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Il pedalò per la caccia al migrante e il nuovo "Mare Monstrum"

La mostra “Stessa spiaggia stesso mare” racconta la nostra metamorfosi: da navigatori a incattiviti tutori di “ronde” nel Mediterraneo

13 Dicembre 2018 alle 13:28

“Bisogna affondarli!“, “Lasciateli in acqua” e “Buon appetito ai pesci”. Mentre vengono chiusi i porti, qualcuno si sente autorizzato a esprimere questi auguri sprezzanti ai migranti. “E allora fatelo davvero: eccovi lo strumento adatto”, dice al Foglio Cristiano Carotti, davanti al pezzo forte della sua ultima mostra "Stessa spiaggia, stesso mare", inaugurata il 17 novembre alla White Noise Gallery di Roma: Seagull SS17-prototipo per strumento di autodifesa popolare è l’opera forse più emblematica della mostra. Una rivisitazione provocatoria di un pattino che, nelle mani del giovane artista ternano, passa da icona delle spensierate vacanze italiane a mezzo militare, equipaggiato di mitraglia e in livrea mimetica. “L’idea è nata da una pulsione semplice. La mia attenzione è stata catturata dal tema della caccia al migrante, spinta l’estate scorsa in maniera violenta, e da quei commenti mostruosi sulle sorti da riservare ai naufraghi”, spiega Carotti. “Mi ha colpito, più della manipolazione propagandistica di chi ha fatto della paura dello straniero uno strumento demagogico, la recettività del ‘pubblico’, di chi recepisce e muta questa dinamica, di chi esprime senza problemi la propria xenofobia”.

 

Per questo Cristiano ha scelto il pedalò, icona nazional-popolare delle agognate ferie, che diventa lo strumento goffo e ridicolo di un paese che si lascia coinvolgere dalla paura, pretestuosa e forcaiola, dei migranti. Di chi esulta di fronte all’agghiacciante frase “bisognerebbe affondarli in mare”: Seagull è uno strumento rozzo e inappropriato ma al contempo pericoloso e minaccioso. Il mezzo perfetto per il cittadino qualunque in procinto di  affrontare un Mediterraneo nuovamente pieno di mostri mitologici. A prima vista Seagull strappa un sorriso, ma dietro il suo aspetto da “tanko” del mare, quell’imbarcazione da italiano medio, per chi il mare lo conosce solo dall’ombrellone, viene armata e riadattata per raccontare i nuovi mostri.  Non quelli del mito ma quelli che siamo diventati. Seagull è uno specchio. “Come è uno specchio il Mediterraneo, che riflette la nostra paura reciproca”, dice Carotti.

   

“Il mare non è la terra”, ha scritto Edoardo Albinati in "Cronistoria di un pensiero infame", annunciando “la più ovvia delle ovvietà: andar per mare, stare in mezzo al mare non equivale a stare in porto, ad avere la terra sotto i piedi. Ma evidentemente, coloro che abusano del potere di prendere drastici provvedimenti riguardo alla vita di chi sta su una barca o su una nave, hanno del mare una visione turistica, vacanziera, da stabilimento balneare. Non avendo mai messo il naso fuori dai loro tour elettorali, non avendo mai alzato gli occhi dagli schermetti dove passano la giornata a digitare battute e minacce, non avendo navigato un giorno della loro vita, per loro la parola mare significa ombrellone, olio abbronzante, pedalò. Di qui l’uso spontaneo del termine “pacchia”. E una barca che solca il mare è naturalmente associata a una crociera. E oplà”.

 

Com'è stato possibile che il Mediterraneo tornasse a essere percepito dall’opinione pubblica come un simbolo di paura e minaccia, le emozioni cioè che il mare nostrum suscitava nei marinai di un tempo? Carotti indaga le dinamiche sociali nelle loro derive più estreme attraverso lo studio del potere archetipico del simbolo all’interno delle comunità. Le opere di "Stessa spiaggia, stesso mare" - curata da Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti - studiano il Mediterraneo e i flussi migratori riprendendo alcuni motivi dei miti classici, attualizzandoli. Le leggende che circolavano sul Mediterraneo vedevano protagonisti terribili mostri e incredibili creature marine che lo governavano e proteggevano: un viaggio in mare a bordo di una triremi era certamente una faccenda pericolosa e figure come Scilla e Cariddi servivano per tenere lontani i naviganti dalle zone più difficili. Oggi, parole come "invasione” e “conquista” hanno preso il posto di “naufragio” e “mulinello” come nuovo vocabolario della paura legata al mare. 

 

Alla creazione di una nuova mitologia contemporanea ci pensano le 18 sculture di ceramica (Scilla I-XVIII) di diversa forma e colore raffiguranti creature con la testa da lupo e il corpo di serpente marino. O la scultura di una Cariddi contemporanea, metà sirena e metà culturista, concepita come fosse un otre recuperato dal fondo del mare, sulla falsa riga del lavoro di Damien Hirst a Venezia “Treasure from the wreck of the unbelievable”. Fino ad arrivare alla tela "Shipwreck of the Birds", un vortice visivo ispirato a "La Zattera della Medusa" di Théodore Géricault che racchiude in un valzer infernale tutte le figure di questa nuova mitologia in cui le creature mitiche hanno perso il loro ruolo di monito per diventare simbolo grottesco di pura paura. 

 

“Una bomba caricata lentamente è esplosa. E però ricordiamoci che viviamo circondati dallo stesso mare che ha affondato Ulisse”, spiega Carotti, “ma anche sulla spiaggia che lo ha salvato. Come lui è scampato a Scilla e Cariddi, credo che anche per noi ci sia speranza. Dobbiamo tirare su lo specchio. Del resto, ‘fatti non foste a viver come bruti’”.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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