La cerimonia di proclamazione del nuovo Imperatore del Giappone, il 22 ottobre scorso, visto da un maxischermo di Tokyo (Toshifumi Kitamura/Afp)

L'impero ritrovato

Giulia Pompili

Naruhito è salito sul Trono del Crisantemo. Inizia una nuova èra. La cerimonia più tradizionale del mondo porta il Giappone nel futuro

Le cose che i comuni mortali sono autorizzati a vedere, in questi casi, sono pochissime. Per la seconda volta nella storia, però, martedì scorso una diretta video ha permesso a chiunque di guardare parte della cerimonia più importante del rito di successione al Trono del Crisantemo – la più antica monarchia del mondo, l’unica con sovrano imperatore. Ma da queste parti non c’è niente del glamour dei reali inglesi. Non ci sono abiti firmati da osservare e influencer che vengono intervistate dai tabloid sui segreti della vita di corte. Perché la vita della famiglia imperiale della dinastia giapponese è tutt’oggi stretta nella morsa della tradizione. Naruhito – formalmente il Reiwa Tennoō, cioè imperatore (Tennōo) dell’epoca Reiwa – primo sovrano a nascere dopo la Seconda guerra mondiale, che ha studiato all’estero e veste all’occidentale, è il simbolo della nazione, ma è anche il simbolo di un cambiamento. Dell’evoluzione dell’impero, un’istituzione centrale della vita pubblica giapponese ma che negli ultimi decenni riguardava solo un antico e costosissimo passato.


Da queste parti non c’è niente del glamour dei reali inglesi. Non ci sono abiti firmati da osservare e foto su Instagram


 

Quella che c’è stata martedì scorso, pochi giorni dopo l’ennesimo disastro naturale che ha colpito il Giappone, si chiama Sokui no Rei ed è la proclamazione formale dell’imperatore – nel rito di successione anglosassone corrisponde più o meno all’incoronazione. Naruhito, cinquantanove anni, è diventato imperatore il 1° maggio scorso, dopo l’abdicazione del padre Akihito che ora è diventato imperatore emerito. Le sue dimissioni – per “stanchezza” – Akihito le aveva annunciate nel 2016, e da allora si era aperta una difficile fase procedurale: non succedeva da cento anni, che un imperatore abdicasse, e una cerimonia di intronazione non avveniva da decenni. Quella debolezza del vecchio sovrano aveva però avuto una strana conseguenza: i giapponesi erano tornati a interessarsi alla famiglia imperiale, all’umanità di una istituzione per troppo tempo rimasta lontanissima dai cittadini, e che apriva spiragli di normalità. E per due fattori principalmente: il vecchio Akihito che domandava il permesso di riposare, e il giovane principe osteggiato dai tradizionalisti. La “colpa” di Naruhito è di aver sposato Masako, giovane diplomatica che non ha mai retto la pressione della formalità imperiale, ed è stata per molti anni in “uno stato di depressione”, lontana dagli appuntamenti pubblici – secondo le testuali parole di Naruhito, che ha perfino parlato, qualche volta, delle condizioni di sua moglie. Ufficialmente è difficile sentire qualche giapponese criticare la famiglia imperiale. Eppure, se parlate con qualche anziano, è facile che interpreterà la difficoltà emotiva di Masako come una forma di egoismo: la tradizione vuole che quando si entra nella famiglia imperiale niente della propria persona è più propria. Si appartiene al popolo, alla nazione. Non c’è spazio per l’individualismo. E i riti sono sacri, immutabili.


L’arrivo di un nuovo imperatore in Giappone significa anche l’inizio di un nuovo ciclo vitale, quando tutto viene perdonato


 

Il video della cerimonia Sokui no Rei inizia con il primo ministro Shinzo Abe, in un formalissimo completo white tie, che cammina lungo il corridoio vetrato del Palazzo imperiale di Tokyo, e poi entra nella sala dove qualche mese fa sono stati trasportati da Kyoto, l’antica capitale del Giappone, i due troni – uno per l’imperatore e l’altro per l’imperatrice. Si vede Abe, il capo del governo della terza economia del mondo, visibilmente emozionato che attende il suo nuovo imperatore, e fissa un punto davanti a lui – è il momento che ogni primo ministro giapponese sogna, perché quelle fotografie resteranno nella storia. E poi c’è la solennità di una cerimonia in cui deve essere messo in pratica ogni dettaglio della formalissima etichetta nipponica: il giusto linguaggio, il giusto tono di voce, la giusta inclinazione della schiena durante l’inchino (solo all’imperatore è destinato il piegamento più profondo, e quindi capita che una persona comune quel tipo di inchino non lo faccia mai, in tutta la sua vita), la giusta espressione del volto. Dopo qualche minuto, da un’altra sala, inizia l’incedere lento – un passo al secondo – della famiglia imperiale, preceduta dai funzionari della Casa Imperiale.

Per trenta minuti la solennità della cerimonia è sottolineata dal fatto che non succede assolutamente nulla. L’urlo di Abe

 

 

Per i successivi ventinove minuti la solennità è sottolineata dal fatto che non succede assolutamente nulla. Eppure non basterebbero delle ore per osservare ogni dettaglio dei complicatissimi kimono indossati dalle donne (si chiamano junihitoe, sono quelli così costosi che ormai si usano solo nelle cerimonie imperiali), e gli intarsi dei troni, e i copricapi dei funzionari e ogni oggetto che è stato posto nella sala: ogni cosa, ogni gesto e ogni oggetto ha un significato. Niente è solo ornamento. La televisione di stato fa fatica a inquadrare qualcosa in particolare e di tanto in tanto indugia sui membri della Dieta, del governo, e sulle espressioni dei quattrocento ospiti stranieri. Per qualche secondo si vede il principe Carlo d’Inghilterra, in prima fila, pure abituato alla noia di certi momenti, che alza gli occhi al cielo per osservare la pioggia. Poi, in una manovra che sembra improvvisa dopo tutto questo aspettare, ma in realtà è lentissima, quello che somiglia a un sipario viola davanti al trono dell’imperatore si apre: Naruhito è immobile, e per tutto il tempo non sposta di un millimetro l’espressione del volto. E si intravede quasi un accenno di sorriso, probabilmente anche quello un simbolo di serenità, e calma e fermezza. Tira fuori una pergamena, legge la formula: “Dopo essere già succeduto al trono imperiale secondo la Costituzione del Giappone e la legge speciale della Casa imperiale, ora… proclamo la mia salita al Trono, in patria e all’estero”. E poi la promessa: “Agirò secondo la Costituzione e adempirò alle mie responsabilità in quanto simbolo della nazione e dell’unità del popolo giapponese, desiderando sempre la felicità delle persone e la pace del mondo”. A questo punto è il momento di Shinzo Abe: il primo ministro giapponese, finita la formula di rito, si presenta al cospetto dell’imperatore in quanto “rappresentante dell’intera popolazione”. Un uomo per tutti gli uomini. Anche lui dice poche parole – in un giapponese aulico e formale –sull’unità e il simbolo imperiale e poi fa quello che tutti aspettano. Alza le braccia al cielo, per tre volte di seguito, e grida: banzai! Ed è una scena un po’ fantozziana – che tutti i kami e gli yamatologi mi perdonino, ma chi è che non lo ha pensato? Il problema è la cultura pop che trasforma i riti tradizionali, e la propaganda del passato: per l’occidente banzai! è un grido di guerra perché nell’immaginario collettivo a pronunciarlo sono solo i cattivi giapponesi della Seconda guerra mondiale che si buttavano con gli aerei sopra alle città. In realtà è una formula di buon auspicio completa, liberatoria, Tennōheika Banzai significa lunga vita all’imperatore.

Per l’occidente “banzai!” è solo un grido di guerra perché nell’immaginario collettivo a pronunciarlo sono i kamikaze

 

Il problema semmai è il senso contemporaneo della tradizione e dei riti, in qualche modo interpretati sempre come una forma di nazionalismo e non, come sarebbe più giusto, come la ricerca di una identità. Alla fine, se si guarda distrattamente la cerimonia di Naruhito, può sembrare nient’altro che una rievocazione storica, un ballo in maschera, la peggiore rappresentazione dei luoghi comuni sul Giappone. Ma la voce emozionata di Shinzo Abe poi tradisce l’umanità della situazione, il rispetto per il rito e per le più antiche istituzioni. E in nessun altro posto al mondo è così chiaro, e naturale, come nel paese del Sol levante. Il nuovo imperatore, Naruhito, è il simbolo del vecchio Giappone, è stato proclamato con una cerimonia vecchia di centinaia di anni, la più tradizionale di tutte. Eppure è il simbolo anche di un paese nuovo, alle prese con la modernità, la globalizzazione, al centro di una società sempre in equilibrio precario con le forze della natura, che rincorre la Cina e l’America contemporaneamente, che ha paura di aprire i suoi confini senza riconoscere che ormai ci siamo, che l’identità giapponese si è già evoluta, e che i Millennial che per la prima volta hanno assistito a una cerimonia di proclamazione dell’imperatore probabilmente si sono scambiati delle gif divertenti su whatsapp. Quasi sicuramente quelle gif riguardavano Mako e Kako, le nipoti di Naruhito, rispettivamente 28 e 24 anni, bellissime. E non a caso Mako, per sfuggire alla vita di obblighi della famiglia imperiale, ha annunciato anni fa il complicato fidanzamento con un non nobile, rinunciando ai privilegi della corona (il matrimonio dovrebbe tenersi il prossimo anno).

 

E chissà come sarà l’impero dopo Naruhito. “Il futuro della dinastia imperiale è sulle spalle di un tredicenne”, titolava qualche giorno fa Reuters. Il principe Hisahito è il nipote di Naruhito, fratellino di Mako e Kako, ed è il primo discendente diretto. Nella rigida formalità della successione imperiale non c’è la possibilità che una donna prenda il posto più alto sul Trono del Crisantemo. E infatti secondo i tradizionalisti l’altra colpa dell’attuale coppia imperiale è di aver dato alla luce una sola figlia, Aiko. Hisahito è il primo in linea diretta, il prossimo imperatore, ma è ancora decisamente giovane. Ma chissà se negli anni a venire suo zio Naruhito non riesca a cambiare la legge. Se ne parla spesso, e l’ipotesi non è affatto esclusa. Del resto, siamo nell’èra della “bellissima armonia” e tutto può succedere.

 

A oggi sono passati cinque mesi dall’inizio dell’èra Reiwa. L’arrivo di un nuovo imperatore in Giappone significa anche l’inizio di un nuovo ciclo vitale, quando tutto viene perdonato e si ricomincia da capo. Non è un caso che la cerimonia di solito coincida con un’amnistia: quest’anno sono state perdonate più di mezzo milione di persone, ed è un numero ridottissimo rispetto alle ultime volte, quando l’arrivo della nuova èra valeva il perdono di milioni di persone. I cicli temporali in Asia sono una cosa seria: il primo di gennaio di ogni anno, per esempio, di buon mattino in Giappone ci si reca al tempio, e poi ogni faccenda quotidiana ha un significato doppio, perché porta con sé l’importanza della prima volta, la prima dell’anno. E quindi l’inizio di una nuova èra è ancora più significativo: a lungo si è discusso sulla traduzione esatta da dare alla parola “Reiwa”, scelta dal governo dopo che un manipolo di accademici aveva trascorso molte ore a selezionare una rosa di cinque possibilità. Dare un nome a un nuovo ciclo vuol dire consegnargli un indirizzo, un obiettivo a cui aspirare, e quindi l’annuncio del gengoō, così si chiama, nell’aprile scorso è stato seguito dai giapponesi con interesse particolare. E come già spiegato, per moltissimi era la prima volta: l’ultima volta in cui il ciclo è cambiato è stato per la salita al trono dell’imperatore Akihito, l’8 gennaio del 1989, dopo la morte di Hirohito.

 

All’epoca il nome scelto dai funzionari di Tokyo fu “Heisei”, che vuol dire “pace raggiunta” – un modo per consegnare il Giappone a un nuovo periodo libero dalle guerre. Il 1° aprile scorso, in diretta televisiva, il capo di gabinetto del governo di Shinzo Abe, Yoshihide Suga, ha tirato fuori un cartello con due caratteri tradizionali scritti in calligrafia formale, e ha detto solamente: “La nuova èra è Reiwa”. Poi un lungo silenzio. Anche per i giapponesi non è facile interpretare i caratteri (kanji), che hanno a che fare con delle immagini più che con un significato scientificamente esatto. E dei due caratteri di cui è composta la parola “Reiwa” si è discusso a lungo: il primo in particolare, rei, può voler dire molte cose, tra l’altro “comando, ordine”. Inoltre, per la prima volta, erano stati scelti dei caratteri che non venivano dalla tradizione cinese – il giapponese antico coincide con il cinese antico – ma da testi propriamente in lingua giapponese. A poche ore dall’annuncio di Suga, qualcuno ha iniziato a collegare la scelta del governo di Abe di riferirsi alla storia nipponica e al termine “comando” come a un messaggio nazionalista dell’esecutivo conservatore. E’ dovuto intervenire il ministero degli Esteri, una manciata di giorni dopo: state calmi, non c’è niente di autoritario nella parola Reiwa. L’interpretazione ufficiale è “bellissima armonia”, dice il ministero, e aggiunge che “interpretazione” è la parola esatta, perché una “traduzione letterale è impossibile”. Questo ginepraio linguistico è il simbolo dell’incomunicabilità giapponese, della difficoltà che ha l’occidente quando guarda verso oriente e ha bisogno di aggrapparsi alle traduzioni letterali, mentre l’unico modo per capire l’oriente è interpretare.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.