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Dannata civiltà

La serie tv di Kenneth Clark è stata un classico dell’orgoglio occidentale. Il remake è un potpourri multiculti. Via la Sistina, dentro l’arte islamica

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

23 Aprile 2018 alle 09:47

Dannata civiltà

Kenneth Clark, titano della vita culturale britannica, autore nel 1969 del documentario in tredici ore “Civilization”, adesso rivisitato dalla Bbc

C’erano la Ravenna bizantina, le Ebridi celtiche, la Aquisgrana di Carlo Magno, i castelli della Loira, i palazzi di Firenze, l’Abbazia di Cluny, la Cappella Sistina. Per Kenneth Clark, la civiltà ha cominciato a riemergere soltanto con la costruzione nel 1260 della cattedrale di Chartres e ha iniziato a mostrare segni di affaticamento e cedimento con l’arte e l’architettura postmoderna. Il suo documentario di tredici ore per la Bbc Civilization, trasmesso cinquant’anni fa, stabilì la definizione stessa del concetto di civiltà agli occhi di un’intera generazione nel mondo anglosassone. Il libro di Clark tratto da quella serie, Civilization: A Personal View, pubblicato nel 1969, avrebbe venduto un milione e mezzo di copie e non è mai andato fuori stampa. Adesso la Bbc manda in onda il remake di quel classico della cultura occidentale. Ed è tutta un’altra civiltà. Una civiltà al plurale, con la “s” finale.

 

Clark rese omaggio a una civiltà così eurocentrica, così bianca, così maschile, così impregnata del genio individuale che oggi sarebbe impensabile. Ancora più sarebbe reprensibile. Clark affermava apertamente che alcune culture hanno un valore maggiore rispetto ad altre. E proprio all’inizio del suo docufilm, paragonò l’Apollo del Belvedere a una maschera africana appartenuta a Roger Fry. “Non credo che ci sia alcun dubbio che l’Apollo incarni uno stato di civiltà più elevato della maschera”, disse Clark.

 

Paragonò l’Apollo del Belvedere a una maschera africana e disse: “Non credo ci sia alcun dubbio che incarni una civiltà più elevata”

Qualsiasi presentatore o docente che oggi dicesse una cosa del genere verrebbe disonorato e purgato. Via dunque il presentatore unico e bianco dalla nuova serie. Arrivano tre rappresentanti delle minoranze: lo storico Simon Schama, la femminista Mary Beard e lo studioso di origini nigeriane David Olusoga. Quest’ultimo descrive i risultati dei primi contatti, interazioni e conflitti tra europei e altre culture, passando rapidamente al saccheggio britannico del bronzi Benin dalla Nigeria nel 1890, prima di guardare quello che accadde agli Aztechi, in Giappone e in India. E cita il commento sprezzante di Clark sulla maschera africana.

 

Nell’atmosfera febbrile di Parigi del maggio 1968, Clark era in piedi fuori da Notre-Dame, filmando la sua introduzione a Civilization. Poco lontano, un giovane Simon Schama veniva attaccato dalla polizia a Montparnasse mentre protestava contro il capitalismo, il consumismo e l’imperialismo americano. Mary Beard invece aveva quattordici anni, vedeva Clark alla Bbc e capiva che la sua raffigurazione dei “barbari” che saccheggiavano Roma la metteva particolarmente a disagio. “Barbari”? Chi usa più un linguaggio simile? Il nuovo programma è una sorta di confutazione, a volte piuttosto esplicita, di Clark e della sua visione della storia.

 

Quando, nel 1966, la Bbc decise di produrre una serie sulla storia della cultura europea, Clark fu la scelta unanime come presentatore. David Attenborough e i suoi colleghi portarono Clark a pranzo. Di passaggio, Attenborough lasciò intendere di non volere la parola “civiltà”, ma Clark rifiutò di cedere. Le riprese iniziarono nell’agosto 1967 e terminarono, dopo una lunga pausa, nel maggio dell’anno successivo. Clark e la troupe visitarono 118 musei e 117 località in undici paesi. Nessuno prima di Clark aveva visto un singolo presentatore dominare un programma di una tale durata. Era una televisione colta destinata a sedurre un pubblico di massa.

 

Clark iniziò con l’elogio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Olusoga apre con i bronzi del Benin finiti nei musei di Londra

Sulle rive della Senna, con la Cattedrale di Notre-Dame che si innalza alle sue spalle, Clark si domanda: “Cos’è la civiltà?”. Poi, scrollando le spalle, dice: “Non lo so. Non posso definirlo in termini astratti. Ma penso di poterlo riconoscere quando la vedo”. E si gira a guardare la cattedrale. “E lo sto guardando ora”.

 

Clark era dotato della tradizionale avversione inglese per l’astrazione e la preferenza per il particolare. Durante la Seconda guerra mondiale, Clark, ora il soggetto della nuova e autorevole biografia di James Stourton, era il direttore della National Gallery di Londra. Per evitare che la collezione d’arte venisse distrutta nel Blitz nazista, Clark trasferì duemila dipinti in una cava abbandonata nel nord del Galles. Clark aveva sottoposto la sua idea a Winston Churchill, che gli disse: “Seppelliscili nelle viscere della terra, che non un solo quadri lasci quest’isola”. Successivamente Clark, scomparso nel 1983, fece qualcosa che nessuno aveva previsto. Iniziò ad aprire l’ormai vuota ed echeggiante National Gallery a una serie molto popolare di concerti di musica classica a mezzogiorno.

 

Clark aveva capito che nei tempi bui c’era un desiderio di arte, musica e letteratura. I concerti, disse, “sono stati il primo segnale che ci stavamo risvegliando da una sorta di torpore”. “La galleria era diventata un simbolo di sfida nazionale” a Hitler, scrive Stourton. Clark divenne una figura eroica, un titano culturale. Ha semplicemente creduto, scrive Stourton, “che l’arte e la cultura fossero fondamentali per gli stessi valori per i quali la Gran Bretagna stava combattendo”.

 

Gli unici “barbari” nella nuova serie della Bbc sono gli europei: colonizzatori, predatori, usurpatori

Clark nacque da genitori benestanti e negli anni Venti frequentò l’Università di Oxford, dove fece amicizia con i futuri dominatori del panorama letterario, come John Betjeman e Cyril Connolly. Poi il grande salto nella vita cultura inglese in quanto “K”, come tutti lo chiamavano, le amicizie con la Regina Madre e Churchill, oltre che con Evelyn Waugh, E. M. Forster, Henry Moore e Yehudi Menuhin. La consacrazione di Clark fu Civilization. All’inizio nessuna emittente voleva trasmettere un inglese snob e ricco che parlava delle statue del Bernini e della prosa di Goethe. Ma poi quando il documentario di Clark fu acquistato e trasmesso dalla Pbs, la reazione fu a dir poco entusiasta. Il biografo di Clark, Stourton, parla di un’ondata di presenze nei musei dopo la trasmissione. Chi seguirà dovrà moltissimo a Clark: The Ascent of Man di Jacob Bronowski, Cosmos di Carl Sagan e Life on Earth di Attenborough. 

 

Ora Mary Beard, la curatrice e presentatrice della nuova serie sulla Bbc, attacca tutto l’impianto di Clark: “Sappiamo che ‘noi’ siamo civilizzati contrapponendo noi stessi a quelli che riteniamo incivili… Ma alla fine, la barbarie di una persona è la civiltà di un’altra persona”. Un capolavoro di relativismo storico e morale. La stella di Clark cominciò a decadere negli anni Ottanta quando una nuova generazione di studiosi iniziò a valutare le opere d’arte usando la teoria marxista, femminista e psicoanalitica. Clark aveva sviluppato la sua serie tv come una risposta – e un rimprovero – a quei “pensatori che hanno iniziato a chiedersi se vale la pena preservare la civiltà”, come disse nel primo episodio. Civilization nella nuova serie diventa un termine per indicare l’evoluzione umana e la socializzazione. “Quando parliamo di civiltà intendiamo società umane”, racconta Maya Jasanoff di Harvard nella nuova seria della Bbc. “E penso che l’arte possa essere un luogo in cui le persone condividono i loro sentimenti”. I sentimenti… E’ una sorta di “Guida Michelin culturale”, come l’ha definita il Weekly Standard.

 

Non c’è più la Cappella Sistina di Michelangelo, ma Schama ha trovato il tempo per un incontro con Damien Hirst alla Biennale di Venezia e per farci vedere la moschea Suleymaniye di Instanbul. I tre nuovi conduttori ci portano a vedere come un imperatore cinese seppellì migliaia di figure di guerrieri di terracotta per difenderle nell’aldilà. Le immagini sono stupende, valgono ogni istante. E poi: “Come guardiamo cambia cosa vediamo”. Si scopre così che l’arte riguarda la proiezione e la protezione del potere di un’élite. “Il predominio di un particolare tipo di visione estetica nell’arte è un’espressione di un particolare tipo di potere”. Il potere dell’imperialismo e del colonialismo, del forte (occidente) rispetto al debole (tutti gli altri).

 

Nelle mani dei tre narratori, l’arte si riduce a uno strumento di oppressione. Si finisce con il fotografo contemporaneo Richard Misrach. Parcheggi, cataste di macchine arrugginite, uno sfasciacarrozze e la terra bruciata dagli incendi boschivi. Anche Clark aveva il suo catalogo di creazioni sublimi seguite da una forma d’arte in avanzato stato di esaurimento spirituale e culturale. La differenza non da poco è che il declino di una forma d’arte rattristava Clark e il suo tempo. Invece i tre epigoni se ne compiacciono.

 

L’arte si riduce a strumento di oppressione e controllo da parte di una élite. E si chiude con l’elogio dei rottami postmoderni

L’episodio intitolato “How Do We Look?” si chiude con Kehinde Wiley, l’artista che ha completato il ritratto presidenziale ufficiale di Barack Obama. Siamo al Metropolitan Museum of Art, passando di capolavoro in capolavoro. Un ensemble suona Vivaldi. “Adoro guardare queste bellissime immagini”, dice Wiley. “Ma riconosco anche che c’è qualcosa di abbastanza sinistro nel loro passato”. Di sinistro?

  

Se ci sono dei “barbari” in questa serie adesso sono gli abitanti dell’Europa, che sono quasi sempre raffigurati come razzisti, conquistatori, saccheggiatori, proprietari di schiavi, colonialisti. Nella sua vivace vena revisionista, Olusoga vede ovunque schiavitù. Così quando parla di Albrecht Dürer, il virtuoso artista dell’Europa del Rinascimento, lo mette in collegamento con i suoi contemporanei africani, gli intagliatori d’avorio della Sierra Leone. Un’altra parte mette in scena i prolifici ritratti di uomini e donne nativi americani di George Catlin accanto ai ritratti dei Maori neozelandese dipinti pochi decenni dopo dall’immigrato ceco Gottfried Lindauer. E non poteva che iniziare con una rapina, la storia delle sculture in ottone dell’antico regno africano del Benin e di come sono finite nel British Museum. Olusoga ci dice che la decisione della Compagnia delle Indie orientali di costruire una casa governativa a Calcutta in stile neoclassico “intendeva dire che la ragione e la razionalità europea erano superiori, una sorta di trionfo su ciò che gli inglesi consideravano sempre più come superstizione e dispotismo orientale”. La storia del cristianesimo è raccontata in vario modo come propaganda o come “un sacrificio di sangue”.

 

Nel finale di Civilization, Clark si confessa: “Credo che l’ordine sia meglio del caos, la creazione migliore della distruzione, la gentilezza della violenza, il perdono della vendetta. Nel complesso, penso che la conoscenza sia preferibile all’ignoranza e sono sicuro che la simpatia umana sia più preziosa dell’ideologia. Credo che nonostante i recenti trionfi della scienza, gli uomini non siano cambiati molto negli ultimi duemila anni; e di conseguenza dobbiamo cercare di imparare dalla storia”. Nei momenti conclusivi di Civilization, Clark intese offrire una sua nota di ottimismo. “Non mi sembra affatto che stiamo entrando in un nuovo periodo di barbarie”. E ci mostra un campus americano. “Questi eredi di tutte le nostre catastrofi sembrano abbastanza allegri… In effetti, dovrei dubitare che così tante persone siano mai state così ben nutrite, colte, brillanti, curiose e critiche come lo sono oggi i giovani”. In fondo, il grande snob che amava l’occidente previde anche il proprio banale remake.

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