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Vanitas vanitatum

Il business mondiale della bellezza al Cosmoprof di Bologna, tra creme italiane e make up

3 Marzo 2019 alle 06:10

Vanitas vanitatum

Foto Imagoeconomica

Gianpiero Calzolari, ex presidente di Granarolo che da un anno e mezzo ha preso le redini di BolognaFiere, dice di aver scoperto con il suo primo Cosmoprof che, oltre alla filiera della moda e del design, l’Italia possiede quella della cosmetica e che a Crema, nomen omen, si fabbrica buona parte delle “basi” per i trattamenti di bellezza che verranno successivamente venduti all’estero, packaging compreso, dove siamo fortissimi, per griffe come Chanel, Lancome e Dior: la Francia dipende dalle nostre creme e i nostri ombretti esattamente come cinquecento anni fa, quando vi arrivò Caterina de’ Medici come sposa di Enrico II con i suoi pot e le sue pommades dalle proprietà declinabili anche a scopi di eliminazione del nemico. In Lombardia, fra Bergamo, Brianza e cremasco, si fabbrica oltre il 60 per cento del make up di tutto il mondo, compresi i prodotti certificati halal per i paesi islamici ma, vanitas vanitatum eccetera, sulla stampa non specializzata o femminile si tende poco a parlare di bellezza, che pure per l’Italia rappresenta un giro d’affari di 11,2 miliardi di euro con tassi di crescita media del 2 per cento ma quasi del doppio, il 3,5 per cento, per quanto riguarda l’export. Quest’anno, per la nuova edizione del Cosmoprof Worldwide Bologna – e non sembri un accostamento proditorio perché quella italiana è la fiera della cosmetica più importante del mondo, al punto di averne esportato la formula a Las Vegas, Mumbai e Hong Kong per un fatturato complessivo 2018 di 80 milioni di euro e settemila aziende coinvolte – sono attesi tremila espositori e circa 250mila operatori da 170 paesi, ordinatamente suddivisi per aree di interesse e competenza per evitare l’ingorgo, e non stiamo scrivendo per iperboli. Dell’immensa superficie delle Fiere di Bologna, il Cosmoprof occupa un buon decimo (circa 30 mila metri quadrati) ma sappiamo per esperienza che la calca della domenica e del lunedì, quando vi si riversano decine di migliaia di parrucchieri e di estetisti da tutta Italia, può essere travolgente. Per evitare resse e file troppo lunghe ai tornelli, l’organizzazione ha deciso molto opportunamente di dividere settori e correnti di interesse.

       

Da Crema all’Asia

Dunque si comincia giovedì 14 marzo con Cosmopack e Cosmo Perfumery & Cosmetics dedicati ai produttori e agli specialisti della filiera (Crema, appunto), alle aziende del prodotto finito, ai buyer e ai retailer di cosmesi, profumeria, green & organic e Cosmoprime, l’area dedicata all’alta gamma. Si continua poi, dal 15 al 18 marzo, con Cosmo Hair & Nail Beauty Salon, che è invece focalizzato su saloni professionali e centri estetici e pullula di ragazzine infatuate di nail art, cioè ricostruzione e decorazione di unghie, tendenzissima degli ultimi anni e che noi europei, da almeno un secolo poco stimolati dallo sfoggio di mani femminili nullafacenti e laccatissime che sono invece segno identitario delle comunità black, abbiamo importato dagli Stati Uniti e dall’Africa. A dispetto di porti chiusi, bande magnetiche e onde radio da indirizzare in senso sovranista, anche la bellezza vive di integrazione e di scambio, anzi lei soprattutto (quando vi viene un dubbio, andate a guardate i ritratti degli Asburgo che si sposavano fra cugini). Lo scambio funziona anche nel business: l’ultima edizione di Cosmoprof Asia, lo scorso novembre, ha registrato un nuovo record di presenze, con 87.284 professionisti della bellezza provenienti da 135 paesi e 3.030 aziende espositrici in rappresentanza di 34 paesi. La manifestazione ha confermato il successo del format “One Fair, Two Venues”, un doppio appuntamento espositivo che facilita lo sviluppo di nuovi business sia per il mondo della filiera produttiva, presente ad AsiaWorld-Expo con Cosmopack Asia, sia per il prodotto finito in esposizione all’Hong Kong Convention & Exhibition Center. E dopo l’India, la Thailandia, il Vietnam, nel radar di BolognaFiere è entrato il Sudamerica, grazie a una collaborazione con la Beauty Fair di San Paolo.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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