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Le anacronistiche semplificazioni di Zerocalcare sul neofascismo in Italia

Copertine troppo ambiziose e pressappochismo storiografico

17 Gennaio 2018 alle 06:15

Zerocalcare

Zerocalcare (foto LaPresse)

Zerocalcare dunque non deve fidarsi molto dell’Espresso se – racconta – il settimanale gli aveva chiesto una copertina sul neofascismo e lui ha controproposto un fumetto di quattordici pagine, perché “magari faccio la copertina e poi scopro che i contenuti mi fanno schifo, che ne so”. La notizia tuttavia non è questa, e il virgolettato sarà poco più che una battuta; fa più specie che il fumetto uscito domenica, “Questa non è una partita a bocce”, contesti nei fatti il metodo giornalistico nel ritrarre il neofascismo, ritenendolo insufficiente nel migliore dei casi e connivente nel peggiore. Benché dopo sette pagine Zerocalcare ammetta che “ogni tanto è stato fatto pure bene, anche dalle pagine di questo giornale talvolta”, in realtà si candida a proporre un metodo alternativo, presentando “dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito pubblico sui nazisti”.

 

La sua ambizione retorica va presa sul serio: è uno scrittore che chiama le cose col proprio nome (tant’è vero che definisce “fumetto” le quattordici pagine che la pubblicità dell’Espresso chiamava “graphic novel”); la sua bravura e intelligenza sono al servizio di ottime intenzioni; soprattutto, è un autore dotato di un pubblico enorme e strano, che è intrinsecamente pop ma si attribuisce una superiorità culturale che spesso sfocia in un impegno politico diretto facilmente influenzabile. Zerocalcare è un vate riluttante.

 

Ora, di là dalla stigmatizzazione della violenza neofascista su cui va da sé concordare, il suo metodo mostra stavolta qualche crepa. Rivendica infatti che la propria autorevolezza nel parlare del neofascismo derivi dall’esperienza diretta (anche drammatica, essendo stato pestato a 19 anni); che i sedicenti fascisti d’oggi vadano chiamati nazisti perché avrebbero preferito che la Seconda guerra mondiale fosse stata vinta dall’Asse; che le singole organizzazioni neofasciste non vadano differenziate e nemmeno nominate, e che i giornalisti non debbano consultarle ma “raccontarle”; infine, che l’insorgenza neofascista non vada affrontata per via giudiziaria (“Mi pare surreale pensare di risolvere questioni culturali dentro a un tribunale”) ma con un generico “resistere” – a questo pro ricorda i nomi delle povere vittime dei neofascisti negli ultimi anni.

  

Indica insomma la strada della semplificazione, ovvero l’esatto opposto della spiegazione chiara ma accurata dei mille rivoli del medio oriente in “Kobane Calling”, coronandola con un appello alle emozioni indubbiamente toccante ma che lascia qualche interrogativo aperto. Se i neofascisti menano e uccidono, sicuri che sia una questione culturale? Perché non lasciare agire la giustizia, solo per diffidenza pregressa nei confronti degli sbirri? Temo inoltre che, per vissuto personale e per un po’ di ingenuità, Zerocalcare non abbia considerato che lo stesso metodo potrebbe essergli ritorto contro da un diabolico neofascista.

 

L’attecchimento assurdo di questo anacronismo si radica, in Italia, sullo stesso pressapochismo storiografico, sulla stessa protervia nel presentare interpretazioni parziali e semplificatorie, sullo stesso rifiuto di distinguere le sfumature. Pensate se un neofascista fornisse una lista di nomi di generiche vittime degli “immigrati”, invitando a una resistenza extragiudiziaria, o si arrogasse l’autorevolezza di distinguere fra “un campo giusto e uno sbagliato” facendo leva sull’esperienza maturata in risse giovanili. Sarebbe orribile, sarebbe pericoloso, sarebbe qualcosa a cui Zerocalcare proprio non ha pensato.

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