Le vie della lava

Giulia Pompili

Quasi diecimila chilometri dividono il monte Fuji e l’Etna. Due vulcani misteriosi, sconosciuti entrambi simboli della tradizione e del mito. Ora Giappone e Italia vorrebbero guardarci dentro

Ci sono giornate di novembre in cui il cielo di Tokyo somiglia a quello di una qualunque città italiana. Non è un’ovvietà, perché è raro trovare una metropoli in Asia dove sotto lo spesso strato di smog si riconosca il colore del cielo. A novembre, alla fine della stagione delle piogge, si verifica il passaggio dall’umidità e la foschia al vento freddo che pulisce l’orizzonte. Quando il cielo è limpido e l’aria è secca, e magari è domenica e siete pure innamorati, c’è una cosa che vi verrà voglia di fare: andare a guardare il monte Fuji. La premessa meteorologica è fondamentale, perché serve per sapere se la montagna vorrà svelarsi oppure no. Non è soltanto una questione estetica: vedere con i propri occhi la montagna più alta del Giappone – che con 3,776 metri non è nemmeno poi così alta – a un centinaio di chilometri da Tokyo, è un’esperienza carica di significati. Per esempio, chi si avventura sulla sua vetta non è un turista ma un pellegrino. Duecentomila persone ogni anno provano a scalare il Fuji, durante la breve finestra estiva in cui le ascese sono consentite, per un compito più mistico che atletico. Per il buddismo giapponese il Fuji è il luogo dell’ascetismo, ma è con lo shintoismo, la religione tradizionale nipponica, che si manifestano i kami, le divinità della montagna, con tutti i riti che si portano dietro, compresi gli otto templi che conducono alla vetta. Prima del 1945 le donne, che si portavano dietro la loro naturale impurità, non potevano nemmeno avvicinarsi al Fuji. Oggi le cose sono cambiate, ma la tradizione vuole che la scalata inizi di notte, per arrivare sulla cima in tempo per guardare l’alba dalla vetta, o meglio, il Sol Levante. Si chiama goraiko, la grande luce. E c’è un detto giapponese che dice: “Un uomo saggio scala il monte Fuji almeno una volta. Soltanto un pazzo lo scala due volte”. Il resto dell’anno il Fuji si guarda dal basso.

 

Per il buddismo giapponese il Fuji è il luogo dell’ascetismo. Lo shintoismo lo trasforma in una montagna piena di divinità

“L’Etna ha l’aria della vecchiezza; il Fuji invece è l’immagine della gioventù”, scrive il celebre orientalista Fosco Maraini in “Ore Giapponesi”, ed è uno dei primi a capire quanto le due montagne siano complementari, nonostante i quasi diecimila chilometri che le dividono. Anzitutto per la loro natura, che non è quella della semplice montagna: l’Etna e il Fuji sono due vulcani attivi, quei luoghi in cui le viscere della terra arrivano alla superficie, e si espongono. Il vulcano è un passaggio, la “porta dell’inferno”. Nell’Etna si rifugia, a seconda della mitologia, il dio greco del fuoco, Efesto, e viene acceso dalla dea Demetra; ed è Etna, la loro figlioletta, che vi rinchiude il fratellastro, il mostro Tifone. Il monte Fuji invece è la casa di Fuchi, anche lui il dio del fuoco e del cuore per la mitologia Ainu, che sono i primi abitanti del Giappone. Le linee della montagna nipponica, scrive Maraini, “suggeriscono il movimento, lo slancio. L’Etna è possente, ti fa pensare ad un gigante saggio, talvolta è terribile, ma anche allora sembra scuotere le sue catene con l’ineluttabilità misteriosa d’un destino notturno; il Fuji è agile, fiero come una spada, t’invita all’ardire. L’Etna è profondamente maschio, è patriarca di messi, di villaggi, dei popoli di tonni nelle acque profonde ai suoi piedi; il Fuji fa pensare ad una vergine, non per nulla vi dimora la bella Figlia del dio delle montagne, o ad un guerriero adolescente che ha fede purissima in un’idea. Perciò il Fuji è anche vicino all’amore ed alla morte, a tutte le grandi follie; l’Etna invece è il tempo popolato di ombre senza fine. All’Etna si addicono l’ulivo, il castagno, la ginestra, piante legate alle fortune della civiltà e ai sogni dei poeti, gli si addice anche la vite coi dolci languori che dona agli uomini, l’Etna è sempre pienamente di questo mondo; al Fuji si addicono invece i pini selvaggi del Ki no kai, del Mare d’alberi che ne lambe il versante Nord, e poi ceneri o neve; il Fuji, come la poesia, anela al cielo, non si sa mai con certezza se appartenga a questo mondo o no”. Maraini cita poi una famosa poesia sul monte Fuji attribuita al poeta Takahashi no Mushimaro (730 circa), che nell’ultimo verso si domanda: “Che sia un misterioso kami?”. E’ l’intero vulcano, nella sua forma perfetta, la più riconoscibile al mondo, a prendere vita divina. Ma la natura divina dell’Etna è simile, è il vulcano da cui nasce la terra e poi la vita: il frumento per la Sicilia, il riso per il Giappone. L’ultima eruzione documentata del Fuji iniziò il 16 dicembre 1707 e terminò il 1º gennaio dell’anno successivo. Secondo le cronache, la cenere arrivò fino a Tokyo. L’Etna è molto più vivo del Fuji di quanto non sembrasse a Fosco Maraini. E’ un vulcano attivo, che periodicamente cambia forma al paesaggio. “Un vulcano incostante”, lo definiscono gli scienziati, come se il kami dell’Etna non riuscisse a trovare la stessa pace trovata dal Fuji.

 

“L’Etna è profondamente maschio, è patriarca di messi, di villaggi, dei popoli di tonni nelle acque profonde ai suoi piedi”

Uno dei posti più suggestivi per osservare la montagna simbolo del Giappone è il lago Ashinoko. Cioè la caldera formata dall’ultima eruzione, tremila anni fa, del monte Hakone – un altro vulcano che dista dal Fuji soltanto 37 chilometri. Da Tokyo si sale su uno dei treni più famosi delle ferrovie giapponesi, il Romancecar, e si arriva nella città che prende il nome del suo vulcano, Hakone, nella prefettura di Kanagawa. In questo periodo tutto è immerso nei colori autunnali, e anche per questo c’è un nome, naturalmente, momijigari: è l’attività di andare a cercare i posti più belli dove osservare la natura cambiare colore, e prendere tutte le sfumature di rosso. Rosso come le foglie, ma anche rosso come la lava. 

 

I diecimila chilometri che dividono l’Italia e il Giappone sono spesso accorciati dalla natura dei due paesi, che su vari aspetti coincide, si sovrappone. I vulcani e i terremoti, in Italia, fanno parte di un percorso quasi accidentale della vita sulla terra. In Giappone, il paese del principio di precauzione, l’attività vulcanica e quella sismica sono una sfida accettabile, anzi una missione. Sono due approcci diversi, ma complementari, proprio come la vita dell’Etna e la quiete del Fuji. E non è un caso se qualche anno fa centri di ricerca italiani e giapponesi hanno unito le forze per guardare dentro ai vulcani attraverso la muografia. E’ una tecnica di acquisizione di immagini digitali che genera il ritratto di un oggetto solido registrando il passaggio attraverso di esso di particelle elementari chiamate ‘muoni’ cosmici, cioè analizzando l’interazione dei raggi cosmici con l’atmosfera terrestre quando attraversano mezzi con densità differente. Non serve sapere esattamente come funziona, ma è la dimostrazione che per capire i vulcani abbiamo bisogno dei raggi cosmici, e quindi è come se il centro della terra si spiegasse attraverso i misteri dell’universo. Con la muografia si stanno iniziando a fotografare i cuori del Vesuvio e dell’Etna, e la tecnica dei muoni ha già ispirato composizioni, sculture, dipinti, opere d’arte. Perché la scienza ha un limite – e lo racconta anche il mito di Empedocle, caduto nel cratere del vulcano siciliano per studiarne i segreti: ci spiega come funzionano, i vulcani, ma non perché quei luoghi diventano importanti per noi, e si caricano di significati che vanno oltre la semplice comprensione matematica.

 

La natura di Italia e Giappone su vari aspetti coincide, si sovrappone. I vulcani e i terremoti. La scienza che li studia

Su un festoso traghetto che porta i visitatori da una parte all’altra del lago Ashinoko, quando dietro alle montagne spunta il cono perfetto del Fuji tutti tacciono improvvisamente. E’ il momento di salutare la montagna viva, il punto più vicino alla natura di un luogo incomprensibile, ancora oggi. Da una funivia che parte dalla sponda opposta del lago si arriva all’area di Owakudani, che fino a qualche settimana fa era chiusa al pubblico. L’attività vulcanica aveva reso impossibili le visite, perché qui le bocche sulfuree e le sorgenti sputano fuori gas che in alta concentrazione possono diventare tossici per l’uomo. Anche quello di Owakudani, che vuol dire “grande valle bollente”, è un paesaggio vivo. L’odore di zolfo si sente da lontano e qui si cuociono le famose “uova nere”. Ancora il mito: le kurotamago sono semplici uova sode cotte nell’acqua sulfurea delle bocche vulcaniche, è per questo che il guscio si annerisce. Ma secondo la tradizione mangiare un uovo nero allunga la vita di sette anni. Il vulcano porta distruzione, ma anche vita e amore. E soprattutto contemplazione.

 

L’eruzione di un vulcano è la sua espressione di morte. Gli artisti che ne hanno raccontato la quiete, la bellezza, e la devastazione

Pittori e poeti hanno cercato di trovare l’anima spirituale del monte Fuji nella storia, ma di due soprattutto conosciamo i lavori che risalgono alla prima metà dell’Ottocento: Utagawa Hiroshige e Katsushika Hokusai, autori di due differenti serie delle “Trentasei vedute del monte Fuji”, maestri dell’arte dell’incisione ukiyo-e. E’ quasi un’ossessione, ritrarre il vulcano in tutte le sue possibili combinazioni. Hokusai ritrae la montagna guardata attraverso il mare di Kanagawa: “La grande onda” è uno dei ritratti più rappresentativi del Giappone e della cultura giapponese (sono entrambi in mostra, insieme ad alcuni dipinti di Kawase Hasui, alla Pinacoteca Agnelli di Torino, fino al 16 febbraio). Cento anni prima di Hokusai Alessandro D’Anna, pittore palermitano poi trapiantato a Napoli, in un’incisione aveva creato una delle opere più famose dell’“Eruzione dell’Etna del 1766”, seguita poi dall’“Eruzione del Vesuvio dell’8 agosto 1779 con la processione dell’Immacolata”. L’eruzione di un vulcano è la sua espressione di morte, ma l’esperienza estetica è comunque significativa – si tratta di una delle teorie fondamentali della filosofia estetica, come quando andò a fuoco la cattedrale di Notre-Dame eppure, di fronte a quelle fotografie, avevamo l’istintuale sensazione che fossero bellissime. Il ritratto dell’Etna che erutta di D’Anna è il contrario estetico, eppure complementare, della pace descritta all’inizio di “Storia di una capinera” da Giovanni Verga, che fa dire a Maria: “Se vedessi com’è bello da vicino il nostro Etna! Dal belvedere del convento si vedeva come un gran monte isolato, colla cima sempre coperta di neve; adesso io conto le vette di tutti i codesti monticelli che gli fanno corona, scorgo le sue valli profonde, le sue pendici boschive, la sua vetta superba su cui la neve, diramandosi pei burroni, disegna immensi solchi bruni. Tutto qui è bello, l’aria, la luce, il cielo, gli alberi, i monti, le valli, il mare!”. Tutto è bello ai piedi dell’Etna, così come ai piedi del monte Fuji.

Di più su questi argomenti:
  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.