Houellebecq, la religione e “l'occidente che non produce niente di interessante”

Giulio Meotti

“Meglio il Papa o l’islam di cartapesta della nostra triste Cuba”. Il “cahier” e uno scrittore meno islamofobo di quanto si pensi

Roma. Ha ragione Michel Onfray quando scrive che Michel Houellebecq è lo “specchio del nichilismo”: “Houellebecq è il cancelliere sobrio di questa evidenza: il giudeo-cristianesimo crolla dopo duemila anni di una potenza esaurita. E’ il romanziere di questa forza esaurita”. Il poseur pessimista della letteratura francese in grado di giocare con le angosce collettive è il protagonista di questo “il “cahier” e uno scrittore meno islamofobo di quanto si pensi”, che la nave di Teseo porta domani nelle librerie italiane. C’è la corrispondenza esclusiva fra Houellebecq e Teresa Cremisi, ex presidente di Flammarion, ex direttrice generale di Gallimard, madrina di tanti scrittori famosi. Ma nei taccuini c’è soprattutto Houellebecq sulla religione: “Continuo a pensare che ce ne vorrebbe una, una società non può funzionare senza”, “nutro la più profonda stima per il cattolicesimo”, “il protestantesimo è una marcia verso l’ateismo”, “sempre più persone non sopportano più di vivere senza Dio, i consumi non bastano loro, il successo individuale non basta loro, vogliono altro, e si rivolgono alla religione”. Michel Houellebecq dice che una società senza religione è destinata al fallimento: “Mi ponevo la questione a Cuba, è sempre molto triste e molto funebre”.

  

“Non funziona. Non so perché. Un altro esempio noto è quello del matrimonio. I matrimoni non religiosi sono spesso deludenti. C’è qualcosa che non è all’altezza. Manca il rituale, manca la costituzione di un rituale di accompagnamento agli eventi della vita. I riti non religiosi sono mortiferi”. E ancora: “Non credo alla possibilità di una società senza religione. L’idea di società e l’idea di religione sono per me identiche. L’occidente, per me, è un’entità che sta scomparendo, ma la sua scomparsa è piuttosto una buona cosa. Il suo ruolo storico è finito. Ciò non significa che io sappia che cosa ne verrà fuori. Descrivo una fase di declino, ma senza percepire tale declino come tragico. Da un pezzo l’occidente non produce più niente d’interessante al di là della sua scienza”. Dice di ammirare il Papa: “Apprezzo enormemente il Papa, l’unica persona che abbia una visione globale del mondo contemporaneo. Mi esaspera essere così spesso d’accordo con il Papa senza essere cattolico”. Al bisogno di certezze e diritti, l’occidente di Houellebecq ha sacrificato tutto: la sua religione, la sua felicità, le sue speranze, in sostanza ha sacrificato la sua stessa vita, finendo in una sorta di paesaggio lunare. Sul perché non sia attratto dal cattolicesimo, Pierre Lamalattie spiega: “Michel non era probabilmente attratto da quella chiesa moderna che finiva col somigliare a una ong in declino”.

  

Su Houellebecq “islamofobo” nel “Cahier” intervengono alcuni autori. “No, Houellebecq non è islamofobo”, dice Agathe Novak-Lechevalier, la curatrice del libro. Yasmina Reza, l’autrice del “Dio del massacro”, dichiara: “C’è una stanchezza della libertà in Houellebecq, si sente una voglia di dire: forza, mettiamoci sotto il regno di un diktat con regole, interdizioni, codici, e finiamola con la dimensione della scelta”. Reza dice che Houellebecq è un “antiliberale, di un antiliberalismo totale, vede nel liberalismo il suo inverso: l’esplosione di libertà come un inferno. Ed è questo che appassiona: è un uomo che ha una visione e al quale questa visione non fa venire che una fretta: quella di mettersi sotto un giogo, di liberarsi della libertà. Siamo ad anni luce dall’islamofobia”.

  

Si dice d’accordo l’accademico Bruno Viard: “Houellebecq è reazionario sulla questione che gli sta più a cuore: la filiazione, la paternità, la maternità, la famiglia. E’ la ragione per cui fa appello all’islam, come aveva in un primo tempo pensato di fare appello al vecchio cattolicesimo, un islam di cartapesta a dire il vero, tranne su un punto, la riabilitazione della famiglia. Si vede profilarsi una nuova distribuzione delle carte. Non c’è molta differenza ai suoi occhi tra cattolicesimo e islam, due religioni patriarcali. Solo che in Europa l’islam è più dinamico”.

 

Nel romanzo “Sottomissione”, la Sorbona deve essere acquistata dai sauditi affinché rimetta la sua grande sala a disposizione della scienza, anziché essere affittata per sfilate di moda. Houellebecq parla di questo mondo che si è esaurito da un pezzo. Oliver Jungen della Faz racconta di un incontro di Houellebecq a Colonia: “Davanti all’Industriehalle, che ospita lo Schauspiel di Colonia, decine di persone attendono i visitatori che, dopo un’ora e mezzo, sono sfuggiti al declino dell’occidente e constatano con sollievo che, nel frattempo, non si è piazzata la mezzaluna sulla cattedrale della città. Forse, tuttavia, alcuni si saranno persino un po’ rammaricati dell’assenza delle mezzelune”.

 

Lo aveva spiegato lo stesso Michel Houellebecq a Paris Match: “Il Corano risulta essere molto meglio di quanto pensassi. Sento piuttosto che possiamo trovare degli accordi. Le femministe non saranno in grado di farlo, a essere onesti. Ma io e molte altre persone lo faremo”. Lo scrittore più famoso di Francia, più che islamofobo, è francofobo e libertofobo. E, se il cattolicesimo è ormai inservibile, preferisce una moschea addomesticata alla serotonina occidentale.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.