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Cosa vuol dire essere europei. Un dibattito sulla nostra identità

L'idea di comunità e il “patto con gli sconfitti”. L'identità culturale contro quella politica, la frammentazione sovranista e i nuovi metodi per affrontare le crisi

3 Dicembre 2019 alle 15:58

Cosa vuol dire essere europei. Un dibattito sulla nostra identità

Il rapimento di Europa, Nöel-Nicolas Coypel, 1727

La storia o la propaganda, il costume o la cultura, persino la gastronomia, ci hanno dato un'idea condivisa di cosa voglia dire sentirsi italiani, tedeschi, ungheresi. Ma se si parla di identità europea, il confine si fa più labile e gli scontri più aspri. Cosa vuol dire essere europei? “Per quanto riguarda la storia delle idee, esistono due possibilità”, dice al Foglio il professor Carlo Bastasin della Luiss School of European Political Economy e senior fellow al Brookings Institute. “Il primo contribuito alla civilizzazione che ha dato l'Europa è stato quello di considerare l'umanità come una comunità unica. In seconda istanza quello di integrare nel concetto di convivenza la diversità e il dissenso, dall'autocritica socratica in poi. Il fatto che questi due concetti si siano integrati nel concetto di democrazia – dove il dissenso è costituzionalizzato e collegato ai diritti individuali, alle carte dei diritti – è una caratteristica specifica che attribuiamo alla cultura europea”.

    

Sulle rovine di Troia

Domani, mercoledì 4 dicembre all'interno della manifestazione Più libri Più liberi che quest'anno affronta il tema dei confini dell'Europa, Bastasin parteciperà a un dibattito dal titolo “Cosa vuol dire sentirsi europei? È davvero necessaria un’identità comune?” Una discussione moderata da Marco Valerio Lo Prete con Sergio Fabbrini, direttore del dipartimento di Scienze politiche della Luiss, e Angelo Panebianco. “C'è poi qualcosa di più recente – continua l'editorialista del Sole ed ex vicedirettore della Stampa – che ha a che fare con l'idea non antagonistica delle relazioni internazionali. Un esempio che mi colpisce sempre è una riflessione di Hannah Arendt, che ha colto nella sconfitta di Troia il mito romano delle radici”, e quindi l'origine dell'Occidente. Nella sua Introduzione alla politica (Che cos'è la politica), Arendt considera infatti “uno dei fenomeni più notevoli ed emozionanti della storia occidentale”, il fatto che Roma, al culmine della sua gloria, attribuisca la propria nascita a una sconfitta, e racconti la propria fondazione come una ri-fondazione di genti disperse in fuga da Troia in fiamme. Non l’annientamento del nemico, ma un patto con gli sconfitti, è ciò su cui l'Europa è fondata.

 

“Anche avvicinandoci a noi, nel dopoguerra, la sconfitta stessa ci ha imposto di trovare nuovi metodi di convivenza. Le stesse logiche odierne, che è curioso rivedere nella creazione delle infrastrutture, dei contratti, nascono da quella matrice romana non di contrapposizione con i popoli conquistati, come succedeva per i Greci, ma nella creazione di una società, una rete di alleanze”. I romani “dopo il combattimento non si ritiravano in se stessi e nella loro gloria, tra le mura della loro città, ma avevano acquisito qualcosa di nuovo, una nuova sfera politica garantita per contratto, nella quale i nemici di ieri diventavano gli alleati di domani”, come scrive Arendt. Così, mentre il nomos greco era un confine che separava, la lex romana era un contratto che metteva in relazione. “Se esiste un'identità è quella autocritica di chi ha riconosciuto i propri errori”, spiega Bastasin.

     

L'identità europea come processo politico

“Contrariamente alle sciocche posizioni sovraniste, bisogna dire che l'Europa non ha una sola identità ma ne ha tante”, sostiene il professor Sergio Fabbrini. “L'identità europea non è sostitutiva di quella nazionale. Anzi, aggiunge valori politici, non culturali o etnici. Credo sia indispensabile fare lo sforzo di fornire una visione liberale dell'Europa, che assomiglia ad altre unioni di stati. Se no rimarremo ad arrabattarci in una pozzanghera identitaria”.

 

“Le identità sono quasi sempre costruite su processi storici, istituzionali, sociali, o attraverso l'azione di élite culturali e politiche”, dice al Foglio il direttore di Scienze politiche della Luiss – già docente a Berkeley e da tempo editorialista del Sole 24 ore. “Anche l'identità europea è parte di un processo di questo genere: non esiste in natura ma è il risultato di un processo storico. Pensarla solo come scaturita dallo sviluppo di identità nazionali, di caratteristiche etniche e linguistiche, è un errore. L'identità di un'unione di stati non può essere equiparata a quella presente all'interno di un singolo stato. Nel nostro caso, ogni tentativo di dare un'identità unica e uniforme all'Europa non ha fatto altro che accentuare le divisioni. Ne troviamo, certo, la base nella storia romana, greca, nel cristianesimo, ma l'Europa che possiamo costruire non può nascere da un'identità prettamente culturale, altrimenti ci sarà sempre qualche gruppo, qualche minoranza o genere che non si riconoscerà in quelle tradizioni. L'Europa può avere identità solo se è intesa in senso politico. Ciò che ci può tenere insieme è un'identità che va costruita politicamente: il riconoscersi nello stato di diritto, nel rispetto reciproco e nel rispetto dell'identità della persona, nel riconoscimento delle minoranze. Se questi valori politici si trasformeranno in identità culturale lasciamolo decidere alla storia”. 

 

La crisi impone metodi nuovi

Ripartire dai propri errori, dicevamo. La crisi ha influenzato la visione che abbiamo dell'identità europea eppure, come spesso accade nella storia, può anche segnare l'inizio di una nuova prospettiva. “Se fino a poco tempo fa – aggiunge Bastasin – potevamo non occuparci di identità perché eravamo convinti che il solo fatto di avere commerci e frontiere aperte, avrebbe creato un allineamento tra regioni ricche e povere – cosa che il mercato unico ha in parte creato, in effetti – l'economia oggi è diversa. Invece di produrre convergenza, da quando la nuova tecnologia ne ha modificato in profondità il contenuto, l'economia crea divergenze. Con il contenuto tecnologico e l'immaterialità è cambiata anche la struttura del capitalismo. Come funziona lo si vede nelle statistiche, dove l'aumento di ricchezza delle città leader non coincide più con l'aumento del livello mediamo del resto del paese. Qui si apre una divergenza, che oggi è molto più accentuata di prima, al di là delle colpe o responsabilità dei singoli amministratori. Basta pensare a zone come il centro di Londra dove, secondo l'Eurostat, il pil pro capite è sei volte quello Ue. Oppure ad Amburgo e Bruxelles, al Lussemburgo, a Dublino e all'Alta Baviera che sono tra le più ricche d’Europa. Ma anche Bratislava e Praga, che surclassano la Lombardia e pure Stoccolma. Esistono, in queste e altre aree, aggregati di ricchezza che non ci fanno più pensare che in un futuro prossimo saremo tutti in condizioni molto omogenee di benessere, con strutture sociali simili. Mi piace chiamare questo processo di 'divergenza inerziale': le radicalizzazioni nella qualità della produzione creano una forte contrapposizione di identità tra vincitori e sconfitti. Quando questo coincide con un calo del benessere a livello nazionale, la crisi tende a polarizzare le identità nazionali”, a farci riscoprire chiusure e nazionalismi. 

   

Il sovranismo, dunque. E il portato di frammentazione e isolamento che queste politiche stanno dimostrando di attivare tra popoli e stati, in Europa e altrove. Per Fabbrini, l'errore di fondo è “l'assolutizzazione dell'identità nazionale – e penso al discorso degli onorevoli Meloni e Borghi di ieri –, la sua strumentalizzazione come 'orgoglio' che ti fa sentire superiore, che in realtà penalizza l'Italia. Non solo sul piano diplomatico ma anche su quello culturale. Ogni volta che si è ideologizzata l'identità nazionale, questa è diventata nazionalismo. Invece è qualcosa di empirico, è fatta di linguaggio, memoria, cibo, genitori, paesaggi. Il nazionalismo è una proiezione ideologica di quell'idea. Ciò che mi aspetto dagli anti-sovranisti è evidenziare che le identità plurime rendono forte l'Italia non la indeboliscono. Permettono di proteggere, di riconoscere ciò che ci unisce sul piano nazionale e di proiettarci sull'arena continentale con una mentalità favorevole a nostri interessi nazionali. Ed essere, al contempo, ben coscienti che la costruzione dell'Europa non si risolve con appelli retorici. E che le crisi hanno impattato sul progetto di unione di mezzo miliardo di persone, di ceti, gruppi con interessi diversi. Alle crisi, quella economica, quella migratoria, siamo arrivati impreparati: abbiamo agito come un'Europa intergovernativa, come organismi che vogliono mantenere la sovranità in politiche che invece andrebbero gestite in modo comune”. Occorrono metodi nuovi.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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Commenti all'articolo

  • Cacciapuoti

    05 Dicembre 2019 - 18:15

    Lo hanno detto a chiare lettere dal Settecento due giganti: Montesquieu e Voltaire, ignoti ai nostri contemporanei 'sociologi' e simili

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