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Il Fiume dell’Argento

Saer ci guida alla scoperta di un popolo dalle tante provenienze e dai tanti destini: quello di Río de la Plata

24 Novembre 2019 alle 06:03

Il Fiume dell’Argento

Accostato a “Mediterraneo” di Fernand Braudel, a “Danubio” di Claudio Magris o a “Reno” di Lucien Febvre, “Il fiume senza sponde” di Juan José Saer (La Nuova Frontiera, 254 pp., 18 euro), uscito la prima volta nel 1991, inizia con un viaggio in aereo a metà anni ’80. L’autore è invitato dal pilota ad ammirare, sulla sua destra, “il punto in cui il fiume Paraná e il fiume Uruguay confluiscono a formare il Río de la Plata”. Complice forse la raffigurazione che ne dà la Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini – che a metà del Seicento lo mostrò assieme a Nilo, Danubio e Gange come simbolo dell’immensità dei mondi a cui la chiesa portava la sua Buona Novella –, siamo abituati a considerarlo come uno dei più lunghi fiumi del mondo. Invece i suoi 290 chilometri sono meno dei 405 del Tevere. In compenso, a essere immensa è la superficie del Río de la Plata: 34 mila chilometri quadrati, come l’Olanda. Per questo sembra non avere rive, ma queste ci sono, e anzi ospitano due capitali: da una parte Buenos Aires, dall’altra Montevideo, che assieme racchiudono l’80 per cento di tutta la popolazione di Argentina e Uruguay.

 

Saer stesso ci ricorda che il nome è truffaldino. Quando nel 1516 Juan Díaz de Solís ci arrivò, mentre era alla ricerca di un passaggio per le Molucche, lo aveva chiamato Mar Dulce, per la forza della corrente che impedisce il riflusso di acqua salata. Non appena sceso a terra con alcuni compagni, fu però divorato dagli indigeni. E Saer ci spiega che “se li mangiarono sul momento, subito dopo averli uccisi, è perché”, essendo la prima volta che incontravano degli europei, “li consideravano cacciagione e non oggetto di un banchetto antropofagico”. Quella terra era allora desolata: il “Deserto” lo chiamarono, prima che si affermasse la parola “pampa” che è di origine incaica e che significa semplicemente “pianura”. Nessuna risorsa vi veniva quindi sprecata. Chiamato poi per un po’ Río de Solís, infine divenne il “Fiume dell’Argento” quando venne individuato come possibile via per arrivare alle ricchezze del Perù, e la terra in cui scorreva divenne l’Argentina. Ma in realtà di argento non ve ne è mai stata neppure l’ombra.

Saer è uno dei grande scrittori argentini del XX secolo e qui ci ricorda di essere nato vicino al luogo dove, nel 1527, Sebastiano Caboto aveva stabilito il primo insediamento spagnolo. Ma i suoi genitori erano di Damasco, e lui a sua volta sarebbe morto 68enne nel 2005 a Parigi, dove aveva trascorso gran parte della sua vita come professore universitario di Letteratura. Né romanzo, né saggio e neanche libro di viaggio, definito da Saer nel sottotitolo “trattato immaginario”, questo “testo ibrido senza un genere definito” è appunto il racconto della ricerca quasi impossibile dell’identità di un popolo dalle molteplici provenienze e dai molteplici destini. Quattro i capitoli, intitolati alle stagioni australi. Mescolando storia, sociologia, politica e ricordi, “Estate” ricorda il “Deserto” prima dell’arrivo degli europei, l’esplorazione e la fuga nella pampa del bestiame che rinselvatichendosi e moltiplicandosi divenne la risorsa che permise la nascita della civiltà. “Senza vacche e cavalli il Río de la Plata, in quanto cultura specifica, non sarebbe esistito”. Ma subito questa cultura mostra i “tre elementi quasi costanti nella regione: un pugno di dirigenti che rivendicano una serie di privilegi, una maggioranza di poveri cristi di diverse nazionalità che la miseria ha spinto in America in cerca di fortuna, e una vasta massa anonima, gli indios, relegata alle tenebre esterne”.

L’“Autunno” ricorda poi come dall’incontro di questi elementi nacque il mito del gaucho, attorno a una letteratura che per consolidare una identità, più che raccontare una tradizione ne inventò una ex novo. L’“Inverno” si dilunga sulla tradizione di violenza che da qui è scaturita e che dalle coltellate tra gauchos arriva al dramma dei desaparecidos. La “Primavera”, infine, invita a dimenticare “morte e reliquie” per tornare “se è ancora possibile, alla gioia”. Il libro torna spesso sul rito – che è a un tempo gastronomico e identitario – dell’asado. “La carne bovina cotta alla brace è non solo l’alimento principale degli argentini ma anche il nucleo della loro mitologia, per non dire della loro mistica”. “Oltre a essere un rito di rievocazione del passato, è una promessa di rincontro e comunione”. “L’asado riconcilia gli argentini con le loro origini e dà loro un’illusione di continuità storica e culturale”. Conclusione, dunque. “Distribuito in tante case, non sempre in modo equo, il fuoco unico di Eraclito arde placido o turbolento, illuminando e riscaldando questo luogo che, né più né meno prestigioso di qualsiasi altro, è anch’esso unico, a causa di alcune circostanze casuali chiamate storia, geografia e civilizzazione; il fuoco arcaico e senza fine accompagnato da voci umane che risuonano tutt’attorno e si trasformano a poco a poco in sussurri, finché, ormai calata la notte, inudibili, svaniscono”.

Maurizio Stefanini

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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