Come uno zabaglione amaro

Ugo Nespolo

Il trionfo del brutto a New York, datato ma sempre attuale. L’arte moderna che va in decomposizione e i ricchi che credono nel fantasma di un’avanguardia perpetua. Zibaldone di ritagli ingialliti dal tempo

Scartafascio di note, ritagli di giornali ormai giallognoli, roba rubacchiata qua e là quasi senza ordine vero o logica. Pensieri diluiti nel tempo, collana di ritagli carichi di roba acida, opinioni spesso dotte ma ridotte a frammento, riflessioni e veleni, constatazioni amare e spesso comiche, partigianerie molte. Collezionare nel tempo con l’idea di tenere insieme in un abbraccio flebile frammenti apparentemente eterogenei come per allestire un personale teatrino posato sul paludoso terreno ove dimora il fabulous regno delle arti belle.

 

Forse chi legge già sa o intravede il tossico sul fondo di questo sghembo zibaldone che per intanto contraddice la sua origine linguistica, quella della variazione onomatopeica del dolce zabaione o zabaglione, a piacere.

 

Si parla proprio della soffice italica crema, classica regina della pasticceria, tutta tuorli d’uovo, zucchero, marsala o spumante da accompagnare spesso con biscotti secchi del tipo savoiardi.

  

To be precise!

Si trovano esposti “escrementi personali e collettivi…”, il Bello trasmigrato negli oggetti d’uso o nei fisici curati in palestre tecnologiche

Primi anni Duemila, quando l’arte “andava come il pane. E a tutti i livelli”, ed era considerata un bene rifugio. “L’arte è sexy”

Arte Provocatoria? Roba Vecchia, lo racconta Stefano Ducci sul Corriere della Sera, arricchendo il pezzo di un grazioso sottotitolo: Georg Baselitz: “Damien Hirst è furbo, sa far parlare di sé. Meglio Christo”. Baselitz tempo addietro aveva dichiarato: “La Transavanguardia è morta”, per sentirsi rispondere “parole indecenti e relativa richiesta di rettifica”. “Sono stato frainteso. Mai detto che l’arte di Cucchi, Clemente o Paladino sia sparita…”. Poco più in là ricorda che Hitler era “… un artista modestissimo che ha distrutto tutto quello che lo disturbava, meglio Mussolini, che in qualche modo ha saputo creare un legame reale con il Futurismo”.

 

Venduto il castello, crea ora “piacevolmente prigioniero” nella sua nuova straordinaria magione progettata da Herzog & De Meuron, dove ha occasione di meditare su come la gente si sia stufata della politica e di quanto la chiesa sia lontana e chiusa e soprattutto sul perché la critica non lo giudichi molto bene. Adora però le provocazioni del tipo Duchamp-Cattelan, diversi – dice – perché “… il Papa non è certamente un Pissoir”.

 

Giudica con non poca invidia quello sveltone di Hirst “furbo ed eloquente”. Ma dà l’idea chiara di non fidarsi del nuovo. “Potrei fare un gesto oltraggioso nella Cappella Sistina, servirebbe a far parlare di me, ad attirare curiosità, ma non servirebbe a far qualcosa di nuovo”. Non gli va giù che Hirst e Koons col loro nuovo siano diventati potenze economiche.

 

Sì, forse la critica non lo vezzeggia, ma il mercato non lo trascura se già molto tempo fa il suo Bonjour Monsieur Courbet del 1965 si è portato a casa 4.633.000 dollari. Ma si sa, dice: “Un milione per Hirst son pochi, per il Tiepolo son troppi. Mi sembra un assurdo”. Davvero?

 

Mela bacata

Rifiuti da Museo, spazzatura firmata e commentata. Turbinio arbasiniano di lontana data (2008) ma vivido e sempre attuale. Si parla del brutto che trionfa a New York tra “Abbandoni ossessivi, ordini ribelli, lecca-lecca creativi e migliaia di repliche video!”.

 

Si racconta di come ieri e oggi i mercanti e i critici-recensori siano associati nel business, l’èra in cui i giudizi critici mutano in gloriose apologie dal taumaturgico tocco in grado di trasmutare innocue chiacchiere in moneta sonante, che perlopiù son dollari. Sono prezzi straordinari per i nuovi ricchissimi ad usum status symbol specialmente (ma non certo soltanto) per gente delle contrade russe e asiatiche! Fiume traboccante ma molto, molto avvincente, impietoso viaggio tra “Razionalismi subacquei – installazioni concettuali di collettivi sub-coreani emergenti, pezzi di animali macellati in originale o in fac-simile…”. Certo non possono mancare Cibachrome in grandezza naturale di cadaveri seviziati e “dementi di frontiera… incendiari di villette a schiera”. Si trovano spesso esposti “escrementi personali e collettivi…”. Insomma, un glorioso trionfo del Brutto essendo il Bello trasmigrato intanto negli oggetti d’uso o nei fisici curati e modellati da lustri in palestre tecnologiche o negli impiattamenti di cuochi-star dall’eloquio spesso mutuato da quello dei capipopolo. Arbasino attraversa il New Museum fra “ammassi di seggiole rotte, corde e cinture strappate, tubi da innaffiamento, cartoni per barboni… biciclette incidentate, motorini fracassati… bambolacce senza titolo”.

 

Rifiuti diversi da quelli romani o napoletani, anonimi, immarcescenti, ingombranti. Nel museo invece sono “scarti isolati, firmati, griffati, datati e sterilizzati. Da lobby, atrio, hall, livingroom, jardin d’hiver”.

Déjà-vu

Dall’ingiallita valanga dentellata di ritagli accatastati in bell’ordine spunta protervo un perfido quanto eroico “Più costa più mi piace!” Riprende energia e vita l’erudito canto di Marco Vallora che acuto e malinconico attraversa l’opening di un’Artissima datata (modello che si ripete identico nel tempo anche se con energia decrescente).

 

Nei corridoi aleggia intanto un vento di compiaciuto sgomento. Di bocca in bocca la notizia del Cuoricione di Koons “perché questo ci passa il Parnaso di oggi” venduto a New York per 23 milioni e 561 mila dollari transitato dal colpo secco di martello di una primaria casa d’aste ai magazzini del prolifico e geniale Larry Gagosian, l’uomo che a ogni strategica mossa dispensa e divulga il concetto neo-critico da sintetizzare nell’assioma del ciò che costa vale. Addio sostanza allora, siamo agli scambi immoral-immobiliari alle fiches intercambiabili, un ritorno ai tristi dettami del fu Willy Bongard, arte come investimento borsistico e così via. E le opere poi. Vallora infilza l’affilata katana nel corpo molle della pochezza esecutiva, quella della possibilità di cucinare la pasta con quello che si trova in frigo. “Se hai un pallone squarciato ci metti dentro una pianta di platycerium e l’effetto è servito, oppure un ventilatore (un phon o un aspirapolvere ecc..) lo metti davanti a un foglio che tremula e sei già ad Artissima…”

 

E poi – così per citare – i mobiletti di quel Marc Horowitz che li riempie con scherzetti di carnevale tentando di acchiappare la fortuna e la fama di Hirst, quello del cranio diamantato e delle farmacie di pillole una delle quali ha “quasi eguagliato (nel prezzo) un celeberrimo Gauguin iperstorico, a suo tempo messo all’asta dal pittore per poter tornare in miseria a Tahiti!”.

 

Tutto se ne va

Siamo ai Monumenti Effimeri nel senso che l’arte moderna va in decomposizione. Lo racconta Alessandro Gnocchi sul Giornale per dirci quello che già si sa. Materiali per niente nobili per ricordarci forse pochezze e degrado dei tempi nostri, installazioni – di questo si parla – come accumuli di robette eterogenee che spariscono alla chiusura dell’esposizione. Si cita Germano Celant quando sibillinamente definisce il concetto d’installazione: “… possono essere considerate stratificazioni temporanee di un’architettura interiore, proprio perché veicolabili in un altrove originario”. Capito? In ogni caso scomparsa rapida dell’opera anche quando tale scomparsa non è per nulla programmata. La pelle raggrinzita dello Squalo di Hirst trasmutato pro tempore in un affare multimilionario o l’istallazione di Zoe Leonard Strange Fruit fatta di strati di bucce di banane, arance e pompelmi, limoni, avocadi rapidamente polverizzate e maleodoranti fino a scomparsa avvenuta. Sarà l’ora di abolire l’atteggiamento troppo sacrale e protettivo verso l’arte moderna, quello stigmatizzato su Repubblica da Achille Bonito Oliva quando denuncia il mancato decesso delle opere mantenute in vita da solerti e talvolta violenti restauri forzati.

 

Il “Cuoricione” di Koons transitato dal colpo di martello della casa d’aste ai magazzini del prolifico e geniale Larry Gagosian

Si potrebbe volentieri sposare la proposta di Bonito Oliva, quella di “… seppellire gli artisti con le loro opere, come i Faraoni”

Certo – si dice – meno tesaurizzazione e più circolazione, più mobilità mentale che oggetti da salotto. Non fosse per la contraddizione sostanziale che pretende le opere d’arte (tutte) quasi o solo solidi investimenti, quindi oggetti più o meno ingombranti, più o meno duraturi da tramandare ai posteri, si potrebbe volentieri sposare la proposta di ABO, quella di “… seppellire gli artisti con le loro opere, come i Faraoni”.

 

La noia. Fondamentale rileggere un’intervista al molto rimpianto Robert Hughes in un diretto Liberateci dall’arte contemporanea. Domande di Alain Elkann, panoramica quasi senza speranza dalla viva voce di uno dei maggiori intellettuali del Novecento.

 

E la Biennale a Venezia? Hughes si è rifiutato di lavorarci per il livello basso e di inefficienza considerato poco meno che un grande vacuo carrozzone commerciale “… dove uno è condannato ad avere a che fare con gli stessi mercanti e lestofanti che nei precedenti due anni ha evitato di incontrare”.

 

Se l’arte moderna è di moda lo si deve al fatto che “ci sono sempre ricchi illetterati che credono nel fantasma di un’avanguardia perpetua… La quantità ha portato monotonia e mediocrità!”. Moda? “Ogni anno che passa ci sarà ancora più moda” dice. Poi “… verrà la recessione e si ricomincerà da capo. Una storia noiosa e ripetitiva questo ciclo di tumescenza. L’ossessione del mondo dell’arte per il denaro è disgustosa”.

 

Good Business

Settore Patrimoni, il settore FineArts è cresciuto del 13 per cento contro l’11 per cento delle azioni, siamo nel 2005, Antonio Spampinato su Libero nel marzo del 2006 ci informa che Unicredit Banking ha affidato il timone investimenti in arte a Domenico Filipponi, ex general manager di Christie’s. Il servizio è quello di Art Advisory, consulenze per comprare e vendere arte insomma.

 

Siamo negli anni in cui l’arte “… andava come il pane. E a tutti i livelli…”, anni in cui si apprezza ciò che ha prezzo, anni in cui, come ricorda Jeffrey Deitch del Moca, “il mercato è opaco quanto vuole ma è pur sempre la vera arte”. Gli stessi in cui – senza moralismi – l’arte è considerata solo un bene atto a produrre capital-gain, un bene rifugio, un asset-class, un aggregato. Allora comprare in proprio tentando di evitare i gate-keeper o i market-maker.

 

Da non scordare le dichiarazioni di Thomas Hoving, ex direttore del Metropolitan Museum of Art a New York: “L’arte è sexy, l’arte è soldi-sexy arrampicata sociale fantastica”. E Brett Gorvy, già vicepresidente della sezione Arte Contemporanea di Christie’s, ricorda “E’ solo business, non storia dell’arte”.

 

Easybranding

Il Louvre se ne va ad Abu Dhabi e i musei diventano loghi. Pia Cappelli nel 2007 ci racconta del Louvre del Deserto, la straordinaria trasmigrazione meaningless e monetaria di un brand tanto europeo quanto glorioso verso lidi assolati a colpi di moltissimi milioni di euro. A poco o niente son valse le urla di dolore lanciate dai grandi intellettuali francesi capeggiati da Jean Clair, Françoise Cachin e Roland Recht al grido di “I musei non sono in vendita!”, e anche “… il Louvre vuol vendere la sua anima”. Anima venduta intanto e sull’isola di Saadyat oggi troneggia tra palme e onde marine una straripante architettura che – come si può immaginare – minimizza i volenterosi e molto generosi prestiti provenienti da Paris. La Cappelli ricorda come la louvrizzazione d’Arabia già dimostra la sua contagiosa febbre con azioni ed eventi a supporto come la grande fiera ArtParis perché si produca subito “… con tempismo rapido la nascita di una fiera sorella, ArtParis Abu Dhabi”.

  

Già si parla del rischio censura musulmana e la domanda pare essere “quanti artisti contemporanei passeranno le maglie di una censura a base coranica?”.

  

Questo surrogato di Louvre marinaro non potrà certo esibire opere a sfondo religioso, né corpi nudi. La domanda maligna può essere “Verrà istituita una commissione che riprenderà la vecchia usanza di mutandare i nostri Adamo ed Eva”?

Zibaldone scarso di zucchero, zabaglione intossicato. Rileggere la ricetta originale allora e calibrare dosi, passaggi e miscela con cura massima. Si può riprovare?

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