Mostre & mostri

Musei come Disney World. Confusa e con poco da dire, l’arte si perde nella palude della spettacolarizzazione. Un libro per evitare la fine

4 Dicembre 2017 alle 11:41

Mostre & mostri

Ugo Nespolo, “Enigmi al museo” (particolare), acrilici su legno, 1994

Forse non tutti sanno che quando si dice sistema dell’Arte si sta parlando di un’entità che non si pone in forma di tepido e profumato salotto per damine di buona famiglia, spazio in cui gli attori agiscono tutto fair play, inchini e bacetti di andata maniera, stiamo piuttosto indicando una torrida arena in cui s’arrabattano – l’un contro gli altri armati – assatanati interpreti di un’eterna tragicommedia.

Si parla davvero di un Moloch inscalfibile, terreno omertoso per convenienza, arido per ignoranza.

 

Per parlare di mostre converrà tirare in ballo da subito i musei, istituzioni cresciute tanto in quantità quanto raramente in qualità

Due illustri studiosi, da noi, Tommaso Montanari e Vincenzo Trione si son lanciati a capofitto con analisi serie in Contro le Mostre (Einaudi).

 

Sistema dell’Arte allora, M&M mostre e musei per intanto.

 

Per parlare di mostre converrà – pertinente incipit – tirare in ballo da subito i contenitori privilegiati, i musei, appunto, istituzioni cresciute tanto in quantità quanto raramente in qualità.

 

La loro missione si è come trasmutata nel tempo, infatti da sacri contenitori delle testimonianze scelte dalla cultura ufficiale e dal suo desiderio di storicizzare, son diventati i luoghi della promozione iniziale per artisti da far brillare in concorso nella molto buia notte dei valori e del mercato.

 

I musei han sete di prestigio e di successo, molta sete economico-commerciale dalla quale non possono prescindere. L’idea guida non è semplicemente basata sulla sfrenata ambizione di dominare le scene dell’internazionalismo culturale ma principalmente sull’ipotesi che a tale dominio si associ la concreta possibilità di reperire fondi in donazioni pubbliche e private da sommare agli introiti derivanti dalla vendita di gadget d’ogni tipo e natura in una crescita senza limiti per poter finanziare in maniera consistente le attività del museo stesso. L’incontro della cultura del merchandising e di quella museale è da tempo ormai un fatto consolidato e vale un po’ per tutti i musei. La logica degli shopping center è dominante nel panorama espositivo e non disdegna puntate verso l’idea disneyana del parco a tema con conseguente esaltazione del falso, della fedele ricostruzione in cartongesso, degli spettacolari allestimenti ai quali magari si accede attraverso tortuosi bookshop carichi di ogni sorta di merce.

 

Conviene ricordare i tempi in cui il nobile Philippe de Montebello direttore del Metropolitan Museum di New York tuonava lapidario: “Noi non vogliamo competere con i parchi a tema di Disney, con il rock o con lo sport, sarebbe sciocco da parte nostra… c’è sempre stata una solida compagine di amanti dell’arte alta…”.

 

Con poco fair-play, in un dibattito deludente, sgarbato e tanto poco culturale, Thomas Krens del Guggenheim Museum (che lascerà il 28 febbraio del 2008), ribatteva stizzito ricordando che il Metropolitan Museum, invece di pontificare dall’alto e sentirsi paladino dell’arte alta nel dibattito presunto e forzoso tra i poli High & Low, si sarebbe dovuto vergognare almeno per aver messo in piedi a tutta velocità la necrofila mostra di Versace sei mesi dopo la sua tragica morte ed aver esposto persino le mutande di Jackie Kennedy.

 

Andy Warhol pallidamente aveva sentenziato: “Tutti i grandi magazzini saranno musei e tutti i grandi musei magazzini”

Proprio Krens aveva giocato la rischiosa campagna del museo diffuso. L’idea non era altro che quella dell’uso del marketing totale per un museo-logo da seminare in ogni dove sul pianeta immaginato terra di gloria e di ricavi svelti e cospicui. Ecco allora – tra l’altro – due sedi all’interno del Venetian Hotel di Las Vegas dove il falso e il maccheronico ti consentivano di gironzolare in gondola su canali scavati nel deserto al suono di serenate dagli accenti improbabili in una Venezia tutta cartapesta. Anche qui Warhol col suo mutismo ebete e le sue certezze lapalissiane aveva lanciato una profezia davvero sociologicamente lungimirante. Pallidamente aveva sentenziato: “Tutti i grandi magazzini saranno musei e tutti i grandi musei magazzini”.

 

Fallimento senza remissione della tragicomica impresa del Guggenheim everywhere eccoci or ora calati nel clamore di uno scintillante Louvre paracadutato sull’isolotto artificiale di Saadiyat in quel di Abu Dhabi. Per chi ci può scorrazzare nel profumato lusso transcontinentale e a man bassa si accaparra team calcistici dai palloni d’oro, l’equivalente in miliardi di euro o dollari o petrodollari è davvero roba da nulla per il facile ratto di un museo dalla brandizzazione interessata e facile. A noi lo sconcerto, noi sorta di puristi dei boulevards e della Galerie Vivienne (… al di là di quel purgatorio di giardini…) come scriveva Sanguineti. Sì, sconcerto a braccetto dell’orrore per i non luoghi e per i luoghi stranianti ed improbabili.

 

Le analisi di Montanari – Trione han da fare intanto col triste panorama italico dove “un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere…”.

 

Non è davvero difficile nel Bel Paese incontrare un diffuso e pesante degrado espositivo frutto di programmazioni inesistenti, di dilettantismo curatoriale, di banale ricerca del raggiungimento del numero di visitatori paganti capace di garantire incassi e guadagni come obiettivo unico. Lo scopo si raggiunge con l’abuso di nomi di artisti stranoti rappresentati al più con opere di terz’ordine o con temi generici quanto comici del tipo Il Nero, La Terra, L’Amore, L’Oro e così via. S’intende che nessun nesso culturale valido e trasmissibile trova l’interesse di chi allestisce questi gustosi pianetini-barnum.

 

Eccoci immersi nel caldo abbraccio dell’era in cui “lo svago è stato promosso a cultura” come scriveva Eric J. Hobsbawm, e l’opera d’arte: “… non soltanto si è persa nell’ondata di parole, suoni e immagini dell’ambiente universale che una volta si chiamava arte”.

 

Vanni Codeluppi nel suo Lo Spettacolo della Merce ricorda come città e i luoghi di vendita si stiano museificando proprio come la cultura del consumo all’interno dei musei è cresciuta vertiginosamente.

 

Quello che Jean Baudrillard aveva definito Effetto Beaubourg pensando a quell’edificio ingestibile concepito secondo un modello davvero affine a quello del supermercato, è da lui considerato un monumento alla dissuasione culturale. All’interno si dimostra in modo esplicito che qualsiasi cosa la merce, la cultura, la folla, l’aria compressa mimano l’ideologia dell’ipermercato dove le masse sono invitate a compiere un vero e proprio lavoro di lutto culturale. Partecipano silenziosi a un rito che non è il loro e che in fondo hanno sempre detestato.

 

L’effetto Disney World – il concetto del parco a tema – è una pratica in arte ampiamente praticata e oggi trionfa in quei carrozzoni detti mostre esperienziali fatte di proiezioni, ricostruzioni virtuali di ambienti storici tutti in plastica e cartongesso per dare allo spettatore in passeggiata la sensazione di viver epoche storiche passate. Si può visitare la stanza di Van Gogh ad Arles o diventare protagonisti da immortalare in un selfie irripetibile nella ricostruzione del capolavoro di Edward Hopper Morning Sun.

 

Siamo immersi nel caldo abbraccio dell’èra in cui “lo svago è stato promosso a cultura”, e l’opera d’arte si è persa

Ci si può persino rimbambinirsi alla visita dell’improbabile Treasures from the Wreck of the Unbelievable Damien Hirst a Venezia. A Venezia ancora dove – ad esempio – si allestisce una mostra spettacolo chiamata Magister Giotto così descritta dal sito internet che la promuove: “…il percorso si snoda attraverso ambienti di grande impatto percettivo, ricostruzioni scenografiche, visioni illusorie”! Tanto basta per capire che si tratta in questo caso – come già in quello di Caravaggio Experience o in Van Gogh Alive di divagazioni high definition, produzioni sfacciate e diseducative di cloni del reale, di orpelli allestiti – a volte anche con dispendio di mezzi – per visitatori svogliati, frettolosi e ignoranti.

 

Ancora Hobsbawm: “L’opera d’arte si è persa nell’ondata di parole, suoni e immagini dell’ambiente che una volta si chiamava arte ma è anche svanita nella dissoluzione dell’esperienza estetica…”.

 

Ecco allora che le mostre devono essere spettacolo, essere parte dello svago, far divertire e scivolar via dall’epidermide e dalla mente senza porre quesiti alla velocità di quel clic che oscura lo schermo di un qualsiasi televisore dopo la parola fine.

 

Eccoci poi alla biennalizzazione dell’arte, un circo Barnum in cui come dice Hughes è impossibile distinguere le aquile dai tacchini.

 

A Venezia ancora a sentir Mario Vargas Llosa: “Lo spettacolo è noioso, farsesco e desolante, un totale vuoto di idee, di cultura artistica, di abilità artigianale, di autenticità e di integrità”. Ricordano Montanari-Trione come le Biennali sono il terreno incontrastato dei gruppi di potere, quelli che condizionano in maniera pesante il mercato e la stessa creatività. Spadroneggiano critici pagati e conniventi per spesso sostenere opportunisti ed imbroglioni.

 

Curatori scelti da direzioni vetuste e politicizzate incapaci di riportare in vita la fu gloriosa istituzione e spingerla lontano da quel balletto scontato e risaputo, inutile e dispendioso e alla fine vacuo e dannoso. Biennale allora solo come aiutino al turismo dei transatlantici in piazza San Marco, alle pizzerie dalle mozzarelle surgelate, alle canzoni napoletane per i turisti in gondoeta.

 

Una grande commedia insomma in cui l’arte viene messa tra parentesi per esser in qualche modo banalizzata forse proprio per non lasciare emergere in primo piano i suoi contenuti problematici, le sue domande drammatiche ed assillanti.

 

Come direbbe credo Mario Perniola, s’inonda l’arte di luce artificiale proprio come si fa nelle vetrine dei macellai o dei gioiellieri, di una luce abbagliante che non lascia ombre, quell’ombra “sagoma meno luminosa in cui si ritrae quanto di inquietante e di enigmatico le appartiene”.

 

Per chi presume che l’arte possa godere di uno statuto speciale gli aspetti demagogicamente banalizzanti e bassamente creduti popolari rappresentano la traversata di un territorio freddo e inospitale dal quale sarà forse impossibile tornare.

 

Anime stanche vagano alla ricerca di improbabili ultime tendenze sapendo che il nuovo è un concetto estinto con la fine del moderno

Il viaggio che parte dalla presa d’atto delle distorsioni generate dal trionfo in arte della quantità sulla qualità, dalla trasformazione delle grandi esposizioni in luna park, dall’uso prezzolato di nomi roboanti per fare cassetta e che porta al discredito e all’uso strumentale degli artisti e della critica ben presto ci trova intirizziti e sperduti in quell’Inverno della cultura di buona memoria clairiana.

 

Montanari e Trione ancora ci dicono delle anime stanche che vagano in moto perpetuo alla ricerca di una improbabile ultima tendenza ben sapendo che il nuovo è un concetto estinto forse con la fine stessa del moderno e che il menù risulta davvero poco variato.

 

Gli attori son gli stessi che si ritrovano a tutte le Mostre di tendenza, Milano o Basilea, Kassel o Miami, New York o Calcutta stesse feste, stessi hotel, stessa retorica, opinioni e superficialità.

 

La merce da esporre sta sempre in secondo piano e non ha rilevanza. A sentire Simon Schama: “Soldi, inaugurazioni sensazionali, galleristi modaioli che si studiano a vicenda, robaccia di più alto livello, rappresa di teorie che fa di tutto per collegare un’esperienza critica a ciò che è insignificante e irrilevante, pornografia all’asta… arte intesa come qualcosa in cui investire più che da capire, carosello di miliardari ansiosi e smaniosi di spendere”.

 

Anche Baudrillard non si era mai appassionato all’arte e al suo sistema. Constatata la totale estetizzazione del mondo vedeva l’arte come dissolta in quel processo senza ritorno.

 

Non solo per le aberrazioni delle mostre-monstre o della commercializzazione assatanata delle opere egli considerava l’arte niente più di una “…merce superiormente ironica perché non significante più niente, ancora più arbitraria e irrazionale della merce”.

 

L’arte già confusa e pesantemente condizionata sul piano creativo, sempre più assistita e suggerita si perde ora anche nell’intricata palude del gioco della spettacolarizzazione simil circense tristemente disegnando la propria progressiva marginalità forse fino alla propria totale sparizione.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi