Il gusto orientale

Giulia Pompili

Non solo il film “Parasite”. Le pop band, le serie tv e gli scrittori di grido. L’ossessione della Corea del sud per esportare il business della cultura

La lingua coreana, all’ascoltatore distratto oppure poco avvezzo all’idioma della penisola, suona un po’ come una lamentela. Annyeonghaseyo è la parola che si sente dire più spesso, vale per ciao buongiorno buonasera e anche come stai, ma va pronunciata con una lunga vocale finale ooo, come fosse una lagna, e però non lo è. Guardare “Parasite” in lingua originale è un buon esercizio per ascoltare tutti questi suoni che iniziano a far parte della quotidianità occidentale. Il film del regista coreano Bong Joon-ho è tra i più visti e più premiati degli ultimi tempi – oltre 91 milioni di dollari d’incassi finora. Ed è strano, per una pellicola che viene dall’estremo oriente, che piace sia alla critica sia agli spettatori, perfino a quelli occidentali. Il motivo è che alla cultura coreana sta succedendo quello che è successo a quella giapponese negli anni Novanta: lentamente, grazie a un soft power fatto quasi esclusivamente di elementi d’intrattenimento, o artistici – libri, film, serie tv, e soprattutto musica musica musica – sta entrando nel regno dei grandi festival cinematografici, dei Grammy awards, degli International Booker Prize.


“Parasite” è anche una storia emblematica in Corea, tutti i dettagli sono reali. Quello che per noi è sopra le righe succede davvero 


“Parasite” piace perché è una storia universale: parla di una truffa, parla di una famiglia accomodata sul welfare di stato che finisce per trarre vantaggio con l’inganno da una famiglia benestante, l’arte di arrangiarsi unita ai più biechi istinti umani. Mostra il divario che si è costruito tra due mondi che fanno fatica a comunicare tra loro. Ma “Parasite” è anche una storia emblematica in Corea del sud, e tutti i dettagli sono reali. Quello che per noi è sopra le righe, affettato ed esotico, succede davvero. Se ne è discusso parecchio sui giornali e sui blog in Corea, perché più di altri Bong Joon-ho ha parlato alla società contemporanea sudcoreana. L’ossessione per lo studio, quella per la connessione a internet, il rigore nei ruoli sociali, la gara ai tutor scolastici, agli hobby, e perfino le idee concepite davanti a un bicchiere di soju scadente – magari in un hof, un termine introdotto recentemente nel coreano per descrivere quei posti dove si va a bere e mangiare, con i tavolini in mezzo ai vicoli. Perfino con i noodle istantanei Bong Joon-ho ha fatto un ritratto della società sudcoreana: “C’è un momento del film in cui la ricca casalinga interpretata da Cho Yeo Jeong interrompe un viaggio in macchina verso casa con suo marito e i suoi due figli per telefonare alla sua governante, l’attrice Jang Hye Jin”, ha scritto sul Los Angeles Times Margy Rochlin, “e ordinarle di dirigersi nella loro cucina high-tech e preparare una pentola di ram-don. ‘Che diavolo è il ram-don?’, chiede a voce alta la governante. E così, la preparazione di un piatto misterioso diventa il centro della tensione”. Dal momento in cui è uscito il film, YouTube si è riempito di tutorial per farsi il proprio piatto di ram-don, solo che ram-don (una crasi tra ramen e udon, due piatti tipici dell’Asia orientale) è una parola che non esiste, inventata nel corso della traduzione in inglese. Nella versione originale, in realtà, la padrona di casa chiede alla serva di preparare il jjapaguri. E’ l’unione di due famose marche di spaghetti istantanei coreani, Jjapaghetti e Neoguri, ed è una di quelle cose che noi definiremmo “cibo spazzatura” e che mangiano i ragazzini. La ricca casalinga chiede di preparare proprio quel piatto per compiacere il figlio, ma come ha spiegato il regista Bong Joon-ho, lo ha fatto anche perché, nel suo stereotipo, il jjapaguri lo mangiano i poveracci. Ed è per questo che, per farlo meno da poveracci, ci fa mettere sopra i cubetti di controfiletto.

 

Tutto ruota intorno ai figli e alla scuola, in “The Parasite”, e tutto è iniziato con la scuola anche nella società sudcoreana. In Corea è il sistema scolastico che di fatto costruisce le disparità sociali, che funzionano proprio come classi sociali. Il governo del democratico Moon Jae-in ha annunciato qualche giorno fa una riforma storica: entro il 2025 le scuole superiori di élite saranno abolite. Per capire un po’ come funziona, bisogna guardare un altro successo dell’intrattenimento coreano, “Sky Castle”: un drama coreano trasmesso dalla Jtbc tra il 2018 e il 2019 e che ha avuto un enorme successo in Asia. Soprattutto in Corea se ne è parlato tantissimo, perché – a parte alcune vicende romanzate, dagli omicidi alle riscosse sociali – fornisce un ritratto dettagliato di cosa significhi crescere un figlio in Corea. La storia parte da Sky Castle, appunto, un quartiere immaginario della capitale Seul dove vivono i ricchi. Che poi non è solo una questione di essere ricchi, ma anche di essere più intelligenti, più furbi e più preparati degli altri – in Corea del sud quando qualcuno vi presenta dice sempre il vostro nome e la vostra professione, anche se non è un incontro di lavoro: la professione dice all’interlocutore chi siete e più o meno quanto guadagnate. A Sky Castle tutte le donne si occupano del futuro dei loro figli in modo ossessivo: la vita si svolge preparando il curriculum adatto a far entrare i ragazzi nelle università più prestigiose, e si comincia da piccolissimi nella creazione del figlio perfetto, a partire dalle scuole primarie e poi con la scelta della scuola superiore.


La risposta coreana a Marie Kondo è “Il Potere del Nunchi”, cioè il segreto del successo secondo la tradizione: intelligenza emotiva


 

Va da sé che le scuole più ambite siano quelle di élite – quelle che il governo adesso vorrebbe abolire perché “aumentano il divario sociale” – che assicurano sufficienti punti per entrare nelle università più prestigiose come la Seoul National University, la Korea University e la Yonsei University. L’ingresso in certi istituti è valutato attraverso un curriculum, che non riguarda solo i voti sulle varie materie ma anche l’impegno nella “costruzione della persona”, e quindi attività di volontariato, hobby, studio della musica. Sono nate addirittura nuove figure professionali, i tutor, strapagati a seconda del “rating di ammissione”: seguono lo studente dall’inizio alla fine di questo percorso, aiutandolo nello studio delle materie più importanti e accompagnandolo nelle attività che rendono più punteggi. La storia di “Sky Castle” ruota intorno a varie famiglie che si fanno la guerra per scoprire il misterioso curriculum di un ragazzino che era riuscito a entrare nella più ambita delle università. Quando una delle madri riesce a ottenere la più famosa delle tutor di Seul, quella entra in casa e rivoluziona tutto: dice cosa deve mangiare la bambina, dove deve essere posizionata la scrivania per lo studio, quando sono le pause e quanto ginseng deve assumere. Succede davvero così, agli studenti delle scuole “per intelligenti”, come mi ha detto una persona una volta riferendosi a un liceo per l’élite. Non che in Giappone o in Cina la situazione sia molto diversa, ma in Corea del sud è il vero business della famiglia. E infatti la serie affronta anche il tema del suicidio degli adolescenti – una piaga sociale in Corea del sud, anche per via della pressione a cui sono sottoposti i ragazzi.

 

Se “Parasite” e “Sky Castle” rendono un’immagine piuttosto inquietante di alcuni aspetti della società coreana, ultimamente, soprattutto Netflix, ha messo a disposizione molte serie televisive di produzione sudcoreana. E il confronto con quelle dei cugini giapponesi è impietoso: negli ultimi anni la produzione nipponica di storie e racconti si è evoluta secondo canali ipergiapponesi – quindi sostanzialmente si è concentrata sui manga (i fumetti, alcune produzioni preziosissime) e i videogame (è uscito ieri “Death Stranding” di Hideo Kojima, ed è l’equivalente di “Titanic” per il cinema). La Corea del sud, invece, forse per l’influenza americana e la fortissima comunità coreana californiana, non ha nemmeno avuto bisogno di adattare le sue storie all’occidente. Semplicemente, quando l’occidente si è rivolto verso est, ha capito che c’era molto da cui attingere: le storie coreane funzionano – date un’occhiata a “Vagabond”, “Love Alarm”, “The Lies Within” e “My First First Love” – e anche la letteratura sta avendo un insolito successo. In Italia, in particolare, non solo grazie ad Adelphi, che ha tradotto Han Kang e il suo successo “La Vegetariana” (e poi anche “Atti Umani” e il recente “Convalescenza”), ma è soprattutto sugli autori sconosciuti (sconosciuti qui da noi) che si concentrano le case editrici scoprendo una capacità di racconto inedita: Feltrinelli ha tradotto in italiano “L’Origine del Male” (il titolo originale è “Jong-ui Giwon”), l’ultimo romanzo della scrittrice You-jeong Jeong, che ha scritto un superbo ritratto di un serial killer. E Harper Collins ha reso accessibile ai lettori italiani il noir perfetto di Un-Su Kim, “I Cospiratori”. Una nuova generazione di scrittori sudcoreani si sta facendo strada in Europa, ossessionati come sono dal “creare storie nuove”, quasi mai parlando di sé stessi. “Per la Corea del sud essere conosciuti in Europa e altri paesi occidentali vuol dire anche essere presenti agli eventi che sono importanti per gli occidentali”, ha detto al Korea Herald qualche giorno fa Lee Geun, presidente della Korea Foundation. Se nei paesi asiatici è già considerata positivamente, secondo Lee ora è il momento di promuovere la Corea in occidente, superando la barriera linguistica e parlando in una lingua universale di letteratura, cibo, beauty, musica. E’ la “public diplomacy”, il soft power nella sua massima espressione.


Il governo del democratico Moon Jae-in ha annunciato una riforma storica: entro il 2025 le scuole superiori di élite saranno abolite 


Da poco è uscito in inglese “The Power of Nunchi”, che è la risposta coreana al sensazionale successo della giapponese Marie Kondo, quella minuta signora che si è arricchita mentre migliorava la nostra vita insegnandoci a piegare bene le camicie (e liberandoci degli oggetti inutili). “Il Potere del Nunchi: Il Segreto Coreano per la Felicità e il Successo” è appena uscito per la Penguin e l’autrice, Euny Hong, la conosciamo già. Giornalista e commentatrice, nel 2014 aveva scritto un altro libro-spiegone: “La nascita del Korean Cool: così un paese sta conquistando il mondo attraverso la cultura pop”. Erano gli anni in cui Psy, quello della canzone “Gangnam Style”, stava massacrando le nostre orecchie e Euny Hong aveva capito che la musica – ma non solo – poteva essere la vera arma per fare concorrenza al Giappone nell’immaginario esotico orientale del mondo. Il nunchi, spiega l’autrice nella quarta di copertina, è “il segreto dei coreani di avere amici e influenza, ti aiuta a connetterti con gli altri per avere successo in tutto, dal business all’amore”. Ok, ma come funziona? Secondo Euny Hong basta tirare fuori questo nunchi – che è una parola intraducibile ma non sarebbe altro che una “intelligenza emozionale”. Si tratta di “entrare in una stanza e capire tutto. Ti sei mai chiesto perché il tuo collega è stato promosso prima di te, e perché quella donna che fa yoga con te è circondata da amici adoranti? Probabilmente hanno un grande nunchi”.

Quando l’occidente si è rivolto verso est, ha capito che c’era molto da cui attingere: le storie coreane funzionano

 

Euny Hong si spinge a sostenere che il nunchi è anche il motivo per cui il K-pop, il pop coreano, ha avuto questo travolgente successo in tutto il mondo. In realtà, il sospetto è che i BTS – forse la boyband più famosa e premiata e ricca del mondo – abbiano continuato a fare la boyband, proponendo ai ragazzini un’immagine tradizionale della musica pop: vero intrattenimento, spettacolo estetico. Basti pensare che la superband, che ha appena chiuso un tour mondiale da milioni di presenze, a metà ottobre si è esibita perfino a Riad, dove trentamila persone sono andate ad ascoltarla. E ora i BTS hanno una responsabilità inaudita, quella di veri ambasciatori della Corea del sud nel mondo. In Europa centrale i ragazzini conoscono la lingua coreana, inaspettatamente, a forza di ascoltare cantanti K-pop. In un sondaggio dell’Agenzia del turismo sudcoreana pubblicato la scorsa settimana è risultato che, tra i fan stranieri del K-pop, nove su dieci vorrebbero visitare la Corea del sud. La musica ha aumentato l’interesse per il paese, e ha fatto crescere l’indotto dal turismo. Dopo film, libri e serie tv, speriamo che la prossima mossa della diplomazia culturale coreana sarà esportare il vero bibimbap (è un piatto tipico della tradizione sudcoreana, verdure riso bap manzo olio di sesamo, una delle cose più buone del mondo).

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.