento del pil indiano. Molti economisti e attivisti sociali hanno subito detto che la cifra era insufficiente. Hanno chiesto un “reddito universale di sostegno” a ogni famiglia bisognosa, di 7.000 rupie per due mesi. La richiesta è caduta nel vuoto.

 

Il lockdown di 21 giorni, iniziato a partire dalla mezzanotte del 24 marzo, è stato esteso altre due volte: prima fino al 3 maggio, poi fino al 17 maggio prossimo. Alcuni stati dell’India hanno già annunciato di volerlo prolungare ulteriormente. L’economia indiana è così al collasso. Il fatturato delle principali industrie del paese è sceso nel mese scorso del 6,5 per cento. In questo periodo, si è registrata anche una forte diminuzione della produzione del gas naturale (-15,2 per cento), dei fertilizzanti (-11,9), dell’acciaio (-13), del cemento (-24,7). Le stime dello stesso governo indiano prevedono che, quest’anno, il pil diminuirà dell’8-10 per cento. Milioni di piccole attività commerciali saranno spazzate via. Sembra sempre più materializzarsi lo spettro di una disoccupazione di massa. Il 3 maggio, il tasso di disoccupazione in India è salito alla cifra record del 27,1 per cento. E i dati ufficiali non raccontano tutto. Per esempio, a causa del lockdown, nel quartiere di Sonagachi, a nord di Calcutta, cinquemila prostitute sono senza lavoro. Da settimane loro e i tanti figli piccoli non hanno più niente da mangiare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2006 al 2016, in India, 210 milioni di persone sono uscite dalla povertà. La crisi economica in corso, come in un tragico gioco, potrebbe far ritornare queste persone al punto di partenza.


Il 24 marzo il primo ministro Modi ha annunciato il lockdown totale nell’intero paese. Dopo le sue parole c’è stato il caos


 

Parallelamente al Covid-19, un altro virus ha rialzato la testa in questi giorni in India. E’ il virus dell’odio religioso. Dal 13 al 15 marzo scorso si è tenuta a Delhi, nel quartiere di Nizamuddin, una riunione di circa 8.000 delegati di un’organizzazione missionaria islamica chiamata Tablighi Jamaat. Alcuni di questi delegati provenivano dall’estero e sono risultati positivi al Covid-19. Hanno infettato altri partecipanti al meeting che, a loro volta, hanno portato il virus nelle località indiane di provenienza. Tutti i media hanno dato grande risalto alla notizia e il Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito al governo nel paese, ha subito cercato di cavalcare la vicenda. Alcuni parlamentari del Bjp hanno affermato che i delegati del Tablighi Jamaat facevano parte di una cospirazione islamica – a cui hanno dato il fantasioso nome di “Corona jihad” – con il compito di infettare milioni di indiani. Sono ripresi così in tutta l’India gli attacchi alla comunità musulmana. Venditori di frutta e verdura di fede islamica sono stati boicottati. Nella città di Hajipur, i gujjar musulmani hanno dovuto vendere il latte a una locale cooperativa, scortati dalla polizia. Pazienti musulmani sono stati aggrediti negli ospedali di Meerut e Ahmedabad. Di fronte a questa ennesima campagna antimusulmana, la comunità internazionale ha protestato. Paesi a maggioranza islamica come la Turchia, la Malaysia e l’Iran sono stati i primi ad alzare la voce. Ma è intervenuta anche la Commissione americana per la libertà religiosa. Ha accusato il governo indiano di “permettere parole d’odio e di incitamento alla violenza contro le minoranze religiose del paese”. Narendra Modi, per placare le acque, è stato costretto a dichiarare che “il coronavirus non fa distinzioni tra razze e religioni”.

 

Il primo ministro indiano è stato finora una persona fortunata. In India, il Covid-19 non ha colpito in maniera così drammatica come ha fatto in tante altre parti del mondo. Tutto questo è sembrato più il frutto del caso che non di una programmata strategia sanitaria. Durante il lockdown, Modi non ha rinunciato ai toni teatrali del suo populismo. Ha chiesto a più di un miliardo di indiani di spegnere la luce domenica 5 aprile, alle 9 di sera e per 9 minuti, e di accendere contemporaneamente una candela, una torcia o la luce dei propri cellulari. La cosa, ha detto, “avrebbe portato in ogni famiglia salute e prosperità e avrebbe tenuto lontano le influenze negative”. L’India, non solo ha obbedito alla richiesta del primo ministro, ma ne ha anche approfittato per compiere un tuffo nel Medioevo. Una parlamentare del Bjp dell’Assam, Suman Haripriya, ha affermato che il fumo emesso dallo sterco di vacca (sacra) bruciato, tiene lontano il coronavirus. A Delhi, i membri dell’Akhil Bharat Hindu Mahasabha hanno organizzato un evento chiamato “cow urine drinking party”. Hanno bevuto urina di vacca (sacra) come terapia preventiva contro il Covid-19. Ma non c’è solo il folklore. Modi ha anche usato l’emergenza del coronavirus per attaccare i giornalisti che hanno criticato l’operato del governo nella gestione della pandemia. Questi giornalisti sono stati definiti “antipatriottici” e “traditori”. Sono pessimi segnali.

 

Quando l’emergenza da Covid-19 sarà rientrata, i governi con tendenze autoritarie non lasceranno facilmente i poteri straordinari che hanno assunto nelle proprie mani. E’ un pericolo che corre anche l’India. Ritornata la normalità, non sarà semplice ridare vita alle grandi manifestazioni di protesta antigovernative come quella portata avanti per più di cento giorni dalle donne di Shaheen Bagh a Delhi. La restrizione degli spazi democratici rischia così di essere uno dei prezzi più alti che gli indiani potrebbero dover pagare dopo la pandemia.


La bufala della cospirazione islamica, a cui è stato dato il fantasioso nome di “Corona jihad”. Le reazioni dei paesi musulmani 


Negli appunti presi per scrivere questo diario indiano del coronavirus, c’è anche la notizia della morte di una ragazzina di 12 anni. Entrambi i suoi genitori lavoravano nel settore delle costruzioni. Si spaccavano la schiena in un cantiere edile ad Hyderabad, nello stato del Telangana. Il lockdown imposto a tutto il paese ha fermato i lavori. L’uomo e la donna, pagati a giornata, si sono improvvisamente trovati senza più la possibilità di guadagnare qualcosa. Hanno deciso allora di fare ritorno a piedi nel loro villaggio, nello stato del Chhattisgarh. Assieme alla figlia dodicenne hanno camminato per 150 chilometri. Quando erano ormai a 14 chilometri da casa, la ragazzina è morta. Per la fatica, per il caldo, per la fame. Nei lussuosi appartamenti delle “gated communities” delle metropoli indiane, invece, si tengono lezioni di yoga a domicilio. Per vincere lo stress, l’ansia, la paura e i disturbi del sonno provocati dall’epidemia. Tra una sessione di yoga e l’altra, si guarda distrattamente la marcia dei migranti sui megaschermi dei televisori a colori e ci si lava spesso le mani.