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Sette ragazze “imperdonabili” e gli ideali per cui vale la pena vivere

Il nuovo libro di Maria Antonietta (Rizzoli)

23 Marzo 2019 alle 06:08

Sette ragazze “imperdonabili” e gli ideali per cui vale la pena vivere

La fede non ammette deroghe. E’ categorica e imperativa, quale che sia il suo oggetto, se Dio o un amore o un’idea, e quale che sia il suo premio, se il paradiso o un mondo nuovo o la grazia. Quelli che hanno fede li riconosci dagli occhi: assoluti, radicali, decisi, come quelli di Lorenzo Orsetti, che ha scritto nel suo testamento: sono quasi certo di essermene andato con il sorriso sulle labbra. Imperdonabili, come le donne che Maria Antonietta, cantautrice indie molto amata, ha deciso di raccontare nel suo libro (“Sette ragazze imperdonabili”, Rizzoli). Cosa non si perdona a Emily Dickinson, Marina Cvetaeva, Cristina Campo, Etty Hillesum, Sylvia Plath, Jeanne d’Arc? Lo scrive MA nell’introduzione: d’essere state “radicali, poco accomodanti, tremendamente oneste, per lo più impazienti”, e anche di “non essersi piegate a nessun stereotipo”. Fidatevi: niente a che vedere con i manualetti per bambine ribelli che, nel tentativo di destrutturare un vecchio cliché (le principessine), ne creano un altro (le eroine). Raccontandoci queste sette ragazze che non si sono mai piegate al compiacimento (di sé o degli altri), alla semplificazione, al compromesso, Maria Antonietta ha scritto un libro mistico sull’integrità necessaria per compiere la missione che ci assegna la fede, una qualsiasi fede in una qualsiasi cosa; su come si possa dedicare tutta una vita a uno scopo, indipendentemente dalla possibilità di raggiungerlo, di vederlo realizzato; su come non sia l’approvazione di un altro a rendere valido e vero il proprio lavoro, ma la scelta di farlo.

 

Maria Antonietta è amata da un pubblico fatto soprattutto di trenta-quarantenni, quelli i cui “vent’anni sono passati abbastanza inosservati” (Vasco Brondi), quelli che a un ideale sono stati accusati di non aver voluto sacrificare neanche i punti fragola dell’Esselunga, quelli che hanno letto storie di loro coetanei che pur di dare alle proprie vite un senso, pur di respirare assoluto, coprire il vuoto, credere in qualcosa di più della propria carriera, sono diventati jihadisti. Come la maggior parte del suo pubblico, Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta, è figlia degli anni del reflusso (è nata nel 1987). Crede in Dio, vive in campagna, ama l’agiografia, le icone sacre (alcune se le è tatuate addosso) e questo suo lavoro per Rizzoli l’ha costruito come fosse un libro delle Ore medievale, di quelli che scandivano la giornata secondo le ore liturgiche, abbinando a ciascuna parte della giornata delle letture, dei salmi e delle miniature. Così, Sylvia Plath e Emily Dickinson e tutte le altre ci danno del tu e non ci raccontano cos’hanno fatto, non si pongono come esempi o come modelli ispirazionali (scusate l’orrenda parola, ma purtroppo usa): ci confessano, invece, quanto sia difficile e sorprendente non tradirsi, non cedere, non semplificarsi, agire astraendosi dal pensiero dell’efficacia, agire anche in assenza di risultati immediati, agire per fede, come la luce che “arriva dallo spazio remoto ed è partita milioni di anni fa, e imperterrita deve avere percorso il vuoto, con un certo senso di solitudine, cavalcando nel buio come deve aver fatto Giovanna d’Arco, fedele a se stessa, fino ad arrivare ai nostri occhi”.

 

Nel suo ultimo disco, “Deluderti”, Maria Antonietta aveva già cominciato la sua ricerca su questo tema: “La quotidiana lotta che ingaggiamo con noi stessi, con la nostra forma e i nostri desideri, con l’unicità che rappresentiamo a nostro discapito e con la complessità che, nonostante tutto, rimane il merito più grande che abbiamo” (Elisa Casseri su Nuovi Argomenti).

 

Le ragazze imperdonabili sono quelle che per tutta la vita si attengono a una disciplina ferrea: accettare di perdere consenso, pace, amore, empatia, amici, amanti, familiari, se averli richiede contaminarsi per rendersi riconoscibili, accettabili, digeribili. La disciplina delle piante, che “non si sentono in dovere di dimostrarti alcunché, e non si affannano a diventare verdi e a fiorire per compiacerti, ma decidono, secondo il loro arbitrio vegetale, cosa fare e quando”. E quando fioriscono, poi, sono un capolavoro che rinnova il mondo.

 

Per essere “quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano” (De Gregori), si deve avere il coraggio di lasciarsi bruciare dalla propria fiamma perché, fa dire Maria Antonietta a Cristina Campo, “nella fiamma si consuma tutto ciò che passa e resta quello che resta”.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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