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Italiani al tempo della Brexit, la mini-moda letteraria del momento

Le stralunate percezioni londinesi di Fabio Bacà e Francesco De Carlo, due italiani nel posto giusto al momento sbagliato

15 Marzo 2019 alle 11:20

Italiani al tempo della Brexit, la mini-moda letteraria del momento

(Foto LaPresse)

Strano che proprio nel momento in cui pare che il mondo se ne vada via da Londra, la città ridiventi per gli italiani il centro di gravità della narrazione, confermando la cifra bizzarra della Big Ben society, ma anche la nostra propensione a fare dell’anomalia uno status e del conflitto commedia. Prendiamo due uscite librarie nostrane di questi giorni, ad esempio, diversissime all’apparenza, eppure unite da qualcosa che è più di un’ambientazione: è un mood, un umore tra magia e follia, che informa le storie e le rende inequivocabilmente “londinesi”, alla faccia della Brexit.

 

Uno stravagante fumo di Londra dà vita agli spiritelli di Kurt O’Reilly, il protagonista di “Benevolenza cosmica” a firma Fabio Bacà, esordiente su cui ha scommesso nientepopodimeno che Adelphi. British nel midollo il memoir di Francesco De Carlo, “La mia Brexit” (Bompiani) che fa di Londra, “capitale europea della stand-up comedy”, non solo il topos per eccellenza del nonsense, ma una fonte di ispirazione immortale per monologhi nati da episodi di vita quotidiana che mai e poi mai avrebbero potuto originarsi in quella Roma Capoccia da cui proviene uno dei più famosi comici italiani all’estero come De Carlo, che tra l’altro è appena approdato su Netflix con lo special “Cose di questo mondo”.

  

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L’eroe di Bacà, mezzo italiano mezzo irlandese, workaholic in una capitale britannica sotto attacco terroristico, dirige una divisione dell’Ufficio nazionale di statistica e d’un tratto si rende conto di trovarsi al centro di un’anomalia, appunto. Una gradevole anomalia, ma pur sempre un’eccezione ingiustificata, inaccettabile per uno statistico: da circa tre mesi le cose gli vanno bene. Anzi, sempre meglio. Non è soltanto una fortuna passiva – scampare all’ultimo attentato, ad esempio – ma un vera e propria sequenza di colpi di fortuna, tipo il tassista che insiste per pagargli la corsa o fare quarantaduemila sterline in tre giorni con titoli azionari prima sempre dormienti: “Per la quindicesima settimana di seguito tutte le tue azioni sono in salita. Tutte”, gli spiega il suo broker. “Qui c’è qualcosa sotto, Kurt, e l’unica spiegazione possibile sconfina nel soprannaturale”. Se da adolescente era convinto che gli eventi insoliti fossero più interessanti degli eventi abituali, ora non si fa scrupolo di dedicare ogni sforzo a manipolare la realtà nel tentativo di ridurla a dati misurabili, il che gli frutta un bello stipendio e una vita agiata, a Londra non è poco. Finché non si rende conto che questa sovrastruttura di certezze statistiche è in realtà l’antidoto alla “devastazione emotiva” seguita alla morte di suo fratello Eric.

 

Fin qui il pretesto narrativo, tra passeggiate e giornate di lavoro in cui Londra, le sue strade e i palazzi del potere, le voci della Bbc e persino i primaverili record di temperatura apocalittici dell’Inghilterra meridionale danno uno smalto atipico per un romanzo italiano, tanto che la tentazione di tornare ai colophon e controllare il titolo in lingua originale coglie più volte. Spostare la narrazione nello spazio di qualche migliaio di chilometri e nel tempo di un vicinissimo futuro è insomma sufficiente per farla scorrazzare in visioni cosmopolite, in approcci esistenziali il cui parametro è finalmente il mondo, senza zone cieche imposte.

 

Un miracolo simile accade per “La mia Brexit” di De Carlo, un libro che avrebbe potuto essere l’ennesimo diario comico di una miniceleb televisiva e invece, con la bandiera britannica sullo sfondo, diventa il punto di vista di un italiano su un’altra nazione – merce preziosa, che merita di essere elevata dai discorsi da caffetteria affetti da complesso d’inferiorità a linea guida di una ricostruzione identitaria, sebbene col sorriso sulle labbra. De Carlo guarda gli inglesi con la costante preoccupazione professionale di “farci sopra un pezzo” che faccia ridere, ma si è ritrovato a lasciare l’Italia per la Gran Bretagna quando la Gran Bretagna ha deciso di lasciare noi.

 

Da qui il sottotitolo “Diario di un comico nel posto giusto al momento sbagliato” e da qui un punto anomalo di osservazione della Brexit, quello della sua sonora sconfitta (con punte del 79 per cento in alcuni quartieri): “A Londra l’aria non era più la stessa. La capitale multietnica e accogliente si scopriva d’un tratto confusa e scioccata… Persino nei più vivaci caffè di Fitzrovia si avvertiva palpabile la tragedia, il trauma, la disgrazia. Sembrava di stare a Saigon alla fine della guerra del Vietnam”. Un “caos paradossale” che promette materiale di prima mano: l’unico che nel breve termine potesse beneficiare di una situazione tale era un comico italiano.

Stefania Vitulli

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