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La beauty valley di Milano

Il distretto della cosmetica che fa bello il 60 per cento del mondo tra vocazione terzista e sogni di brand

6 Maggio 2018 alle 06:17

Beauty valley

Foto LaPresse

La Lombardia che fa belle le persone si trova tra Milano, Bergamo, Crema e la Brianza. In questo quadrilatero sono nate, a partire dagli anni ’70-’80 circa 500 aziende di make up che oggi producono oltre il 60% di ombretti, mascara, ciprie e rossetti utilizzati dalle donne (e dagli uomini) del pianeta. E’ la beauty valley, il cuore produttivo che lavora “conto terzi” per le griffe più rinomate: Dior, Chanel, Estee Lauder, Lancome, Elizabeth Arden, Shiseido, Helena Rubinstein e molti altri. Un primato del made in Italy di cui si parla poco, trainato dal settore della moda ma che si sviluppa seguendo dinamiche tutte sue, come fa notare Gianandrea Positano, responsabile del centro studi di Cosmetica Italia (associazione aderente a Confindustria). “Siamo abituati ai grandi sarti italiani che hanno prestato il proprio brand a profumi e creme, ma nel settore del make up gli imprenditori nascono per lo più come chimici o farmacisti che non si sono mai posti il problema della griffe. Pensano in termini di produzione industriale”. In sostanza sono dei “formulatori”, come spiega anche Matteo Moretti, presidente del Polo tecnologico della cosmetica, realtà che raggruppa una settantina di aziende dell’area cremasca, con quasi 3.000 dipendenti di cui 300 assunti nell’ultimo anno. “Sono formulatori nel senso che realizzano le formule e producono tonnellate di trucco seguendo mode e tendenze, e assecondando, a volte plasmando il gusto delle donne”. Questo mondo, da sempre abituato a lavorare dietro le quinte, ha sempre più voglia di vedersi riconosciuto un ruolo di primo piano nel settore della cosmetica che in Italia genera complessivamente un giro d’affari di 11 miliardi di euro (cresce al ritmo del 4-5 per cento all’anno) e nel 2017 ha esportato prodotti per 4,7 miliardi (più 9% rispetto all’anno precedente). Germania, Francia, Regno Unito e Usa sono i principali mercati di sbocco a cui negli ultimi anni si stanno aggiungendo paesi asiatici e arabi. Secondo una recente ricerca del centro studi di Intesa Sanpaolo per Cosmetica Italia, la maggior parte delle vendite all’estero parte proprio dalla Lombardia con Milano in testa e Bergamo al terzo posto dopo Roma, nella classifica delle provincie produttive. “L’importanza raggiunta da questo distretto della bellezza è evidente”, continua Moretti, “ma per consolidare la nostra posizione abbiamo bisogno di mantenere la qualità della forza lavoro, per questo vogliamo chiedere alla Regione Lombardia di appoggiarci nel progetto di realizzare una scuola di alta formazione”. La proposta sarà recapitata direttamente al neo assessore regionale allo sSviluppo economico, Alessandro Mattinzoli, che il prossimo weekend andrà a visitare il polo cremasco.

 

Ma non sono sempre rose e fiori. Proprio una delle perle del settore, il gruppo di Bergamo Kiko della famiglia Percassi, attraversa una fase di profonda ristrutturazione dopo che è sostanzialmente fallita la strategia di sviluppo negli Stati Uniti causata principalmente dalla crisi della vendita al retail con la chiusura di quasi tutti i negozi monomarca. Una fase da cui l’azienda (al timone è stata chiamata da pochi mesi l’ex numero uno di Oreal Italia, Cristina Scocchia) sta cercando di uscire anche grazie all’intervento del fondo d’investimento Peninsula. Kiko, come Pupa, Collister e altri, fa parte di quella pattuglia di aziende di make up made in Lombardia che hanno scelto di affermarsi come brand al pari delle grandi maison soprattutto di estrazione francese e che sui mercati internazionali devono vedersela con la spietata concorrenza commerciale dei giganti del settore. “Sono due modelli di business del tutto diversi”, afferma Positano, “L’identità più profonda del tessuto lombardo sta nella vocazione terzista delle imprese dove la produttività per addetto sale più del costo del lavoro ed è inferiore solo a farmaceutica e bevande. Inoltre, le aziende di questo settore destinano a ricerca e sviluppo una percentuale pari al 6-7% del fatturato contro una media italiana del manifatturiero che è inferiore al 3%”.

 

La regina del quadrilatero lombardo della “grande bellezza” è la brianzola Intercos, fondata quasi 50 anni fa da Dario Ferrara. Dopo l’acquisizione lo scorso anno della comasca Cosmint della famiglia Masu, il gruppo Intercos è oggi, con 700 milioni di fatturato, leader mondiale della cosmetica conto terzi. Seppure a distanza, c’è chi cresce ad un ritmo a doppia cifra, come la Ancorotti Cosmetics di Crema che produce un quinto del mascara venduto in tutto il mondo. Dal 2015 a oggi il fatturato è più che raddoppiato (si parla di 110 milioni per fine 2018 contro i 42 del 2015) e per far fronte agli ordini il fondatore, Renato Ancorotti, ha investito più di 10 milioni per rilevare e ristrutturare un ex capannone Olivetti dove si producevano macchine da scrivere (performance che non è sfuggita al fondo White Bridge Investment che di recente ha rilevato il 30% del capitale). Altro esempio virtuoso è Chromavis, nato dalla fusione di due aziende familiari, che oggi da lavoro a 800 persone ( 600 in Italia) e si distingue per l’innovazione di prodotto. Il suo nuovo smalto spray è già un fenomeno sul web.

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