La cecità come destino e le ridicole parate dell'assurdo delle nostre vite

Marco Archetti

A coloro che sopraccigliano accostando podcast e cultura si dovrebbe regalare "La parata dei ciechi" di Gert Hofman, splendido racconto ispirato da Bruegel

Quando Gert Hofman, nato nel 1931 in Sassonia e morto nei pressi di Monaco di Baviera nel 1993, scrisse “La parabola dei ciechi” (Racconti edizioni, 138 pp., 14 euro) stava vivendo l’ultima fase della sua vita di drammaturgo: erano vent’anni che era uscito dalla Germania Est, vantava un curriculum da pluripremiato autore di radiodrammi, e aveva sempre in mente Samuel Beckett. Esordì nella letteratura che definiremmo cartacea solo a cinquant’anni, perché all’epoca – ricorda suo figlio Michael – “i libri sembravano cose da regalare alle onde (sonore)”. Che dire di coloro che oggi, chini ad annusare l’odore delle pagine e sentendosi custodi della sacra reliquia culturale, sopraccigliano con sospetto parlando di podcast? Niente. Però si può, anzi, si dovrebbe regalar loro questo racconto: la splendida prova narrativa di un uomo che scriveva nell’aria, abituato a sentir trasmettere le cose che scriveva e non certo a contemplarle fissate su carta, uno la cui unica cassa armonica – sempre il figlio – “era la scatola cranica”.

 

Ispirandosi all’omonimo quadro di Bruegel e alla parabola del vangelo di Luca (“Può forse un cieco fare da guida a un altro cieco? Non cadrebbero tutti e due in una fossa?”), affidandosi a una scrittura tagliente e capace di far risuonare nel vuoto, come una campana, il bronzo sinistro del destino, ecco che Gert Hofman ci regala una storia che è quasi una premonizione, una raffigurazione fiamminga delle nostre vite, ridicole parate dell’assurdo che ci vedono pronti a guidare chi non sappiamo guidare, a nostra volta guidati da un cieco che reputiamo meno cieco di noi. Splendida, in questo racconto sullo sfondo delle guerre tra cattolici e protestanti nella seconda metà del Cinquecento, la figura di Ripolus, il capo banda, la guida del drappello di orbi, cieco che conduce senza poter, di fatto, condurre, e che però si fa coraggio e conduce ugualmente, rassegnato a se stesso ma anche, grottescamente, insignito di se stesso agli occhi (?) degli altri cinque. I sei sgangherati, dal passato penoso e segnato dalla disdetta più crudele, vaganti in un’uggiosa campagna che sa di nebbia, letame e bivacchi spenti, pestando un terreno molle e grasso, peregrinano alla ricerca del Grande Pittore che dovrebbe dipingerli, e che vuol dipingerli così come sono, cenciosi, patetici, coi camiciotti sbrendolanti fuori dalle logore calzamaglie, lordati di cibo e di sudore, con tutti i segni orrendi del loro orrendo procedere in una vita di oscurità. Vengono svegliati una mattina da un Chi-bussa, invitati a uscire dal fienile in cui, chissà come e perché, hanno passato la notte, quindi spudoratamente indagati da un bambino che caccia loro le dita negli occhi, avviati verso la casa del pittore secondo un’indicazione generica e infine abbandonati. Durante il loro tragitto inevitabilmente astratto, gli inciampi saranno concretissimi. E verrà loro offerto del cibo, verranno ingannati senza poter fare nulla per impedirlo – anzi, costretti alla rassegnazione sempre e comunque, lo dovranno accettare –, mille volte racconteranno la loro leggenda ingloriosa di orbati dalle cornacchie, saranno accolti e rifiutati, procederanno brancolanti oltre una staccionata, nella melma, cagheranno in pubblico nello scherno generale, gireranno in tondo credendo di avanzare, avanzeranno credendo di star fermi e poi si fermeranno nel posto sbagliato, chiederanno senza avere risposta ottenendo nient’altro che derisione, nella più oscura deformazione di ogni idea di distanza, di tragitto, di cammino, di attesa, di senso delle cose, sempre certi, i sei, di poter contare unicamente su se stessi.

 

Il racconto è mosso da un noi narrante di purissima bellezza lirica e ha il passo della grande letteratura che si addentra nelle forme delle cose prime e ultime senza timori reverenziali, certa di aver scolpito un significato nella pietra. “La parabola dei ciechi” parla di noi, della cecità come destino, delle nostre ridicole sicurezze, delle nostre attese beckettiane, del giro in tondo che abbiamo illusoriamente diviso in passato presente futuro, del nulla in cui ci dibattiamo, dei pantani che scambiamo per chissà cosa e della ridicola certezza di “dover essere dipinti”, perché qualcuno ci guarda, qualcuno farà qualcosa per noi, ma non sappiamo mai quando, non sappiamo mai perché. Intanto “le nostre frasi si fanno sempre più corte”: non vedendo più le cose, dimentichiamo le parole. Finché, dimenticate tutte le parole, “davanti e dentro di noi non ci sarà più niente”.

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