(Foto Pixabay)

Quando è stato che Londra si è stancata di essere il nostro sogno (o noi di lei?)

Simonetta Sciandivasci

“Città irreale”, il romanzo “expat” di Cristina Marconi racconta una storia d'amore ai tempi della Brexit

“La libertà nel deserto non serve a nulla”. E neanche nel mare, o in città, ovunque e chiunque sia il libero, la libera, se la sua è una libertà di risulta, quella che si ottiene scartando dalla propria vita gli altri, credendoli ostacoli alla propria autonomia. Cristina Marconi ha costruito, intorno a questo punto così chiaro a tutti e al quale però tutti facciamo sempre più fatica ad adattare le nostre vite, “Città irreale” un bel romanzo sul senso dei sogni, della realizzazione, dei legami e sull’errore che è credere che, per non perderli, si debba rinunciare ad avere un’identità ferma e scrupolosa.

 

Lo ha ambientato a Londra, che per la generazione dei ragazzi europei è stata la meta delle ambizioni, il posto in cui andare quando, pur essendo giovani, nel proprio paese ci si svegliava sentendosi “centenari”, sprecati, irrilevanti: bloccati. Ha scelto, per protagonista, Alina, una ventiseienne che da Roma ha ottenuto un ottimo lavoro, amici solidi, radici indiscutibili, prospettive stabili. Una ragazza diversa dall’ultratrentenne che ieri ha scritto a Concita De Gregorio di aver lasciato l’Italia per “andare a lottare altrove”, e da tutti quelli che vanno via perché qui non trovano che frustrazioni.

 

È il 2008, la Brexit è inimmaginabile, Londra è piena di storia ma è anche una città fluida, inafferrabile, pericolosa (le ragazze certe volte muoiono per strada perché escono quasi nude, si ubriacano e s’addormentano nel gelo) e per questo Alina la crede adatta al suo bisogno di scalare una montagna più appassionante di quella che, in Italia, l’avrebbe potuta portare soltanto verso la serenità. Lei vuole la conquista, la sfida, l’indeterminatezza di cui Londra è diventata capitale avendo accolto milioni di stranieri disorientati ma molto ambiziosi. E così Alina s’accontenta di guadagnare di meno, fare la segretaria, vivere in un appartamento condiviso con una brava ragazza un po’ alcolizzata, sperduta ed evanescente come molte altre persone che incontrerà negli anni che impiegherà ad avere un lavoro migliore, una posizione consolidata, e però nessun punto fermo.

 

Nessuno fino all’arrivo di Iain, un inglese che la fulmina raccontandole di un suo viaggio in Italia dandole la sensazione che “Reggio Emilia l’avessero appena inventata”. Quando Iain le chiede di sposarlo e seguirla a Bristol, però, Alina si ritrae. È andata a Londra, ha fatto carriera, ha vinto su sua madre e sui colleghi scettici e sulle inchieste su come gli italiani all’estero finiscano la maggior parte delle volte a fare i camerieri, ma vuole altro. Cosa? Non lo sa, sa solo che non vuole finire inghiottita, bloccata. Capirà meglio dopo, quando Londra non sarà più “il grande specchio dentro cui l’Europa misura i suoi fallimenti”, e comincerà a scricchiolare la sua capacità di tenuta di tutti i sogni degli altri, a dire “prima gli inglesi”, a dirsi stremata dal multiculturalismo.

 

Sarà un incontro casuale a spingerla a ricredersi su Iain, a portarla di nuovo da lui quattro anni dopo, per dirgli che è pronta, e che non ne può più di essere londinese in quel modo balordo che fa “pensare solo a sé stessi e alla propria versione economicamente più efficiente, guardando il resto del mondo come un luogo di vacanza da cui tornare”. È stata l’Inghilterra a stancarsi di essere l’ultima speranza di giovinezza di un continente decrepito, e di vedere Londra sbranata dalla smania di libertà di una generazione terrorizzata dall’essere qualcosa di preciso? Chi fa la parte di Alina, nella Brexit, Londra o l’Europa? Marconi non dà risposte, consapevole che “le cose, a un certo punto, crollano”. Lo ha scritto Ali Smith in un romanzo che parla anche della Brexit, “Autunno”, e che ieri Paola Peduzzi e Micol Flammini ci hanno ricordato di leggere, nella newsletter europea di questo giornale.

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