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La rivolta metafisica di Houellebecq, antimoderno

Un saggio del populista più colto d’Olanda traccia la mappa delle speranze e dei tormenti dello scrittore che rinnega l’individuo per cercare, forse, Dio

25 Agosto 2019 alle 06:09

 La rivolta metafisica di Houellebecq, antimoderno

foto LaPresse

Per un attimo, poco prima dell’epilogo di Serotonina (La Nave di Teseo), l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, un raggio di speranza sembra illuminare il protagonista. Per un breve momento sembra recuperare la sua sete di vita. Dopo aver passato anni a vivacchiare senza scopo, Florent-Claude decide di smetterla con gli antidepressivi. Inizia gradualmente a emergere qualcosa di simile a una voglia di vivere: nota le gonne nei caffè, le ragazze, espressioni, emozioni, desideri, sperimenta un’inedita avversione per i programmi televisivi anestetizzanti che aveva guardato tutti i giorni. Getta via lo schermo e inizia a pensare di nuovo a Thomas Mann, a Proust, al destino della nostra civiltà. Ma non dura. Il sole non sorge. Il chiarore all’orizzonte svanisce, proprio come nel passaggio finale del primo romanzo di Houellebecq, Estensione del dominio della lotta (Bompiani) dove le speranze del protagonista scompaiono dopo un pomeriggio piacevole e ottimista passato in campagna: “Non accadrà, la sublime fusione”, riflette, “lo scopo della vita è stato mancato”. E tutto si squaglia in un vuoto che abbraccia ogni cosa. Nessuna misericordia, nessun conforto: il progetto della nostra civiltà è arrivato al capolinea. In questo senso, Serotonina è un romanzo tipico dell’opera di Houellebecq. A un certo punto nel corso della loro vita, tutti i suoi personaggi sono costretti ad ammettere che i loro ideali romantici sono diventati intenibili nell’età moderna, dal momento che l’individualismo ha reso impossibili relazioni stabili e durature. Questa idea semplice costituisce la convinzione fondamentale dell’opera di Houellebecq […].

 

Incapaci di disegnare una rotta per noi stessi, navighiamo su un mare vuoto. Senza timone. Il controllo della nostra vita, e di ciò che siamo, è perduto. In alcuni dei suoi libri, Houellebecq permette ai suoi personaggi di raggiungere un qualche grado di soddisfazione nel consumismo. Nell’enorme centro commerciale uno può vagare senza fine alla ricerca di un altro piacere inutile, un piccolo comfort. In Piattaforma (Bompiani), l’offerta senza limiti di sesso nei resort costieri della Thailandia lascia i personaggi in uno stato di ebbrezza temporanea. Ma anche questi piaceri infine svaniscono fra la solitudine, l’isolamento e l’inutilità di tutto, e questo è il motivo per cui i libri di Houellebecq culminano di solito in una visione religiosa di qualche tipo. Dalla delusione alla depressione passando per il consumismo disperato e l’edonismo sessuale, fino a un illusorio, flebile grido di aiuto rivolto al cosmo. In La possibilità di un’isola (Bompiani) quel grido porta in essere una nuova religione olistica, che sublima il desiderio in maniera quasi buddistica. Ne Le particelle elementari (Bompiani), la ricerca della conoscenza stessa assume proporzioni religiose che portano l’umanità a una prospettiva divina mediante la manipolazione genetica. In Sottomissione (Bompiani), l’Occidente soccombe al credo musulmano. Anche Serotonina finisce con una meditazione quasi-religiosa. Mentre il protagonista si chiede se debba o meno gettarsi dal suo palazzo (e dopo che ha calcolato la velocità e la durata della caduta con un’operazione asciutta e quasi surreale), improvvisamente si incontra questo:

 

In realtà, Dio ci ama, pensa sempre a noi, ci guida, a volte in modo preciso. Questi impulsi d’amore che entrano nei nostri cuori fino al punto di soffocarci, queste illuminazioni, queste estasi che non possono essere spiegate dalla semplice natura biologica, dalla nostra condizione di primati: questi sono segnali straordinariamente chiari. Oggi capisco come si è sentito Cristo, la sua frustrazione verso i cuori induriti delle persone: hanno visto i segni, eppure non hanno prestato attenzione. Devo davvero dare la vita per questi piagnoni? Devo davvero essere così esplicito? Sembra proprio di sì.

 

Si sacrifica poi schiantandosi al suolo in un disperato tentativo di salvarci tutti? Oppure è lo scrittore che parla qui, presentando la sua opera come un tentativo di offrire salvezza? Forse il protagonista rimane sdraiato sul divano del suo appartamento, devastato, incapace perfino di raccogliere le forze per camminare fino alla porta del balcone e saltare oltre il parapetto. La scelta spetta al lettore.

 

La liberazione senza gioia della modernità

Serotonina racconta la vicenda di Florent-Clause, un uomo che cresce vicino a Parigi, studia agraria, trova un lavoro alla Monsanto, poi lavora nell’industria del formaggio in Normandia prima di finire a lavorare al ministero per l’agricoltura francese. Ha una serie di relazioni, che alla fine falliscono tutte. Quando scopre che la sua attuale ragazza giapponese partecipava a sua insaputa a delle orge, dove ha dato piacere non soltanto a gruppi di altri uomini, ma anche a tre cani (un pitbull, un boxer e un terrier, come specifica piuttosto precisamente) si decide a scomparire senza lasciare traccia. Lascia il lavoro e l’appartamento senza dire una parola, decidendo di tirare avanti nell’anonimato finché i suoi risparmi glielo permetteranno. Prende antidepressivi, s’imbarca in una specie di tour d’addio delle sue ex, con alcune delle quali parla, mentre le altre le osserva da lontano (notando, con una certa soddisfazione, che anche loro sono infelici). Successivamente, sperimenta da vicino come la vita rurale si sta esaurendo come conseguenza del libero mercato e della concorrenza sleale dei paesi del terzo tondo. Latte, grano e carne provenienti da colture massicce del Sud America vengono scaricate sul mercato francese, segnando di fatto il destino dei contadini francesi […].

 

Sì, il mondo moderno ci ha portato la liberazione. Ma questa liberazione non ci ha reso felici. Al contrario, ha lasciato le nostre vite vuote, senza scopo e, sopra tutto, estremamente solitarie. Le connessioni esistenziali sono diventate quasi impossibili perché pochi sono davvero pronti a sacrificare il piacere di breve durata per l’impegno richiesto per stabilire una connessione profonda e reciproca. La televisione, internet e la pornografia hanno rimpiazzato i rapporti sociali organici e l’intimità fisica. Con l’aprirsi di sempre nuove opzioni ogni giorno, il nostro cuore rinuncia alla possibilità di vero calore umano, perché siamo stati traditi troppe volte, oppure perché abbiamo tradito troppe volte, in nome dei brevi momenti di brivido seducente ai quali noi, “individui liberati”, non possiamo più resistere.

Questo punto che Houellebecq reitera continuamente merita una riflessione più approfondita, perché mette in discussione i fondamenti della destra e della sinistra contemporanea. Mette in discussione l’antropologia moderna in quanto tale. Sia l’ala socialdemocratica sia quella liberale dello spettro politico moderno desiderano massimizzare l’autonomia dell’individuo. Liberalismo e socialismo divergono quando si tratta di stabilire qual è il modo più efficace per raggiungere l’obiettivo, ma non divergono sull’obiettivo in sé. Entrambi sono movimenti di liberazione. Entrambi vogliono la completa emancipazione dell’individuo. Entrambi fondano la loro visione della società sul principio – infondato ma dichiarato “autoevidente” – che ogni individuo goda di certi “diritti inalienabili”, il che per definizione elimina ogni altra pretesa e ai quali ogni alto legame, lealtà e connessione deve ultimamente essere subordinata. Nel tempo, tutte le istituzioni che l’individuo richiede per mettere in atto una vita dotata di significato – una famiglia, una connessione fra le generazioni passate e future, una nazione, una tradizione, forse anche una chiesa – verranno indebolite e infine scompariranno. Oggi, anche le nuove vite, nel grembo, vengono soppresse per evitare di disturbare la libertà dell’individuo. In Olanda, dove vivo, il suicidio è incentivato per assicurare che nessuna costrizione, come ad esempio la cura dei genitori anziani, sia posta all’individuo. Houellebecq critica questo assunto fondamentale dell’età moderna: che l’autonomia individuale, sia essa raggiunta attraverso il libero mercato o il welfarismo, porti alla felicità. Mette in crisi la santissima trinità della visione del mondo moderna. Come una volta adoravamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, così oggi veneriamo libertà, uguaglianza e fraternità. E Houellebecq dice che questa trinità è insufficiente, che l’idea stessa che dovremmo perseguire la felicità individuale è fallace. Ottenere ciò che vogliamo non ci rende più felici; in realtà, ci rende infelici. Spinti dalla promessa di un sollievo che in fondo non dà vero sollievo, cerchiamo disperatamente ciò che “davvero” ci rende, come individui, “noi stessi”. Nella visione di Houellebecq, il concetto filosofico stesso di “io individuale” è sbagliato. Senza la possibilità di definire noi stessi all’interno di una connessione indistruttibile con ciò che abbiamo intorno, non c’è nulla che può darci significato, e finiamo in uno stato di depressione. Così, le persone più libere che abbiano mai vissuto sono anche quelle che hanno vissuto le vite meno piene di significato. Più ci liberiamo dai legami sociali, più diventiamo schiavi delle nostre auto-rappresentazioni distorte.

 

Atomizzazione e vuoto

Il rimedio al collasso della promessa della modernità è chiaro. Anche se Houellebecq, più un poeta che un filosofo, non compone un manifesto politico dettagliato, ci dice in ogni pagina che dobbiamo riscoprire una connessione territoriale, sociale e storica con gli altri attorno a noi, una connessione che trascende le scelta individuali, le voglie del momento e gli interessi strumentali. Questo implica naturalmente uno stato-nazione potente che protegge il tessuto sociale, combinato a un alto grado di scetticismo verso l’immigrazione e il libero commercio. Ma nemmeno questo è sufficiente. Per ricreare l’integrazione nella società, l’individuo stesso deve essere integrato di nuovo. Deve essere de-liberalizzato. In realtà, a parte implicare l’indispensabilità di uno stato nazionale forte, Houellebecq indica che due sfide ancora più profonde devono essere affrontate: la liberazione sessuale e spirituale. Cominciando dal sesso, in Estensione del dominio della lotta, scrive:

 

Dal punto di vista amoroso, Veronique apparteneva, come del resto tutti noi, a una generazione sacrificata. Era certamente stata capace di amare; avrebbe desiderato di esserlo nuovamente, lo dico per lei. Ma non era più possibile. L’amore è un fenomeno raro, artificiale e ritardatario che può solo fiorire a certe condizioni mentali, che di rado si presentano assieme, e totalmente opposto alla libertà morale che caratterizza l’età moderna. Veronique aveva visto troppe discoteche, aveva conosciuto troppi amanti; un modo di vita del genere impoverisce un essere umano, infliggendogli danni a volte gravi e sempre irreversibili. L’amore come forma d’innocenza e capacità di illusione, come attitudine per simbolizzare l’intero altro sesso in un solo oggetto d’amore, di rado resiste a un anno di immoralità sessuale, e mai a due. In realtà, le successive esperienze sessuali accumulate durante l’adolescenza mettono in discussione e rapidamente distruggono tutte le possibilità di una proiezione emotiva e romantica.

 

Com’è incoraggiante leggere un autore moderno che prende sul serio il problema della sessualità! E’ chiaro che il culto della verginità ha perso la sua credibilità nel mondo occidentale molto tempo fa, e la filosofia di oggi dice che dobbiamo sperimentare per trovare il partner giusto. Houellebecq, invece, si affida a vecchie istituzioni secondo le quali il legame che si forma attraverso l’intimità sessuale può riemergere una o due volte, ma non molte di più, e perciò dovremmo essere estremamente cauti nel gettarci in esperienze amorose. Il sesso, insomma, può essere una minaccia – e non un aiuto – all’intimità e all’amore [...]. Poi, la religione. Houellebecq sostiene che noi ci concepiremo sempre in relazione a uno scopo metafisico. Quelli che credono che i cieli sopra di noi sono privi di una presenza divina cercheranno di soddisfare i loro bisogni esistenziali in altri modi: prima con il piacere superficiale di uno stile di vita libertino e in seguito con eresie secolarizzate, come un ingenuo umanitarismo. […]. Impegnarci di nuovo verso una vita integrata impone un atto di fede che non è più pensabile nell’età scientifica che viviamo. Questa è la tragedia che ci portiamo addosso […]. Siamo liberi, e siamo felici di essere liberi. Ma siamo anche così tristi, sradicati, sempre in viaggio, mai a casa, mai al sicuro, di fatto esiliati dal giardino che vagamente ricordiamo di avere un tempo abitato. Ecco il paradosso: la libertà che desideriamo alla fine ci rende schiavi e infelici, mentre le costrizioni che rifiutiamo ci rendono felici e liberi. Siamo profondamente incapaci di definirci come individui (anche se pensiamo di poterlo fare). Sovrastimiamo le nostre capacità di creare un mondo tutto nostro. Se accettiamo di vedere per un attimo il mondo dalla prospettiva di Houellebecq, la sua filosofia trova conferme ovunque attorno a noi […].

 

Il mondo nuovo?

In Le particelle elementari, probabilmente il suo libro più teoretico, Houellebecq tenta di formulare la spiegazione per la bizzarra antropologia di oggi. Da dove ha avuto origine questa visione liberale dell’uomo? Quando siamo andati alla deriva? Mutazioni metafisiche, cioè trasformazioni radicali e globali nei valori a cui la maggioranza fa riferimento, sono rare nella storia dell’umanità. L’avvento del cristianesimo può essere citato come un esempio. Una volta che la mutazione metafisica è avvenuta, tende a muoversi inesorabilmente verso la sua logica conclusione. La mutazione metafisica che prescrive il massimo piacere individuale e il massimo guadagno materiale ha raggiunto la sua logica conclusione, spiega Houellebecq, nella visione di Aldous Huxley in Il mondo nuovo. Lì le persone possono sperimentare piaceri istantanei, ma evitano i doveri. Houellebecq dà la colpa alla generazione dei figli dei fiori per avere messo quella visione alla portata di tutti. Ma è stato davvero un processo autonomo? O è stato guidato? Houellebecq non dà una risposta. […]. C’è una qualche speranza nella sua opera? Se, come dice, il mondo moderno è basato su una antropologia fondamentalmente falsa, e come conseguenza ha prodotto una società completamente disfunzionale, allora non potrà continuare ad esistere ancora a lungo. L’individualismo ha raggiunto il suo stadio finale e non può svilupparsi oltre. Ha iniziato a consumarsi. Siamo al punto in cui dobbiamo pensare a cosa verrà dopo, e questo coinvolgerà necessariamente qualche forma di tradizionalismo. Poiché l’individualismo rende le nostre società così deboli, queste dovranno regredire o rigenerarsi, altrimenti saranno rimpiazzate. In molti dei suoi libri, Houellebecq fa riferimento a movimenti identitari, nazionalisti o populisti, oppure, come in Serotonina, a insurrezioni popolari, come quella dei gilet gialli [...]. Perché allora sceglie, per il suo ultimo libro, un protagonista che appartiene ai nichilisti anni Novanta invece che agli assertivi anni Dieci? Perché è tornato al vecchio tema di un uomo esausto di mezza età che guarda la vita accadere ma non è in grado di intervenire? Mentre lo leggevo sono stato sorpreso dal pensiero che forse Serotonina poteva essere basato su un manoscritto più vecchio che Houellebecq voleva finire. O forse si trova come autore incapace di liberarsi da quel senso di sconfitta che caratterizza la sua generazione (è nato nel 1956, la vera generazione perduta). Se questo è vero, non dobbiamo soltanto aspettare il suo nuovo libro, ma la prossima generazione di scrittori che prenderà il testimone e lo porterà un passo più in là, aiutandoci ad esprimere, e a ravvivare, la voglia di vivere dell’occidente.

 


 

Proponiamo qui un saggio di Thierry Baudet apparso sulla rivista American Affairs. Baudet è fondatore e leader del partito populista olandese Forum voor Democratie, entrato per la prima volta in parlamento nel 2017. Intellettuale e commentatore televisivo con pensieri e lingua taglienti, ha scritto libri in difesa dell’Europa (e contro l’Unione europea), contro l’immigrazione, sul concetto di oikofobia – la paura della casa – saggi sulla musica e l’architettura e anche romanzi che riflettono la tormentata condizione dell’individuo contemporaneo, orfano di patria e ideali durevoli.

(Per gentile concessione di American Affairs)

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